Sangue, coltelli e violenza. Sembra un gioco da ragazzi e infatti lo è. Ma è una storia molto seria. La criminalità minorile in Italia negli ultimi dieci anni è cresciuta del 15%. E l’inizio del 2024 non sembra promettere un calo. Nel giro di neanche due settimane, tra gennaio e febbraio, i fatti di cronaca nera che vedono dei minorenni responsabili o indagati si sono accavallati, come fosse quasi normale. A Varese il 5 febbraio un diciassettenne ha accoltellato la sua professoressa. A Catania il 30 gennaio una ragazzina di 13 anni è stata stuprata e ha individuato come presunti responsabili un gruppo di sette ragazzi egiziani tra i 15 e i 19 anni, residenti in una comunità per migranti minorenni non accompagnati. In casi come questi, se si trattasse di adulti, le pene andrebbero scontate in carcere. Ma per i minorenni? Se è vero che la vita non è mai come nei film, allora le storie di questi ragazzi non sono come quelle di “Mare Fuori”.
Gli istituti penali minorili in Italia
Il primo vero carcere minorile italiano, il San Michele, aprì a Roma per volontà di papa Clemente IX nel 1703. Le leggi che regolano il trattamento giuridico dei minorenni arrivò solo nel 1859. Il primo Codice Penale minorile individuò come pienamente responsabile solo chi ha compiuto 21 anni, mentre dai 14 ai 21 anni le pene si ritenne giusto dovessero essere ridotte. Per i minori di 14 anni furono istituite delle “Case di custodia”. I giovani venivano comunque giudicati dai tribunali ordinari fino al 1934, quando sono stati introdotti i Tribunali per Minorenni composti da due giudici ordinari e due onorari (esperti di pedagogia o psicologia).
Le norme attualmente in vigore prevedono che si ricorra alla custodia cautelare o alla detenzione in un istituto penale solo in casi estremi ossia se il reato è punibile con l’ergastolo e il giovane è ritenuto pericoloso. Nel caso in cui il giudice ritenga che la violazione sia lieve e non a rischio di reiterazione può pronunciare una sentenza di non luogo a procedere. In altri casi, si può affidare il minorenne ai servizi minorili per lo svolgimento di un percorso rieducativo che mira al reinserimento sociale ed estingue il reato.
Secondo la legge si può essere detenuti in un Istituto Penale Minorile dai 14 anni, ma se si è incarcerati un giorno prima del compimento del diciottesimo anno d’età si può restare fino ai 25 anni. Dopo i 25 anni, se la pena non è ancora estinta, si è trasferiti in un carcere ordinario. Al di sotto dei 14 anni si applicano invece la libertà vigilata o la permanenza in comunità apposite.
Sull’onda di un gravissimo fatto di cronaca avvenuto a Caivano a fine agosto 2023 – che ha visto coinvolti minorenni sia come vittime che come responsabili – il governo Meloni ha proposto un piano urgente di misure al contrasto della criminalità e del disagio giovanile. Il decreto Caivano, entrato in vigore nel novembre 2023, inasprisce le pene per alcuni reati ed estende ai minori alcuni provvedimenti. Ad esempio, viene consentita l’applicazione del divieto di accesso ad alcune zone (DASPO urbano) anche ai minorenni, soprattutto in caso di condanne per spaccio. Inoltre, il giudice può vietare il possesso e l’uso di telefoni cellulari e si abbassa la pena massima per procedere con la custodia cautelare.
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Gli IPM italiani sono 17, di cui dieci tra Sud e isole. Sono tutte strutture o maschili o miste. La popolazione carceraria minorile ha diverse particolarità. Innanzitutto, non è solo “minorile”: infatti, nel primo mese del 2024 i detenuti maggiorenni erano quasi il 40%, 207 a fronte di 309 minorenni. In secondo luogo, la maggior parte delle permanenze negli istituti non sono dovute ad una pena definitiva, ma ad una custodia cautelare. Sui 516 giovani in IPM nel primo mese dell’anno, 190 erano in attesa di primo giudizio. I condannati in via definitiva, invece, erano 159. Questo dato è ancor più evidente nel caso dei soli minorenni, con 151 in custodia cautelare e trentatré con sentenze definitive su un totale di 309 detenuti. Alcuni IPM, come quello di Roma e di Potenza, i carcerati maggiorenni superano persino i minori di 18 anni. Altra caratteristica sono i delitti a carico dei giovani: generalmente si crede che si tratti soprattutto di reati violenti. In realtà, dagli ingressi effettuati nel 2024, la maggior parte, più della metà, erano reati contro il patrimonio come furti e rapine. Meno di un quarto di essi erano, invece, delitti contro la persona.
