“Le rivolte non ci sono più ma la situazione è ancora molto dura. Il Coronavirus in carcere può diffondersi in un attimo, e mette a rischio carcerati, polizia penitenziaria e anche le persone fuori, visto il peso che questo avrebbe sul sistema sanitario nazionale”. Susanna Marietti, Coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, spiega così perché occorra non abbassare la guardia sulle condizioni delle carceri in Italia.Le rivolte d’inizio marzo, piuttosto, sono state sintomo di un disagio profondo, che va ben al di là dell’epidemia e del malessere in cui ormai versa tutto il Paese.

Il sovraffollamento, i contatti con l’esterno contingentati e la scarsa comunicazione tra l’amministrazione ed i carcerati sono gli elementi che hanno portato alle sommosse. Una risposta da parte delle amministrazioni, al di là dell’iniziale repressione delle rivolte, c’è stata, e adesso i detenuti di molte prigioni hanno a disposizione strumenti che prima, in quelle strutture, erano tabù, come ad esempio smartphone con Skype e WhatsApp.

Le misure adottate rispondono alla richiesta dei prigionieri di mantenere i contatti con le famiglie. Resta invece ancora del tutto aperto il nodo riguardante il sovraffollamento

Tuttavia, le misure adottate rispondono solo alla più immediata e basilare richiesta dei prigionieri, quella di poter mantenere i contatti con le proprie famiglie. Resta invece ancora del tutto aperto il nodo riguardante il sovraffollamento.“I telegiornali – racconta Marietti – parlano di allarme e di sempre più decessi, e le autorità dicono di stare ad almeno un metro di distanza da altre persone, tutto questo mentre i detenuti stanno in celle e sezioni sovraffollate. Da questo deriva la loro richiesta di uscire”. Attenzione, però, a non travisare le richieste di carcerati e parenti: “I detenuti ed i loro familiari, a volte, parlano di indulto e amnistia, perché sono le parole conoscono meglio, ma per rendere effettivo l’ultimo indulto ci sono voluti 5 mesi, ora non è quella la strada”.

Le misure da intraprendere, insomma, sono altre.“Come fondazione Antigone – illustra Marietti – abbiamo messo in piedi una task force di avvocati per diminuire il numero di carcerati, tramutando più pene possibili in arresti domiciliari, con particolare attenzione verso chi ha problemi di salute gravi e rischierebbe molto in caso di epidemia interna al carcere. Da inizio marzo sono circa 3mila i carcerati che sono tornati a casa”.

Nessuno sconto di pena causa pandemia, insomma, ma solo manovre necessarie ad evitare ulteriori disastri, e che saranno lo strumento necessario, inoltre, per scongiurare futuri disordini e lenire l’ancora presente malcontento sociale.