Il Torrazzo è davvero imponente: se si ha la fortuna di salire fino alla cima, dall’alto dei suoi 112 metri, si può vedere tutta la città. È una delle torri campanarie in muratura più alte d’Europa ed è il primo edificio distinguibile quando ci si avvicina al comune lombardo. Tutto in mattoni rossi, con incastonato un enorme orologio astronomico. Se si vuole riuscire a scorgere la città nella sua totalità, però, arrivare al punto più alto di Cremona non basta; c’è bisogno che la giornata sia limpida e che non ci sia quella nebbia fitta che avvolge e assorbe tutto. Quella foschia tipica della Bassa Padana, dove di vento ce n’è poco e dove o fa tanto caldo o fa tanto freddo. La nebbia c’è tutto l’anno, ma si fa più presente quando le temperature iniziano a calare. È proprio uno dei tratti peculiari della città: in alcuni giorni di inverno è talmente spessa che sembra quasi di poterla toccare; così compatta da non permettere di vedere ad un palmo dal proprio naso; umida, che ti lascia tutti i vestiti bagnati. Anche la luce dei lampioni e le insegne luminose dei bar si affievoliscono e si confondono. Se poi ci si sposta verso la campagna, può capitare di imbattersi in un muro grigio che copre qualsiasi cosa: cielo e terra diventano quasi indistinti e il sole scompare, in un’atmosfera che ha qualcosa di lugubre. Se ti fermi a parlare con qualche anziano in giro per la città, qualcuno che magari ha sempre vissuto qui, ti sentirai dire che anche quella sta scomparendo: «Non c’è più la nebbia di un tempo». Lo dice con nostalgica malinconia.

Il contadino

E di persone avanti con l’età, Cremona è piena. È proprio con loro che puoi parlare del periodo fascista cremonese e di tutto quello che ne consegue. I loro racconti, però, molto spesso, mischiano realtà e leggenda, ed è difficile capire cosa di ciò che dicono sia autentico e cosa, invece, sia frutto della loro immaginazione. «Gli anni del fascismo a Cremona, sono gli anni della dominazione di Farinacci – mi spiega Marco Tanzi, professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università del Salento, ora in pensione – Ma sono preceduti da un periodo di grande fervore politico e culturale e anche di rinnovamento religioso: si potevano annoverare personaggi di grande statura nei vari schieramenti politici, dai socialisti di Bissolati, a Miglioli, che aveva molto a cuore la sorte dei contadini». Quella del contadino è una figura molto presente nella storia della città: Cremona è ancora circondata dai campi e ha una cultura prettamente agricola. Molti dei piccoli comuni a lei vicini hanno nell’agricoltura la principale fonte di reddito. I vari periodi dell’anno vengono scanditi dalla concimazione dei campi, dalla semina e dal momento del raccolto, principalmente del mais. Va in questa direzione un famoso slogan coniato proprio da Miglioli, allo scoppio della Prima guerra mondiale: “No guerra, ma terra”.

Farinacci e il fascismo

Le sue posizioni neutraliste e socialiste infastidirono molto il segretario del Partito Nazionale Fascista, ma non impedirono a quest’ultimo di prendere in mano le redini della città: «La presa del potere di Farinacci, come in quasi tutte le città d’Italia sotto il fascismo, è naturalmente caratterizzata dall’uso della violenza, a cui seguiranno anni di avvicinamento e consenso sempre maggiore. Si può tranquillamente dire fosse forse la faccia più violenta del fascismo, tanto da scontrarsi con lo stesso Mussolini per le sue posizioni, definite troppo estreme. Nonostante ciò, la città vive in maniera abbastanza tranquilla e “sonnolenta” il periodo del ventennio, perché sono pochi gli antifascisti. Naturalmente, dopo il 25 aprile, Cremona si riscopre antifascista, e, con l’amnistia Togliatti del 1946, molti dei personaggi che amministravano il comune durante il regime, tornano ad occupare ruoli politici anche con il governo repubblicano. Si può dire che sono tante le contraddizioni che caratterizzano la nostra terra». E queste contraddizioni sono ben visibili ancora oggi: basta farsi un giro per il centro, per notare come palazzi ed edifici di evidente matrice fascista, coesistano con architetture di molto anteriori. Se ci si lascia alle spalle la piazza del Comune e si prosegue verso piazza Stradivari, si possono scorgere i tipici elementi che caratterizzano le opere architettoniche del ventennio: monumentalità, forme squadrate, utilizzo preponderante del calcestruzzo armato. E gli edifici di quell’epoca sono disseminati un po’ in tutta l’area: si ritrovano in Galleria XXV Aprile (ex Galleria XXIII Marzo), in quella che era la Banca Nazionale del Lavoro, oppure, uscendo dal centro cittadino, al Parco delle Colonie Padane (quella che un tempo era la Colonia Fluviale “Roberto Farinacci”).

