Come per “l’inizio di un freddo glaucoma che offusca il mondo”, siamo scivolati in un tunnel opaco di nebbia e brividi. Ciò che un tempo era strada, adesso è un ammasso di corpi, asfalto sradicato e storie finite male. Come quella ipotizzata da Cormac McCarthy, una strada che porta al nulla cosmico. Ed è l’attualità a condurci sulla via dello smarrimento e della confusione. Le due guerre in corso in Ucraina e Palestina stanno contribuendo a togliere certezza e luce al futuro. Sembra sempre più incerto e nebuloso. La guerra non ha una vera proiezione nel domani. Ma ciò che accomuna questi due conflitti è che non hanno neanche un’origine univoca e inequivocabile. La loro collocazione storica vacilla in un arco temporale indefinito. McCarthy disorienta la lettura e non dà punti di riferimento. Per lui la strada non ha né un inizio né una fine. I personaggi devono decidere dove voltare, fermarsi, continuare o esondare. È un percorso interiore che finisce all’ultimo colpo in battere della cassa toracica. O può finire anche molto prima, dipende dal coraggio. Cor habeo, agire con il cuore. È sempre il cuore che detta i tempi dell’essere umano.
Tu sei molto coraggioso?
Insomma, così e così.
Qual è la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto?
L’uomo sputò un grumo di catarro e sangue sulla strada. Alzarmi stamattina, disse.
Davvero?
No. Non starmi a sentire. Forza, andiamo.
L’autore descrive nei minimi dettagli gli effetti della catastrofe che si è abbattuta sul pianeta Terra. Nessuno ha però il potere di comprendere né quando, né perché sia successo. La distruzione è ciò che McCarthy usa come distrazione. I suoi personaggi, il padre il figlio, hanno tantissime soluzioni nel loro bagaglio personale. Sono i più competenti di tutti, una coppia indissolubile, un’armata ineccepibile. Riescono ad uscire da tutte le situazioni di pericolo che si presentano lungo il loro cammino. Hanno una lucidità inaudita. Loro “portano il fuoco”. Devono mantenerlo intatto e per farlo sono disposti ad ignorare paura, sete, fame. È così che il paroliere americano mette nelle mani dei suoi protagonisti la scienza. Perché pensa che attraverso la tecnica si possa aggiustare anche il deterioramento dell’anima. Il tentativo di accettazione passa dalla crudezza del mondo visto da McCarthy. Un modo di roghi e di spine, di tempesta e siccità, di alta marea e alberi troncati. Il momento del dialogo è quindi il primo esperimento di accettazione. Tutto quello che padre e figlio hanno da dire, se lo devono comunicare a vicenda. I dubbi cadono a valanga. Spezzano il ritmo tra ciò che è conosciuto e ciò che è temuto. Il flusso di coscienza tra i due è schietto e diretto, non ha barriere. Non c’è più niente da perdere. Ma il tempo che loro cercano instancabilmente di dilatare non può essere fermato. Non si può però neanche avvolgere la pellicola, non ha senso rimuginare sul passato. Non darebbe nessuna soluzione se non nostalgia e amarezza.
Vorrei essere con la mamma.
Nel senso che vorresti essere morto?
Sì.
Non devi dire così.
Però è vero.
Non lo dire. E una cosa che non si deve dire mai
Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente fine a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune del dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri.
Tutto quello che tentiamo di dimenticare si àncora tra le trame della memoria con degli artigli che solcano inesorabilmente la materia grigia. Ciò che dovremmo ricordare, invece, ha una fattezza eterea, impalpabile e mutevole. Svanisce alla forza del pensiero e della logica. Questa è la storia della guerra che continua a ripetersi, del male che ci abituiamo a contrastare, ma che non estirpiamo con decisione, pur avendo il potere di farlo. Forse non c’è niente di più umano della guerra. Forse thanatos continuerà a vincere su eros. E l’immaginario di The road non sarà poi così distante da quello di Mariupol o di Gaza. Forse la differenza già non c’è. Perché, se l’obiettivo è raggiungere il Sud, in un mondo che va a rotoli, può essere che i punti cardinali non abbiano più senso di esistere. E se la meta diventa un checkpoint, allora la strada non ha motivo di essere battuta.
Nel giro di due giorni arrivarono alla foce di un ampio fiume dove il ponte era crollato e giaceva in frantumi tra le acque lente. Si sedettero sulla spalla amputata che un tempo sosteneva la strada e guardarono il fiume rifluire, spinto dalla marea, e ingorgarsi attorno alle travature di ferro. E adesso che facciamo, papà? disse l’uomo. Appunto, dimmelo tu, disse il bambino.
È qui che arriva la sentenza di McCarthy. I ruoli tra padre e figlio si sono invertiti. E anche il lettore può comprendere che la coppia è il mezzo ma non il fine. Il fine non esiste. La coppia non può essere vincente, perché in palio non c’è più niente da vincere.