Posizionato al centro dell’Asia, nell’intersezione perfetta tra Russia e Cina, il Kazakistan è sempre più strategico. Prima economia dell’Asia Centrale, ospita il 20% delle terre coltivate dall’ex Unione Sovietica. Ma, oltre ad essere il granaio russo, il Kazakistan è anche il Bengodi delle materie prime energetiche: uranio, petrolio, gas, terre rare. Qui le aziende europee e internazionali fanno a gara alla corte del presidente Tokayev.

Per l’Italia, l’Eni è presente nel settore dell’esplorazione, sviluppo e produzione di idrocarburi e gas naturale e in quello delle energie rinnovabili, con due centrali eoliche situate a Badamsha, nella regione di Aktobe. Lo sviluppo di progetti per la generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili e le sperimentazioni sulle coltivazioni da cui estrarre la materia prima per la produzione di biocarburanti sono parte dell’impegno italiano in Asia Centrale, ai fini della transizione energetica. Nell’area Eni investe anche sul gas e sulle nuove tecnologie.

Ma non è facile stracciare l’influenza russa, in una ex provincia dell’Unione Sovietica dove, rispetto soprattutto allo sviluppo del nucleare, a seguito di un recente referendum, l’elefante nella stanza è il ruolo che l’azienda russa Rosatom dovrà svolgere nello sviluppo della prima centrale. Senza contare il ruolo che la Russia ha nella gestione e mantenimento dell’oleodotto del Caspian Pipeline Consortium (il consorzio comprende anche le americane Chevron ed Exxon) che trasferisce quasi tutte le esportazioni di petrolio del Paese tra il Kazakistan e il porto russo di Novorossiysk sul Mar Nero.

A fronte di tutto questo, abbiamo cercato di scoprire quanto vale la ricchezza del Kazakistan. Chi la vuole, e quale costo ha per la chi la comprerà e per il pianeta?