Ruskik haza!, “russi a casa”, gridano i sostenitori di Péter Magyar, radunati nella splendida cornice di piazza Batthyany, a due passi dal Danubio: non uno slogan qualsiasi, ma eredità della rivoluzione del ’56, che aprì la prima crepa nel blocco sovietico. Dopo sedici lunghi anni, anche il regime di Viktor Orbán è giunto al capolinea. Nelle stazioni della metropolitana, la frenesia del trantran quotidiano lascia lo spazio alla gioia e allo stupore. Sulle scale mobili, lunghe file di cittadini festanti si battono il cinque per celebrare la vittoria di Tisza: un nome in cui era già racchiuso un destino che, però, era fino a ieri tutt’altro che scontato. Alla fine, il “fiume” di Magyar è davvero straripato, spazzando via le brutture dell’autarchia e portando con sé un vento di democrazia. Nella festa post-spoglio, uno scatenato Zsolt Hegedus, il potenziale nuovo Ministro della Salute, si lascia andare in un ballo liberatorio sotto le note di The Hanging Tree, la colonna sonora del film Hunger Games – il canto della rivolta, che era stata scelta come inno della campagna elettorale di Tisza. L’immagine più bella di queste votazioni rimarrà però, la fiumana di persone che si sono recate alle urne sin dalle prime ore del mattino.I seggi hanno registrato un’affluenza record del 78%, che non si era mai vista dalla dissoluzione del blocco sovietico. Tra gli aventi diritto, ha colpito la presenza di moltissimi giovani, che hanno votato in massa per Tisza.

In Ungheria i seggi hanno registrato un’affluenza record del 78%, che non si era mai vista dalla dissoluzione del blocco sovietico. Tra gli aventi diritto, colpisce la presenza di moltissimi giovani, che hanno votato in massa per Tisza.

Se la vittoria di Magyar era stata già annunciata dai sondaggi – pur con l’incognita di possibili interferenze russe – la vera sorpresa è stata il raggiungimento della super-maggioranza di 2/3 in parlamento. In attesa delle ultime schede provenienti dall’estero, Tisza dovrebbe essersi aggiudicata ben 138 seggi (per raggiungere i 2/3 ne basterebbero 133). Questo significa che Magyar e i suoi hanno ora il potere di smantellare il sistema messo in piedi da Orbán. Nel 2011, il premier uscente aveva approvato una riforma costituzionale per cui le “leggi cardinali” su sistema elettorale, magistratura, finanze pubbliche, politiche familiari, media e rapporto Stato-Chiesa possono essere approvate solo con una maggioranza dei 2/3, di cui Fidesz godeva sin dal primo dei suoi quattro mandati. Ora la legge da lui voluta gli si ritorce contro, dando al nuovo governo la possibilità di ricomporre l’assetto istituzionale del Paese. Stando allo spoglio attuale, il nuovo parlamento dovrebbe essere composto da tre partiti: Tisza (138 seggi), Fidesz (54) e Mi Hazánk (7), il partito neo-nazista che per la prima volta è riuscito a superare la soglia di sbarramento. Ma la grande novità è l’assenza della sinistra. I voti dei partiti progressisti presenti nell’ultima legislatura sono stati assorbiti da Tisza: per via del suo passato all’ombra della Cortina di Ferro, l’Ungheria è un Paese che nutre un forte sentimento anti-comunista, e in questo frangente storico non è immaginabile pensare di avere un governo di sinistra. I progressisti sono quindi dovuti scendere a dei compromessi pur di estirpare il male del regime illiberale di Orbán: primo tra tutti il sindaco di Budapest Gergely Karácsony, noto per aver organizzato il Pride la scorsa estate sfidando i divieti del governo, e che ieri ha illuminato a festa il Ponte delle Catene e si è congratulato con Magyar per il risultato raggiunto.

Nel discorso pronunciato dopo la vittoria delle elezioni, il primo ministro in pectore ha promesso di terremotare dall’interno il sistema costruito da Orbán. Magyar, cresciuto in seno a Fidesz prima di uscirne e fondare il proprio partito, ha chiesto di dimettersi ai presidenti di Curia, Ufficio giudiziario, Corte suprema e Corte costituzionale, Corte dei conti, Autorità per la concorrenza economica e Autorità per i media. Ma, soprattutto, ha invitato Tamás Sulyok, Presidente della Repubblica filo-orbaniano, a convocare il prima possibile il parlamento per formare il nuovo governo e, dopodiché, a dimettersi. I timori che si nascondono dietro questa richiesta sono due: che Orbán approfitti della fase transitoria tra le due legislature per toccare di nuovo la Costituzione, scatenando un putiferio istituzionale senza precedenti, e che in Ungheria si verifichi una situazione simile a quella polacca, con un Capo dello Stato e un premier di colori opposti. Ed è proprio Varsavia la meta annunciata del primo viaggio all’estero di Magyar, dove incontrerà Donald Tusk, primo ministro polacco e già presidente del Ppe. Dopo il cambio di governo a Budapest, l’Est Europa si prepara a riassettare gli equilibri all’interno del gruppo di Visegrád, con i premier populisti di Slovacchia e Repubblica Ceca che attendono le prossime mosse del nuovo eletto.

Nonostante la grande gioia di ieri per la fine del regime di Orbán, oggi gli entusiasmi degli europeisti più convinti sono stati smorzati dalle recenti dichiarazioni di Magyar sulla guerra tra Russia e Ucraina. Sul Paese incide una forte dipendenza da Mosca, da cui non può prescindere dall’oggi al domani e che non si può comprendere ragionando con delle categorie occidentali. Durante la conferenza stampa odierna, il leader diTisza non si è discostato dalla linea tracciata da Orbán riguardo ai 90 miliardi di euro di finanziamenti per l’Ucraina e ha motivato la scelta dell’opt-out con l’attuale crisi di bilancio in Ungheria. Per far fronte allo shock energetico che sta colpendo l’intero globo, ha sottolineato che il Paese punterà ad acquistare energia a prezzi bassi, anche a costo di lasciare aperti i rubinetti russi. Al contempo, Magyar ha però ribadito la propria amicizia a Kiev e ha strizzato l’occhio a Bruxelles, esprimendo la propria volontà di aderire all’ente anticorruzione della Procura europea e di presentare un piano per sbloccare i fondi per l’Ungheria.

Solo il tempo saprà dirci chi ha ragione tra chi sostiene che Magyar riporterà la democrazia nel Paese e chi, invece, crede che riproporrà gli stessi schemi del governo precedente. Per il momento, lasciateci ancora sognare. Cara Ungheria, bentornata in Europa.