Colonie Padane

A lui era intitolata, proprio perché per sua volontà era stata realizzata: i lavori si conclusero nel 1936, in un’area golenale dove, fin dagli inizi del Novecento, i cremonesi cercavano sollievo dall’afa estiva, bagnandosi in riva al fiume Po. Si costruirono anche strutture in legno, per dare la possibilità di qualche bagno di sole ai bambini più gracili. È noto fosse una gigantesca opera di consenso, in modo da dare a Cremona le colonie elioterapiche e ricreative per l’infanzia e, in qualche modo, funzionò. Fu un’alluvione a danneggiarla e a far sì che venisse abbandonata, fino ad un più recente recupero della struttura, che è tornata ad essere un centro ludico-ricreativo per la stagione estiva. A distanza di quasi cento anni, in maniera piuttosto singolare, lo stesso luogo torna ad essere adibito alle medesime funzioni che si prefiggeva nella metà degli anni Trenta.

Il Po e l’isolazionismo

La città si è adattata al corso del Po e si è sviluppata attorno ad esso. Il rapporto tra le due realtà non è sempre positivo, ma è un conflitto che nasce dall’amore dei cittadini per il fiume. L’acqua, infatti, può tramutarsi in una grande risorsa, ma è stata anche fonte di difficoltà e problematiche, che spesso sono coincise con le esondazioni. È ormai da qualche anno che il Po rimane quieto nel proprio letto, ma i periodi di piena generano allarme ancora oggi. Cremona è una delle provincie lombarde più esposte al pericolo di alluvione: nella storica piena del Duemila, è mancato poco che anche il ponte che collega la città del torrone alla provincia di Piacenza, venisse sfiorato dall’acqua. La stessa acqua che allagò i campi e sommerse le case, soprattutto nei paesini che sono separati dall’alveo solo da qualche argine. Lo sforzo per tornare alla normalità fu immane, coadiuvato dall’aiuto offerto dalla protezione civile e dai volontari. Il fiume affascina e spaventa: di inverno si gonfia, quasi lambendo la riva, mentre d’estate la sua forza si placa, il suo corso sembra farsi più lento e sinuoso. Proprio questo contatto diretto ha fatto nascere le canottieri, società rivierasche centenarie nate con l’intento di fondere lo sport con il fiume. Lo scorrere del tempo le porterà ad adattarsi e ad organizzarsi per poter ospitare anche altre attività, senza prescindere però dalla loro natura. I cambiamenti, però, non sembrano essere stati solo quelli. Si ha l’impressione che queste realtà si siano tramutate in circoli più o meno snob, dove si paga una quota di iscrizione molto elevata e dove l’estraneo si deve sentire osservato. Un tentativo un po’ goffo di formare gruppi distinti e isolati, la sintesi, forse, di una tendenza tipica del territorio: «Questa è una provincia lunga e stretta e per ragioni storiche molto divisa; per cui si possono distinguere la parte del casalasco, la parte Cremonese e la parte Cremasca. Ciascuno rivendica determinati ruoli e funzioni, a testimonianza del fatto che un’identità comune non c’è. A questo proposito, nel disegno di ridefinizione delle aree vaste, poi abortito, le spinte erano centrifughe». A parlare è Luciano Pizzetti, politico italiano e capolista di “Cremona sei Tu!” per le prossime elezioni comunali. Prosegue: «Viviamo nella conca padana e siamo una città che non riesce a creare legami. Milano, Brescia e Bergamo sembrano più distanti di quanto in realtà non siano, Mantova guarda verso Verona e noi siamo lì in mezzo, né carne e né pesce. Mi viene da dire che, in qualche modo, abbiamo costruito il nostro auto isolamento. Una situazione che, al giorno d’oggi, ci mette in difficoltà, perché facciamo fatica ad inserirci in queste reti e a creare legami esterni. In questo senso, potrà essere d’aiuto il raddoppio ferroviario, che porterà ad avere una seconda linea di binari, che colleghino la città alle altre province lombarde».

