Camp è stato il tema dell’ultimo Met Gala. Camp sarà oggetto dell’annuale mostra dedicata alla moda del Metropolitan Museum of Art di New York. Ci hanno fatto capire che camp è Lady Gaga in un gigantesco abito fucsia, Katy Perry vestita da candelabro. I più colti ci hanno ricordato che, però, non è mica nato oggi, il camp. Di camp parlava Moliere già nel XVII secolo. Sì, ma, in pratica, che cos’è questo camp?

Per comprendere è necessario, prima di tutto, scordare tutto ciò che ci hanno insegnato sul buon gusto. Dimenticare i moniti della vecchia zia sul non abbinare mai più di tre colori insieme. Coco Chanel consigliava, prima di uscire, di guardarsi allo specchio e levarsi almeno un accessorio. Givenchy, con Audrey Hepburn messagera, ha promosso l’idea del little black dress bastante a sè stesso. L’eleganza è fatta di poco, è minimalismo, linee dritte. È farsi ricordare e non notare dice Armani. Niente di tutto questo è camp.

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Camp è «una donna che va in giro in un vestito fatto da 3 milioni di piume» – un po’ come Anna Wintour al Met Ball. «L’essenza del Camp è il suo amore per l’innaturale: per l’artificio e l’esagerazione»«L’essenza del Camp è il suo amore per l’innaturale: per l’artificio e l’esagerazione»: questa la più pregnante delle definizioni, offerta da Susan Sontag in Notes on Camp del 1964.  Saggio in cui si legge anche che camp è la vincita dell’“estetica” sulla “morale”, dell’ironia sulla tragedia. Tutto tra virgolette perché, continua la Sontag, il punto del camp è detronizzare il serio. Il camp è l’antiserio. Così la donna si trasforma in “donna”, l’abitino in un “abitino”. Il camp è mera caricatura, esasperazione dello stereotipo.

Il camp è considerato sinonimo di kitsch: sbagliato. Per essere camp non basta essere brutti. Camp è quel brutto così brutto da fare il giro e diventare bello. È esagerare con tale convinzione da essere presi sul serio. Bisogna crederci, per essere camp. Nessuno ci ha mai creduto tanto quanto gli artisti della Pop Art. Prima di loro l’arte era una cosa seria. Il Dada fu dissacrante ma aveva un messaggio importante, la sua (anti)estetica era sottomessa a un fine ben preciso. Da Andy Warhol in poi, l’arte smise di pensare. Non chiedono di essere capite le litografie di Marylin, voglio solo essere guardate.

Nel mondo della moda la battaglia è vinta in partenza. Il fashion sistem venera la spartana Celine, ma sono gli eccessi di John Galliano i più chiaccherati. La moda non è mai stata così camp come negli ultimi anni. Ha iniziato Moschino con le borse a forma di sgrassatore, poi Balenciaga ha trasformato le “scarpe brutte” in oggetto del desiderio. Re indiscusso del camp è, tuttavia, Alessandro Michele. Il direttore creativo di Gucci spintosi così oltre da far sfilare le proprie modelle con una testa impalata come accessorio.

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Ma il camp non abita solo i lontani universi di moda e arte. Anche il mondo reale è camp. Innaturalezza è ciò che cercano le donne dal chirurgo plastico. La femminilità esasperata e quasi aliena è quella ostentata dalle sorelle Kardashian, con le loro vite strettissime sopra fondoschiena larghissimi. Quelle mostrate su Instagram dagli influencer sono vite portate all’eccesso, in cui tutto è palesamente finto. Camp è anche la musica dei giovani. È camp il trap di Ghali e Sfera ebbasta dove la voce è volutamente alternata fino a sembrare quella di un robot. È camp Young Signorino, con il suo rifiuto di testi sensati, tutto versi e niente cervello.

È camp persino il presidente degli Stati UnitiÈ camp persino il presidente degli Stati Uniti. Andrew Bolton, curatore della sezione moda del MET, ha definito Donald Trump «una figura molto camp». Sarebbe stata d’accordo Susan Sontag, che aveva descritto il dandy amante del camp come un uomo che «apprezza la volgarità, ne è divertito e deliziato».