L’erosione del suolo è un problema che colpisce l’Italia ad ogni latitudine: dal Trentino alla Sicilia si registrano frane e cedimenti su versanti, scarpate stradali e sponde di fiumi.
Le conseguenze, oltre ad essere dannose per il patrimonio ambientale, possono essere molto pericolose: dalla caduta di massi su un’autostrada, all’intasamento di un canale o al danneggiamento di opere civili. L’acqua piovana, se non incontra ostacoli, penetra in profondità nel terreno, scavando poco a poco gli strati superficiali e causando disastrosi dissesti geologici.
Alla radice del problema
I rimedi utilizzati di solito puntano a limitare i pericoli più gravi, senza combattere il problema alla radice. I manufatti sintetici, come geocelle e georeti in plastica o biostuoie in materiale degradabile (fibra di cocco, juta, agave, canapa) frenano infatti la caduta dei massi più grossi, ma nulla possono contro l’erosione e lasciano passare i materiali più fini. Il terreno vegetale di riporto invece, che dovrebbe fornire un substrato fertile per l’attecchimento della vegetazione, fatica a saldarsi con lo strato sottostante, oltre a richiedere grossi costi di prelievo, trasporto e deposito.Per bloccare l’erosione servirebbero invece piante cresciute in loco, sui terreni a rischio, che però sono di norma aridi e ostili.
Per bloccare l’erosione servirebbero invece piante cresciute in loco, sui terreni a rischio, che però sono di norma aridi e ostili. Solo alcune specie di piante possono cresce in tali condizioni, e tra di esse solo alcune hanno radici abbastanza profonde e resistenti da opporsi all’azione dell’acqua. Il vetiver, ad esempio, una pianta molto diffusa in India, dove viene impiegata come sistema naturale per combattere le frane. Un’idea interessante, peccato che il vetiver non cresca spontaneamente alle nostre latitudini, che germogli in siepi lasciando scoperte porzioni di terreno e che non produca semi.
Prati Armati: l’azienda
Ma è migliorando questa idea che l’ingegner Claudio Zarotti ha dato vita alla tecnologia di Prati Armati, un’azienda lombarda che ha fatto della lotta naturale all’erosione il suo business.
Un ufficio a Opera, periferia sud di Milano, dieci dipendenti fra ingegneri, geologi e forestali e una serra ad Albenga, in Liguria, dove vengono fatte crescere le piante che andranno a rinverdire e stabilizzare i terreni di tutta Italia. Non prima, però, di aver passato un po’ di tempo in tubi di plexiglass e aver superato rigide procedure di selezione: «Utilizziamo solo specie autoctone – racconta Marcello Zarotti, dipendente dell’azienda- che potrebbero crescere spontaneamente nella zona in cui operiamo. Le piante devono essere pioniere, ovvero adattarsi per prime e a terreni difficili e aprire la strada a al resto della vegetazione e le loro radici devono essere particolarmente resistenti: un macchinario ad hoc testa la loro resistenza alla trazione, che in media è di 83 megapascal, la stessa di un acciaio di bassa qualità. Gli OGM, ovviamente, sono banditi».
Dopo aver individuato la specie più adatta ad ogni intervento, si procede operativamente sullo spazio da rinverdire. Per le superfici ridotte si utilizza la semina manuale, per quelle più estese l’idrosemina: una miscela di sementi, colle e concimi naturali viene spruzzata da un camion o da un elicottero. Se tutta la procedura viene eseguita nel modo corretto, i risultati sono garantiti: nell’arco di 6 mesi circa i pendii tornano a essere popolati da piante e fiori; se questo non si verifica, è l’azienda stessa a provvedere a una nuova semina.
Vantaggi e risultati
I vantaggi non sono solo geotecnici, ma anche estetici e ambientali: le piante selezionate soddisfano anche l’occhio dei clienti e, soprattutto, appartengono alla categoria C4, ovvero effettuano la fotosintesi anche in condizioni climatiche impervie, assorbendo fino a 40 tonnellate di anidride carbonica per ettaro, il 400% in più rispetto a un prato normale.
Il metodo di Prati Armati è utilizzato in più di 100 cantieri tra Italia ed estero, dalla Salerno-Reggio Calabria al Messico.Un metodo green utilizzato in più di 100 cantieri tra Italia ed estero, dalla Salerno-Reggio Calabria al Messico, che genera circa 3 milioni di fatturato e che, nel novembre 2013 ha contribuito ad evitare una catastrofe ambientale. Quando il ciclone Cleopatra si è abbattuto sulla Sardegna, la diga di Orgosolo, in provincia di Nuoro, non ha subito erosioni o cedimenti: i versanti della struttura erano stati trattati con la tecnologia di Prati Armati e hanno resistito alla furia dell’acqua. L’esempio perfetto di come una soluzione completamente naturale sia il modo più efficace per affrontare una questione ambientale irrisolta: il “vaccino contro le alluvioni”, come qualcuno ha definito questa tecnologia, potrebbe presto soppiantare i metodi tradizionali, meno sicuri e molto più costosi.
E l’azienda di Opera, che ha elaborato un metodo unico al mondo, è pronta a crescere, di pari passo con le sue piante.







