Diversificare l’economia e promuovere una transizione energetica sostenibile che permetta entro il 2050 di coprire almeno il 50% del fabbisogno energetico del Paese con fonti rinnovabili. È questo l’obiettivo che il Kazakistan di Kassym-Jomart Toqaev ha messo al primo posto nell’agenda politica del 2025. Il piano di trasformare il Paese in una delle trenta economie più avanzate del mondo risale però al 2012, quando l’ex Presidente Nursultan Nazarbaev – alla guida del Paese dalla sua nascita sino al 2019 – ha presentato il progetto “Kazakistan 2050”.
«Indire un referendum per la costruzione della prima centrale nucleare del Paese significa voler dimostrare – in questo senso – di rispettare i principi democratici di uno stato di diritto ed è in linea con la politica di immagine che il Paese segue ormai da diversi anni e che si basa sulla visione di un “Nuovo Kazakistan”. I sondaggi a monte indicavano che sarebbe passato». Così Frabrizio Vielmini – analista per Vision & Global Trends-International Institute for Global Analyses e professore associato di Relazioni Internazionali alla Webster University di Tashkent – l’esito del referendum popolare indetto il 6 ottobre 2024 in cui i cittadini Kazakistan sono stati chiamati a decidere se procedere con la costruzione della prima centrale nucleare. «Il Paese ha sviluppato la capacità di trattare l’uranio per sfruttare l’energia nucleare» ma, in questo senso, per l’effettiva creazione delle nuove infrastrutture, saranno fondamentali adeguati investimenti internazionali che interesseranno diversi attori statali, dalla Cina alla Russia, dall’Europa agli Stati Uniti.
In questo scenario però, il nuovo rapporto pubblicato dal Global Energy Monitor ha evidenziato che il ruolo del carbone nella produzione energetica dei Paesi dell’Asia Centrale è raddoppiato negli ultimi dieci anni. Dai dati raccolti, è evidente infatti una contraddizione nel caso del Kazakistan che, da un lato, viene descritto come leader regionale nelle iniziative verdi come quella nucleare, dall’altro come il maggiore inquinatore da carbone della regione.
In merito alla produzione di energia nucleare, Tokayev, per raggiungere l’obiettivo prefissato dalla Vision 2060, ha proposto la creazione di un consorzio internazionale per avviare il piano di transizione. Sulla base delle dichiarazioni statali, il consorzio dovrebbe coinvolgere partner diversi come la russa Rosatom- azienda pubblica attiva nel settore dell’energia nucleare che raggruppa 360 imprese con cui il Paese ha uno storico rapporto commerciale – la sudcoreana Hydro & Nuclear Power, la China National Nuclear Corporation e la francese Electricité de France.
Da sempre crocevia tra popoli e culture, il Kazakistan – una delle cinque repubbliche indipendenti dell’Asia Centrale nate dal crollo dell’Unione Sovietica alla fine del secolo breve – ha una popolazione di circa 20 milioni di abitanti che convive in una mescolanza culturale e religiosa che non ha eguali nella regione. Nel corso dei decenni il neonato Stato ha sviluppato un percorso di sviluppo economico che lo ha portato ad allontanarsi dall’esperienza politica sovietica: 260 miliardi di dollari è il PIL del Paese nel 2023.
«Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il Paese, da attore strategico a livello geopolitico per la Russia, è diventato un attore sempre più rilevante a livello regionale e poi mondiale nell’estrazione e nella fornitura di minerali come rame, zinco e uranio», sottolinea Vielmini. «L’allontanamento dall’esperienza politica russ, ha generato cambiamento che ha investito la società nel suo complesso, sia a livello politico che economico e sociale». Il nuovo modello di sviluppo ha generato un meccanismo «tipico delle società occidentali collettive: la creazione di un élite che rappresenta il 10% del totale della popolazione – prosperata attorno all’ex presidente che ha istituito un regime politico neo-patrimoniale – a scapito della maggioranza». È così che l’élite alto-borghese ancora oggi risponde perfettamente alle richieste del sistema mondiale guidato dal Fondo Monetario Internazionale. La privatizzazione del sistema – che non permette alle fasce più povere della popolazione di giovare dei vantaggi del welfare statale sovietico – ha impedito così la nascita di una classe media e la redistribuzione delle ricchezze. Per decenni, controllare le risorse è diventata la base su cui il Presidente ha costruito e mantenuto il potere personale e familiare.
È in quest’ottica che vanno inquadrate le violente proteste popolari che hanno incendiato le strade delle principali città kazake nel gennaio del 2022. Scoppiate a causa dell’aumento vertiginoso del costo energetico, hanno scatenato una violenta repressione governativa «che è stata sedata grazie all’intervento militare dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, un’alleanza militare tra stati dell’Asia centrale guidato dalla Federazione Russa. Se non ci fosse stato il supporto russo, la situazione sarebbe degenerata», prosegue Vielmini.
Ad oggi, nonostante le grandi ambizioni nel settore dell’energia rinnovabile, il Kazakistan ha un problema da risolvere: «Bilanciare l’influenza anglo-americana – dovuta al fatto che una parte consistente dei capitali del Paese sono confluiti nei mercati occidentali – con quella russa e quella cinese». La presenza russa è ancora preponderante, sia per ragioni strategiche che territoriali (i due Paesi condividono una frontiera comune di 7000km), sia per ragioni storiche. L’incontro diplomatico tenutosi tra Tokayev e Putin lo scorso novembre ha eliminato ogni equivoco in tal senso. «Il dialogo ci ha permesso di rafforzare la comprensione reciproca sulle questioni attuali della cooperazione bilaterale e dell’agenda internazionale», ha commentato, alla fine della riunione, il presidente kazako. Il Paese, che ancora oggi ospita basi militari russe, ha una certa sensibilità storica associata all’esperienza nucleare: «Tra il 1949 e il 1989 l’Unione Sovietica ha effettuato circa 450 test nucleari in territorio kazako, causando una ricaduta sulla popolazione delle regioni interessate, nonostante poi tutto sia stato messo a tacere fino all’inizio degli anni Novanta» riferisce l’esperto.
Per il mercato euroasiatico invece, Vielmini tiene a sottolineare che «tre dei corridoi continentali della nuova via della seta cinese passano proprio dal Kazakistan e la Cina ha già investito moltissimo nel sistema logistico e infrastrutturale del Paese». Nel 2023, il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi ha raggiunto 41 miliardi di dollari. Con la guerra in Ucraina, però – su cui Toqaev ha riferito pubblicamente di aver avviato un dialogo con gli Stati Uniti anche in materia di sicurezza e di non proliferazione di armi nucleari – parte dei flussi commerciali sono stati re-indirizzati verso il Mar Caspio ma resta il fatto «che il Kazakistan per la Cina è una fonte energetica alternativa strategica, soprattutto in caso di conflitto nell’area del Pacifico». Anche l’Unione Europea ha cercato di intessere legami economici e di governance con il Paese ma la sua influenza, ad oggi, resta limitata perché è il Kazakistan ad essere in posizione predominante: di fatto, se considerati gli obiettivi del Green Deal voluti da Bruxelles, il Paese è un fornitore affidabile di materie prime verso i Paesi dell’Unione.