È arrivata nel giorno di San Valentino ma non si è trattato di una dichiarazione d’amore. Anzi, è stata una dichiarazione di guerra in piena regola. Ha fatto molto discutere la denuncia presentata lo scorso 14 febbraio dal sindaco di New York Eric Adams nei confronti di quattro colossi del web: Google, Meta, ByteDance e Snap. L’accusa è di aver danneggiato, attraverso i rispettivi social network – TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat e YouTube – la salute mentale di bambini e adolescenti. Qualche settimana prima lo stesso primo cittadino della Grande Mela aveva definito senza mezzi termini le piattaforme «una minaccia per la salute pubblica».

Il sindaco di New York Eric Adams, che ha denunciato quattro colossi del web per i danni provocati alla salute mentale dei minori.
Le posizioni espresse dall’amministrazione cittadina di New York non rappresentano affatto un inedito nel panorama statunitense. Già nel maggio del 2023 il Surgeon General Vivek Murthy, la più alta autorità federale in materia di sanità pubblica, aveva espresso preoccupazioni sugli effetti nocivi dei social sulla salute mentale di bambini e adolescenti. Nell’ottobre successivo, i procuratori generali di 33 Stati americani, tra cui la California e New York, hanno fatto causa a Meta, la Big Tech di Marc Zuckerberg a cui fanno capo Facebook e Instagram, accusandola di aver deliberatamente progettato le sue piattaforme in modo da renderne i ragazzi dipendenti.
È della stessa opinione Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e docente presso l’Università degli Studi di Milano: «L’obiettivo dei social quando pensano ai loro utenti non è il servizio che forniscono loro ma come fare a tenerli il più possibile incollati allo schermo». Ciò è possibile grazie all’algoritmo, che profila ogni singolo utente in modo da «chiuderlo in una bolla che risponde perfettamente ai suoi bisogni», mostrandogli esattamente ciò che desidera vedere. Si tratta di una strategia, spiega Pellai, del tutto simile a «quello che facevano le multinazionali del tabacco negli anni Ottanta addizionando le sigarette con sostanze che aumentavano il potere della nicotina e quindi inducevano una dipendenza ancora maggiore. Oggi l’architettura dei social è gestita da specialisti della mente che aumentano gli stimoli dopaminergici, cioè tutti quei funzionamenti che in modo inconsapevole portano l’utente a trascorrere sempre più tempo nel mondo virtuale».
Come spiega Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, i social sono progettati in modo tale da creare dipendenza: «L’obiettivo delle piattaforme non è fornire un servizio all’utente ma tenerlo il più possibile incollato allo schermo». E sono proprio i minori a pagare le conseguenze maggiori.
Tutto ciò ha un impatto devastante sulla salute mentale dei più giovani. Uno dei disagi più diffusi è il senso di inadeguatezza che in molti adolescenti deriva dalle immagini di apparente perfezione alle quali sono quotidianamente esposti sui social. «Ogni giorno i ragazzi vedono vite e corpi perfetti, poi si guardano allo specchio e guardano la loro vita. Ecco che la vita che fanno e il corpo di cui sono dotati appaiono loro inadeguati rispetto a quei modelli». Un secondo aspetto da considerare, continua Pellai, è poi quello della dipendenza da social, che fa sì che la navigazione sulle piattaforme diventi una delle attività principali se non la principale della giornata. Da ciò deriva un ulteriore problema: «Quando un minore passa così tanto tempo sui social, non sta dentro la vita reale. Questo è un altro tema enorme per i soggetti in realtà evolutiva perché l’allenamento alla vita e l’acquisizione delle life skills non può avvenire nel mondo virtuale».
In questo modo, i ragazzi crescono con competenze socio-relazionali sempre meno sviluppate. Nei minori «disturbi comportamentali, disturbi dell’autoregolazione emotiva, disturbi specifici dell’apprendimento sono in crescita come mai prima d’ora. Non è possibile stabilire un nesso di causa effetto, ma certamente possiamo dire che la digitalizzazione e la virtualizzazione» delle vite di bambini e adolescenti «giocano un ruolo importante», conclude Pellai, che per questo ritiene necessario stabilire una soglia minima di 14 anni non solo per l’accesso ai social ma anche per l’utilizzo dello smartphone.
La crescita dei disturbi della salute mentale tra i giovani italiani è una realtà oggettiva che emerge con chiarezza anche da una recente indagine condotta da Unicef in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma. I dati, raccolti su un campione di 1500 ragazzi, mostrano come il 39% dei giovani nel nostro Paese soffra di sintomi riconducibili ad ansia e depressione. Nel 2019 la stessa Unicef aveva stimato che il 16,6% dei ragazzi italiani tra i 10 e i 19 anni soffrisse di problemi di salute mentale. Il peggioramento degli ultimi anni è per molti riconducibile agli effetti della pandemia, che ne ha generata un’altra, silenziosa, che colpisce la psiche.
Secondo Francesco Baglioni, direttore di Progetto Itaca, una rete di 17 associazioni presenti in tutta Italia il cui obiettivo è la promozione della cultura della salute mentale, il Covid ha avuto un duplice effetto. Da una parte la pandemia ha effettivamente portato a «una crescita dei disturbi d’ansia nella fascia 14-18 anni stimabile in un +30%», dall’altra «ha portato alla ribalta il tema, che rischia oggi di vivere una sovraesposizione e quindi di essere trattato con eccessiva leggerezza, in particolare sui social». Per questo l’associazione ha lanciato un progetto, Itaca Lab, destinato alla formazione dei content creator affinché essi possano «parlare di salute mentale nel modo giusto e non lanciare messaggi fraintendibili, non documentati o addirittura pericolosi».
Progetto Itaca promuove quotidianamente diverse attività destinate a persone affette da disturbi e patologie mentali, tra cui progetti di inclusione sociale e di avviamento al lavoro. Parallelamente, grande attenzione viene posta alla sensibilizzazione tra i ragazzi. Nel corso degli anni, spiega Baglioni, la fondazione ha raggiunto circa 10.000 studenti delle classi terze e quarte delle scuole superiori «per introdurre il tema della tutela della salute mentale, i fattori di rischio e quelli protettivi» e, cosa non meno importante, «come chiedere aiuto». Progetto Itaca ha recentemente lanciato un’ulteriore iniziativa destinata ai minori, la campagna “Disconnessione digitale”, il cui obiettivo è mettere in guardia i più giovani dai rischi legati alla dipendenza dai social.
Per Baglioni, infatti, un’eccessiva permanenza degli adolescenti sulle piattaforme rischia di «togliere significato, valore, dignità alla vita reale, che è il luogo dove si costruisce la personalità dei ragazzi». È sempre e solo nella vita reale che «si impara a conoscere chi si è e soprattutto si impara a gestire le frustrazioni, le sconfitte e le mancanze. Il fallimento sui social viene completamente negato mentre è un passaggio evolutivo fondamentale». Per questo «è importante che le nuove generazioni mantengano salda una vita nella vita reale, soprattutto una vita relazionale nella vita reale».
Le nuove minacce alla salute mentale dei ragazzi legate alla pervasività dei social non devono comunque far perdere di vista quelle più “tradizionali”, avverte Baglioni. Tra queste rientrano le dipendenze da alcol, droghe e psicofarmaci e i disturbi dell’alimentazione – anoressia, bulimia, ma anche consumo incontrollato di cibo – che, spesso, non sono altro che «una somatizzazione dell’ansia» tanto in crescita tra le nuove generazioni.
