«La tecnologia e l’intelligenza artificiale potrebbero rivelarsi i migliori alleati dei lavoratori nella prevenzione degli infortuni sul lavoro o delle malattie professionali, ma anche nella vigilanza e nelle ispezioni». Con questa probabile certezza Lucia Valente, professore ordinario di Diritto del Lavoro all’Università La Sapienza di Roma, affronta il tema della protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori, soprattutto quando si tratta di trovare e riconoscere gli strumenti che possono evitare o minimizzare le cause di infortunio.
Del resto, la copertura normativa della materia appare già sufficiente, senza lacune da colmare, ed è costantemente sottoposta a revisioni che tentano di affinarla ulteriormente dopo ogni incidente mortale, come avvenuto a seguito degli eventi di Suviana, Brandizzo o Firenze, per citarne alcuni.Il testo che contiene la maggior parte della disciplina sul tema, con 306 articoli e più di 50 allegati, è il decreto legislativo 81/2008, spesso indicato come “Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro”, nonostante in realtà esistano anche altre disposizioni che regolano la materia.
Il sistema previsto dalla norma è un modello partecipativo di valutazione dei rischi, in cui vari soggetti sono incaricati della prevenzione contro infortuni e altri danni alla salute dei lavoratori. Il primo soggetto responsabile dell’organizzazione di queste misure è il datore di lavoro che deve eliminare o quantomeno ridurre al minimo qualsiasi potenziale rischio per i dipendenti, attraverso l’osservanza di una serie di doveri, tra cui la stesura del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Da ultimo, lo stesso lavoratore è titolare di obblighi e responsabilità, perché è previsto che svolga un ruolo di attore attivo nella cura della propria salute e sicurezza. Nello specifico, deve essere consapevole delle condizioni del proprio ambiente lavorativo, rispettare gli ordini impartiti dai superiori, utilizzare correttamente le attrezzature e i dispositivi di protezione individuale, partecipare alle dovute attività di formazione o controlli medici, segnalare la presenza di anomalie, nonché partecipare all’attività aziendale di valutazione dei rischi attraverso il rappresentante eletto.
Per quanto riguarda poi il versante della sorveglianza, la normativa prevede che vi sia un duplice livello di supervisione, aziendale e governativo, e attribuisce i compiti di controllo a diversi soggetti, tra cui rivestono un ruolo fondamentale gli Ispettorati Nazionali del Lavoro (INL) e le ASL; il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco; i datori di lavoro, i dirigenti e i preposti; i già citati rappresentanti dei lavori per la sicurezza, che sono eletti dai dipendenti per rappresentarli e partecipare attivamente al controllo dell’efficacia delle misure e alla proposta di misure migliorative; i consulenti della sicurezza.
Alla luce di una disciplina così copiosa, è evidente che a rendere il sistema difettoso non è l’assenza di previsioni efficaci, quanto piuttosto la loro non piena applicazione.
«Il reale problema è quello dei controlli insufficienti, ma bisogna essere consapevoli dell’oggettiva impossibilità di vigilare su tutte le imprese italiane, dato che circa il 90% è di dimensione media, piccola o piccolissima ed è proprio in queste realtà che si registra il maggior numero di infortuni – osserva Lucia Valente -. Basti pensare che il numero di datori di lavoro obbligati all’assicurazione INAIL per la protezione degli infortuni sul lavoro sono circa tre milioni e 300 mila, un numero elevatissimo».
Secondo Lucia Valente, professore ordinario di Diritto del Lavoro all’Università La Sapienza di Roma, «bisogna essere consapevoli dell’oggettiva impossibilità di vigilare su tutte le imprese italiane e l’AI potrebbe massimizzare le capacità di intervento degli ispettori»
Questa situazione comunque non impedisce del tutto la possibilità di pensare a qualche potenziale miglioria da apportare dal punto di vista legislativo: «Si potrebbe rafforzare la disciplina vigente in materia di responsabilità solidale lungo tutta la filiera produttiva, reintrodurre il principio di parità di trattamento tra i lavoratori dipendenti dal committente e quelli impiegati in tutta la filiera degli appalti, prevedere obblighi di informazione e consultazione sindacale a carico delle imprese che esternalizzano opere e servizi – ipotizza la professoressa Valente -. In modo da consentire alle organizzazioni sindacali di intervenire prontamente a tutela dei lavoratori impiegati nella filiera». Ma non si tratterebbe di cambiamenti risolutivi. Al contrario di quanto potrebbe avvenire con il verificarsi di una significativa svolta tecnologica sia nel settore lavorativo sia di quello dei controlli . Da un lato, l’innovazione potrebbe a una più efficace prevenzione degli infortuni o delle malattie professionali: «Penso, ad esempio, ai sistemi automatizzati capaci di rilevare la stanchezza attraverso l’analisi delle espressioni del volto, alle tute ergonomiche che controllano il movimento e prevengono le malattie muscolo-scheletriche, all’utilizzo della robotica negli spazi confinati, o nei lavori pesanti, pericolosi o ripetitivi» commenta Valente. Dall’altro, l’intelligenza artificiale potrebbe permettere una valutazione del rischio più mirata nonché controlli più estesi e penetranti. Osserva la professoressa sul punto: «Credo che potremmo usare l’AI per massimizzare la capacità di intervento della platea di ispettori già presenti, ad esempio indirizzandoli verso aziende attenzionate per determinate caratteristiche di lavorazione, territoriali o per la segnalazione di certe quote di rischio».
In ogni caso, oltre alla prospettiva di un futuro più efficiente, alcuni indicatori di un miglioramento della situazione sono già attuali: «Nonostante nei due anni dopo il Covid il prodotto interno lordo del nostro Paese sia cresciuto di 12 punti, gli infortuni denunciati rispetto a due anni anteriori alla pandemia, quando il pil era di circa 2 punti, sono ridotti» evidenzia Valente.
Anche alla luce di questo fattore è però innegabile, specie dinnanzi ai casi clamorosi degli ultimi mesi, la non trascurabilità del problema, considerato il numero ancora molto elevato di infortuni e morti bianche, nonché le dinamiche con cui si verificano. Riferisce la professoressa: «Mezzo milione di infortuni l’anno e circa mille morti sul lavoro l’anno, che perdono la vita con modalità “antichissime”, come cadendo da una impalcatura, schiacciati da un peso oppure a causa dell’impatto con un macchinario o un oggetto che si muove in ambiente di lavoro».
Del resto, per dirla con le parole pronunciate dalla Calabria dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 30 aprile scorso, in occasione della Festa dei lavoratori, «mille morti ogni anno rappresentano una tragedia inimmaginabile. Ciascuna di esse, anche una sola, è inaccettabile».