Prada stringe sull’acquisto di Versace. Il gruppo italiano e Capri Holdings, la società americana quotata a Wall Street che controlla Versace, si stanno avvicinando a un accordo che potrebbe concludersi entro poche settimane. Si parla di un’operazione dal valore di circa 1,5 miliardi di euro, come ha riportato il Financial Times.
«È molto difficile capire quale potrebbe essere l’integrazione: Versace è un marchio molto diverso da Prada. Però forse per questo ha un senso comprarlo, non si può certo sovrapporre ai marchi che ci sono già nel gruppo Prada», spiega Giulia Crivelli, fashion editor per Gruppo 24 Ore. Prada ha in portafoglio molte firme, tra cui spicca l’altra casa di moda di Miuccia Prada, Miu Miu. Si aggiungono poi Church e Car Shoe; Marchesi 1824 e il marchio Luna Rossa che, dal nome della barca che ha partecipato alla Coppa America, è diventato intestatario di una linea di abbigliamento. Il motivo dell’acquisizione, aggiunge Crivelli, potrebbe essere che «come era successo negli anni 2000, il gruppo voglia crescere non con la cosiddetta crescita organica, che vuol dire sviluppare i marchi che ha già in portafoglio, ma acquistandone degli altri».
Per capire meglio la questione, bisogna tenere conto di due fattori:
- a dominare nel settore sono due grandi società francesi, LVMH e Kering;
- in entrambi i casi, si sono registrati cali delle vendite: nel terzo trimestre del 2024, LVMH è calato del 4%, mentre Kering del 15%.
Detto questo, prosegue Crivelli, «si rimane sempre su numeri molto alti: nel 2024, Kering ha chiuso con un fatturato di circa 20 miliardi; il gruppo LVMH, che è il più grande al mondo, con 80 miliardi; il gruppo Prada probabilmente nel 2024 arriverà intorno ai 4 miliardi e mezzo». Non c’è dunque assolutamente possibilità di gara, tra Francia e Italia: «Anche se Versace entrasse nel perimetro del gruppo Prada, questo porta in dote, in termini di ricavi, meno di 200 milioni di euro, quindi arriviamo a 4,7». Ma di poli italiani della moda ne esistono, anche se di dimensioni minori: «C’è il gruppo OTB di Renzo Rosso che oltre a Diesel, marchio principale, riunisce Agile Sander e Maison Margela. Poi c’è Oniverse, che una volta si chiamava gruppo Calzedonia. Ma la competizione con i cosiddetti poli francesi della moda e del lusso è lontana. Tanto per darvi un’idea, LVMH ha 75 marchi in portafoglio dove ci sono anche gli alcolici, profumi, quindi è molto diversificato. Ciò non toglie che si possa crescere, appunto, anche non in maniera solo organica, ma anche tramite acquisizioni, ma non per fare concorrenza ai francesi».
Abbiamo citato i francesi. «Tutti e due i gruppi – spiega la giornalista – dicono di avere una doppia anima, italiana e francese. Non soltanto perché possiedono dei marchi italiani e li rispettano, ma perché continuano a produrre in Italia. Nella mia esperienza, i francesi sono riusciti a rilanciare questi marchi, hanno rispettato le famiglie fondatrici, hanno continuato a produrre in Italia. Certo, parliamo di alta e altissima gamma. Vale diversamente con la fascia media, che è più in sofferenza: spesso le aziende sono più piccole e le dimensioni corrispondono in momenti di difficoltà a una maggiore fragilità». Proprio le PMI rischiano di essere i soggetti che soffriranno di più dei dazi imposti da Trump: «I prodotti italiani del settore del tessile che vengono esportati negli Stati Uniti sono di alta o altissima gamma. Quindi il dazio incide, ma il consumatore non ha alternative, perché la forza del Made in Italy sta nella sua unicità. Diverso naturalmente è se avessimo delle produzioni, in questo caso nella moda, di fascia più meno alta, perché allora il dazio che viene scaricato poi quasi sempre sui consumatori fa una differenza e porta magari a scegliere altri prodotti».
«Lo stile Prada si caratterizza da un forte rigore che magari spesso è contraddetto da una personalità molto forte», commenta Angelo Flaccavento, giornalista e critico di moda per il Sole 24 Ore. L’analisi di Flaccavento arriva proprio da Parigi dove si presta a seguire la seconda tornata di sfilate per l’haute couture. Il brand Prada è incastrato nell’immaginario tipico borghese, classico, ma non scontato. Senza troppe stravaganze, ma con un carattere deciso. «Apollineo» come lo chiama lo stesso critico. L’ultima sfilata di febbraio per la moda donna autunno inverno 2025/2026 a Milano lo dimostra bene. Miuccia Prada ha completamente ridisegnato l’immaginario femminile attraverso forme nette, senza sbavature e con un grande omaggio alla sua stessa storia. I capi proposti sulla passerella mescolano le forme tipiche maschili con quelle del guardaroba femminile: le donne possono portare il doppiopetto, così come gonne a vita alta. Gli abiti vengono liberati dalle strutture più classiche. Il movimento arricchisce le forme e mette in risalto i corpi delle modelle. Un nuovo codice di glamour, un nuovo Dna che mescola bon ton e sgarbatezza. Uno stile dove grezzo e raffinato possono convivere senza farsi la guerra. Ogni dettaglio è curato in modo quasi maniacale e rigoroso. Se ci sono sbavature, di certo, non sono lasciate al caso. «Versace è il suo assoluto opposto. Il suo stile è seducente e orgogliosamente mediterraneo», rilancia con un paragone Flaccavento. Qui più che rigore si percepisce la volontà di osare e, perché no, anche di sperimentare. Più le forme sono grandi e più vengono ben accolte. Donatella Versace è riuscita a mettere lo stampino “wow” anche a questa tornata invernale di sfilate nella città ai piedi della Madonnina. Un mix di stampe animalier e forme pompose e avvolgenti. Le fibre più tipiche del retaggio della maison traspirano da ogni capo. Uno stile audace, energico contraddistinto dal colore oro, anche questo di forte richiamo all’età barocca. Tutto è portato a essere grande. Non mancano i fiocchi e i tacchi XL. Le minigonne possono coesistere agli strascichi lunghi fino ai piedi. L’effetto trapuntato è stato il grande “must have” di quest’ultima collezione. Audace con la pelle, pop con il denim. «È un brand fortemente legato allo star-system nelle sue espressioni più esterne e compiaciute», riflette Flaccavento.
Non sembrerebbe esserci la possibilità di vedere sulle prossime passerelle di almeno quest’anno una collezione “Pradace”. Lo stesso giornalista conferma, infatti, che non vede i due grandi marchi tenersi la mano nei prossimi defilè. «Al contrario, li vedo proprio come due entità separate. Certo, si potrebbero integrare in un modo dove le loro identità rimangano specularmente opposte. Sarebbe interessante capire come Prada possa ricostruire un gruppo che è il suo preciso opposto», chiude Flaccavento.