«Cerco di unire la mia arte visiva alla mia musica. Ho iniziato a fare le installazioni per strada per poter raggiungere il mio pubblico dal vivo e non solo attraverso uno schermo». Mattia Varsalona, in arte Lunar, è un giovane – classe 1994 – nato a Ivrea in provincia di Torino. Cosi’ descrive la sua arte multisensoriale che coinvolge il pubblico con almeno tre dei cinque sensi: vista, udito, tatto. Lunar non ha uno schema fisso: si lascia trasportare dalle giornate, dalle emozioni e dalle sue sensazioni e dunque l’ispirazione nasce da diversi imput. È abbastanza facile che, camminando in città come Genova, Torino e Milano, si inciampi in un suo Cuore. Si tratta di un’opera, spesso affissa su un lampione, grazie a del nastro adesivo biodegradabile. E’ un cartone a forma di un cuore, non anatomico, colorato di rosso con l’acrilico grazie a un rullo. La frase, di volta in volta sempre diversa a discrezione dell’artista, è dipinta a mano ed è di colore bianco. Le parole possono provenire da versi di canzoni intramontabili o magari da inediti composti dallo stesso Mattia che, sin da piccolo, ha iniziato a cimentarsi nella musica. Molte persone hanno definito l’arte di Lunar street-heart, proprio in riferimento ai suoi iconici cuori rossi.

«Amo il cantautorato: mi ispiro molto ad artisti del passato ma non solo: Battisti, Vasco e Tenco sono solo alcuni esempi», confessa Lunar. I cuori di cartone, infatti, racchiudono un po’ il percorso del giovane artista: sin dalle elementari inizia a disegnare, principalmente i Pokemon, e suona la pianola. Dopo un periodo di vuoto in adolescenza, la vena artistica torna a bussare alla porta di Mattia quando ha diciotto anni. Da lì non l’ha più abbandonato. «Apro un profilo Instagram con il mio nome d’arte e decido di pubblicare le vignette che realizzavo. Vengo dal mondo del fumetto: ho sempre letto tanto Zero Calcare» rivela Mattia. E aggiunge: «Solo dopo un anno e mezzo la mia arte è diventata lavoro, ed e’ cosi dal 2019».

Molte persone si rivedono in questo tipo di arte: non si soffermano a scattare una foto. Riflettono, pensano, magari c’è chi dedica quel cuore a qualcuno. «Mi piace definire la mia arte come multisensoriale perché le persone possono interagire con le mie opere, possono toccarle, fotografarle o entrarci ancora più a contatto», spiega Lunar. In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre scorso, Mattia ha portato un’installazione davanti allo stadio di San Siro di Milano in collaborazione con la serie A. «Ho scritto una canzone ad hoc che si chiama “L’amore non ha lividi”. Poi ho creato un muro lungo tre metri e alto due dal quale le persone potevano tirare via un mattoncino, girarlo e scoprirne il messaggio. Su ogni mattoncino ho scritto una frase contro la violenza di genere». Attraverso un codice QR era possibile ascoltare la canzone relativa e, nel frattempo, lo spettatore era invitato a rapportarsi in prima persona con l’opera. La gente ha collaborato e, alla fine, tolti tutti i mattoncini, è stato svelato il messaggio finale dell’installazione: “Un rosso alla violenza”. «Ho usato di proposito questo termine calcistico proprio per segnalarne “l’espulsione», puntualizza l’artista.

Le emozioni guidano molto Mattia, persino nella scelta dei posti in cui posiziona le sue opere. «Mi piacciono moltissimo i borghi», confessa E prosegue: «Penso spesso alle descrizioni che ne hanno fatto i grandi cantautori liguri: se hanno parlato con così gramde trasporto di un luogo di Genova, un motivo ci sarà». Lo stesso diliscorso vale per Torino e Milano. La prima è la città natale dell’artista e la seconda è stata in grado di svelarsi più romantica di quanto l’immaginario comune potesse pensare. È probabile, però, che le prossime installazioni di Lunar verranno realizzate per le strade di Verona, Parma, Roma o Napoli. «Nel futuro sogno di poter viaggiare per tutta l’Italia facendo le mie installazioni. Vorrei portare anche i miei concerti in giro e spero proprio di fondere le due cose», rivela l’artista che si ispira alla luna e alla notte.

Più che opere di denuncia, queste sono opere di riflessione. «Permetto di sollevare lo sguardo in alto, perché solo così possiamo vedere che c’è tanta positività intorno a noi». Mattia critica la predilezione delle persone a camminare per strada guardando per terra o scrollando proprio cellulare: se l’arte costringe ad alzare la testa, ben venga.

Ma l’arte per le città non viene sempre capita. Se da una parte c’è una grande fanbase a sostenere questo genere di espressività, dall’altra parte c’è chi addirittura grida al “vandalismo”. «Non bisogna tarpare le ali all’arte. Come in tutte le cose c’è sempre qualcosa che può piacere e qualcosa no. Cosa dovremmo dire a Banksy? Lui è geniale. Più che preoccuparci dei cuori che metto con delle belle frasi che fanno sorridere le persone, io mi preoccuperei delle scritte nei parchi gioco, sui tavoli, sulle panchine. Ci sono così tante parolacce», riflette l’artista.