I “ruminanti”

Ostacoli, quelli di oggi, che hanno forti legami con il passato: «Vernaschi, sindaco di Cremona tra il ’61 e il ’68, definì i Cremonesi dei “ruminanti”, definizione che calza loro proprio a pennello. Il cremonese ama vivere nel proprio lamento, per cui sta bene, però ha questa ambizione di raggiungere un miglioramento della propria condizione. Il problema è che fa poco per poter far sì che queste ambizioni si realizzino; per cui vive in questa condizione un poco sospesa», continua il deputato cremonese. «Ci sono degli esempi, anche senza entrare nelle dinamiche della politica, che corroborano le mie affermazioni: in città sono sorti tanti comitati del “no” rispetto alla realizzazione di opere ed interventi, come non se ne vedono nel resto d’Italia. Da un lato, questo potrebbe dare l’idea di una cittadinanza vivace dal punto di vista della cultura civica, ma, dall’altro, dà l’impressione di un comune lamentoso, che aspira alla modernità, ma che, alla fine, si adagia su una sorta di conservatorismo». Una città che gode delle proprie tradizioni, ma che, in realtà, fa poco per conservarle.

Le osterie

Il cibo e l’alimentazione sono, culturalmente, elemento caratterizzante della provincia: l’osteria in particolare, contraddistinta dalla condivisione, dalla “polpetta con un bicchiere di bianco”, è uno di quei contesti che, pian piano, sta scomparendo dalle strade cittadine. «Quando ero un ragazzo, tutte le vie avevano minimo due, se non tre osterie. Me ne ricordo tre in via Cavitelli – mi dice il professor Tanzi – e una che si chiamava La Trappola, dalla parte opposta. Per non parlare dei bar: ce n’erano di bellissimi, tra cui il Bar Giardino che era strepitoso. Ed erano luoghi atti alla convivialità, dove andava davvero tutta la città: ci si sedeva, un panino con il cotechino e un bicchiere di vino…sono quelle le cose che mancano. Posso farti anche l’esempio di Mellini, che era proprio una di quelle osterie dove potevi trascorrere un pomeriggio in tranquillità, mangiando anche molto bene. Il centro si è svuotato di queste realtà e Cremona sembra sempre di più caduta in un “sonno profondo”».

Il cibo è cultura

Questo impoverimento, che, quindi, è anche culturale, si tramuta in una disaffezione per quegli alimenti che, fino a non troppo tempo fa, erano alla base della cucina del territorio. «Si diceva “del maiale non si butta via niente”, ma lo stesso valeva per la mucca», parola di Aldo Ghiggi, proprietario di una macelleria a Castelverde, un paese della provincia di Cremona. Una tradizione lunghissima quella della sua famiglia, che ha aperto l’attività nel 1929. «Il quinto quarto contiene tantissime proteine, tantissime vitamine e pochissimi grassi: ti parlo del fegato e di tutti quei tagli che fanno parte delle interiora dell’animale. Queste parti vengono un po’ bistrattate ed è per questo che la cultura del quinto quarto si è un po’ persa. È normale che i gusti cambino, ciò che, invece, sarebbe necessario correggere è il pregiudizio. Se cucinate sapientemente, la trippa e, più in generale, le interiora, sono incredibili e anche meno costose dei tagli più noti. In alcune parti d’Italia, è avvenuto il recupero di questi elementi della tradizione locale: il panino con la milza in Sicilia, la coda alla vaccinara a Roma, oppure il panino con il lampredotto a Firenze. Qui tutto questo si sta perdendo». In questo quadro si inserisce anche l’apertura di molti supermarket, disseminati per tutto il comune: «Il consumatore si affida sempre più spesso alla grande distribuzione; chi, ad esempio, viene da me, ha un rapporto diretto con il professionista, che ha la conoscenza e le capacità per indirizzarti su una determinata tipologia di prodotto. Il supermercato, invece, standardizza e, per sue esigenze specifiche, si limita ad offrire ciò che il cliente solitamente acquista. Basta fare due passi in città, per rendersi conto che i macellai sono sempre meno, ma la responsabilità è anche nostra: non possiamo pensare di competere con i colossi distributivi; dobbiamo avere la nostra fetta di avventori, offrire prodotti di qualità elevata e a prezzi sostenibili».

Vergani

Camminando per le viuzze ciottolate, è triste notare come anche gli esercizi commerciali storici siano costretti ad abbassare le serrande e a non riaprire più. Un esempio lampante è quello di Vergani, la cui nascita, stando ai documenti ufficiali, dovrebbe stabilirsi agli inizi del Novecento, ma che una fotografia d’epoca indica come già attivo nel 1837. Proprio nei locali oggi occupati dalla cantina e in magazzini adiacenti ebbe inizio la produzione del famoso torrone cremonese Vergani, un marchio oggi conosciuto in tutto il mondo: tale peculiarità, da sola, basterebbe a rendere l’esercizio molto interessante dal punto di vista storico. Ma, al contrario, anche questa realtà non ha retto all’esplosione dei punti vendita di proprietà dei grandi gruppi industriali, che stanno spuntando come funghi nella parte periferica della città. Ecco che gli scaffali di ferro vuoti, i grandi vasi di vetro che contenevano migliaia di torroncini o di gigiole e le vetrine ormai spoglie diventano la triste immagine di un’altra storica attività che, scoraggiata, deve chiudere i battenti. Lo stupore dei cittadini è comprensibile, ma si fa presto a dare delle spiegazioni: «La recente concorrenza di internet ci ha messo un po’ con le spalle al muro. Ormai i giovani comprano tutto on line, ed i nostri clienti storici sono di una generazione che, a causa dell’età, inizia a faticare ad uscire di casa. Le guide turistiche con le quali spesso facevamo degustazioni a gruppi, anche nei giorni di chiusura, ormai non chiamano più. Il turismo è diminuito molto, per il nostro settore, oppure forse ha cambiato i propri obiettivi. Fatto sta che nella nostra attività, che non è ovviamente legata a beni primari, gli acquisti sono sempre meno», si sfoga Luciano Generali, l’ormai ex proprietario. Gli fa eco la moglie, che ha lavorato al suo fianco per 40 anni: «Tanti si stanno accorgendo che stiamo chiudendo, in molti ci hanno manifestato affetto con lettere, messaggi, chiamate. Abbiamo dato buona parte della nostra vita per questo negozio, ma ora dobbiamo fare così». Un triste epilogo cui, probabilmente, ha contribuito anche un’amministrazione cittadina poco accorta.

SperlariLanfranco

Un assaggio di cosa possa essere un’attività storica, lo si può avere attraversando via Solferino, che collega piazza del Duomo ai Giardini di piazza Roma. Una stradina abbastanza stretta, con i sampietrini, di quelle che, quando c’è tanta gente, devi stare attento a dove i metti i piedi. Qui ti puoi imbattere in uno dei negozi più caratteristici della città: Sperlari, aperto nel 1836. Le due grandi vetrine scure, sopra cui spiccano le scritte torrone e mostarda, sono illuminate da una luce giallognola e strabordano di praline, caramelle, cioccolatini, vasetti di mostarda o marmellata e bottiglie di vino. Tutto è ordinato sapientemente e non c’è persona che riesca a rimanere indifferente davanti a tanto splendore. I più piccoli strabuzzano gli occhi e, una volta incollati naso e bocca alla vetrina, iniziano a strillare per cercare di convincere i genitori ad entrare. All’interno ciò che colpisce è la moquette rossa, disposta su tutta la pavimentazione del negozio; gli scaffali sono in legno, di quello antico, e ospitano qualsiasi leccornia. Una volta dentro, difficile uscire a mani vuote. E se si riesce a resistere ai richiami del proprio stomaco, la questione si fa ancora più complessa se si volge lo sguardo. Sul lato opposto, infatti, trova spazio Lanfranchi, una vera istituzione della pasticceria cremonese. Tre vetrinette, meno spaziose di quelle appena descritte, sono allestite magnificamente: torte, tortine, pasticcini trovano posto su dei vassoi bianchi e argentati. Varcando la soglia, si è investiti dal candore delle pareti e del soffitto, che tramutano il negozio nel paradiso dei golosi. Il locale offre la possibilità di sedersi e di gustare le squisitezze preparate dai pasticcieri direttamente all’interno, respirando i profumi zuccherini che provengono dal laboratorio.

I Giardini Pubblici

Se, invece, si preferisce assaporare queste leccornie all’aria aperta, ci sono i già citati Giardini di piazza Roma o Giardini Pubblici: «Se tu guardi le cartoline di qualche tempo fa, quando ancora c’erano i cancelli, era, come dire, un giardino di Delizie. Tutto era tenuto in ordine, prestando molta attenzione al decoro e all’armonia degli elementi. Poi delle amministrazioni sciagurate hanno deciso di intervenire – spiega Tanzi – ma hanno fatto scelte perlopiù sbagliate: basti pensare all’utilizzo del calcestre come fondo su cui passeggiare. Ha senso adottare quella soluzione, quando si era a conoscenza del fatto che quel tipo di materiale solleva un sacco di polvere? I giardini, per definizione, sono il luogo della convivialità, dove gli anziani si vogliono sedere sulle panchine a ciciarà e i bambini si rincorrono e passano i pomeriggi. È possibile fare tutto ciò, se ogni passo che fai ti arriva della sporcizia addosso?». Dello stesso avviso è Pizzetti: «I Giardini erano il cuore della città, perché ci andava tutta Cremona, indifferentemente dalla propria condizione sociale: ci potevi trovare la signora che usciva per la spesa, il vecchietto che portava a spasso il cane, la buona borghesia e i potenti della città. Era il luogo della socializzazione, del vivere insieme. Adesso, in parte, ha ancora quel ruolo, ma è una realtà di una città con poca anima. Dovrebbero tornare ad essere uno dei diademi del centro, un biglietto da visita anche per chi Cremona non la conosce e decide di visitarla, non essere oggetto di trascuratezza. Forse si sta muovendo qualcosa in questa direzione, ma è ancora presto per esprimere un giudizio».

Arvedi, il benefattore

Passeggiando per i Giardini Pubblici, scevri da distrazioni, capita di scorgere i più piccoli che giocano a pallone. E chissà, magari, sognano anche di indossare la maglietta della squadra della città, la Cremonese. Due i colori che si alternano armonicamente: il grigio, come la nebbia di cui si parlava all’inizio, fredda, ma che ti entra dentro, e il rosso, il colore dei mattoni che, uno sopra l’altro, in un incredibile gioco di equilibri, compongono il Torrazzo. Una società storica, nata agli inizi del’900, ora in mano al colosso industriale della città, Giovanni Arvedi. Quella di concludere parlando proprio di lui, è una scelta precisa. Il magnate in ambito siderurgico è sicuramente l’uomo più in vista di Cremona: la sua azienda da lavoro a migliaia di dipendenti e molti dei progetti comunali godono dei suoi finanziamenti. Sono tante le persone che ne tessono le lodi e lo reputano un benefattore, a cui sta a cuore la sorte dei suoi concittadini. Scavando un po’, però, ci si accorge di essere di fronte ad una figura controversa, dal cui potere sembra possa dipendere il destino della città: «Dopo Farinacci c’è stato Arvedi. Il padrone della città è lui e sembra che a molti vada bene così», si lascia sfuggire il professor Tanzi. Una situazione complessa, per una realtà al soldo di uno dei più grandi industriali d’Italia. Ma Cremona continua a sonnecchiare, un torpore dal quale non ci si aspetta che si svegli presto.