Infine, va notata la composizione dal punto di vista della provenienza. In alcuni anni la popolazione carceraria è in prevalenza straniera. I detenuti stranieri presenti negli istituti all’inizio dell’anno, ad esempio, erano 266 contro i 250 italiani. In particolare, questo è evidente se si osservano solo i minorenni: a fronte di 134 italiani si trovano 175 stranieri. Molti di questi ragazzi sono MSNA. Questa sigla così piena di consonanti indica i minori stranieri non accompagnati, cioé tutti quei ragazzi e quelle ragazze che arrivano da soli in un Paese sconosciuto, senza saperne nemmeno la lingua.
S., un educatore che si occupa di MSNA, ne ha visti tanti, spinti dai genitori a partire, spesso molto piccoli, «con desideri e sogni, con la prospettiva di guadagnare dei soldi per la famiglia» e con la speranza di trovare lavoro subito. Invece, giunti qui, si trovano persi, senza punti di riferimento. A molti di loro non viene insegnato l’italiano o, per i più grandi, vengono offerti corsi per l’inserimento al lavoro. Anche in alcune comunità di accoglienza spesso non ci sono presidi educativi e i ragazzi sono abbandonati a loro stessi. «Alcuni centri sono solo dormitori: i ragazzi stanno per strada a delinquere per recuperare qualche soldo da mandare alla famiglia o per comprarsi da mangiare o dei vestiti. Non vengono inseriti subito in un contesto che li accolga». Ecco forse spiegato quel numero così grande di giovani stranieri nelle carceri, così sproporzionato rispetto alla percentuale di migranti liberi presente sul suolo italiano.
S. spiega che collabora con il carcere minorile grazie ad un progetto del Ministero dell’Interno, che ha «riconosciuto il bisogno di azioni dirette ai minori stranieri non accompagnati per tutelare il loro percorso di crescita». È un lavoro difficile: alcuni dei ragazzi scappano dalle comunità perché sentono la pressione da parte della famiglia di inviare loro denaro, di adempiere a quel «mandato» loro imposto. Non hanno punti di riferimento come la scuola o un contesto familiare stabile e vicino. Soprattutto, «sono impauriti e non hanno fiducia negli adulti, perché sono gli adulti che li hanno spinti a partire, con aspettative non vere».
Milano: il carcere minorile Beccaria
L’IPM della regione Lombardia è il Cesare Beccaria di Milano, nel quartiere Bisceglie. Da qui sono passati in tanti dall’inizio della sua storia negli anni Cinquanta. Nel 1958 persino Renato Vallanzasca, all’epoca un bambino di otto anni, vi ha trascorso due giorni per aver liberato una tigre da un circo. Dopo il delitto di Novi Ligure del 2001, Erika de Nardo sconterà qui una parte della pena. Sarà però tra le ultime detenute, perché nel 2008 l’ala femminile venne chiusa e le sue ospiti trasferite in Toscana, nel carcere femminile di Pontremoli. Inizieranno i lavori di ristrutturazione che, tra vari problemi di assegnazione degli appalti, proseguiranno fino al 2023. Per quindici anni l’istituto resterà a capienza limitata, ospitando meno di 40 ragazzi. Ora, grazie anche alle ulteriori ristrutturazioni del 2017 è diventato il più grande carcere minorile d’Italia con 70 detenuti presenti in media al giorno. La maggior parte di loro ha tra i 16 e i 18 anni (46 al 31 gennaio scorso), mentre i maggiorenni sono 18. Fino all’inizio dei lavori l’Istituto era considerato tra i migliori d’Italia e un modello per la giustizia minorile. Poi, tra cantieri e carenza di personale, la qualità comincia a calare.
Due casi hanno colpito l’opinione pubblica in particolare negli ultimi anni. Nell’agosto 2022 un sedicenne ha denunciato di aver subito violenze sessuali e torture da parte di tre detenuti che lo avrebbero legato ad una finestra approfittando di un cambio turno degli agenti. Poi, nel dicembre dello stesso anno, a Natale, sette ragazzi, di cui tre maggiorenni, sono evasi dalla struttura. Si sarebbero aperti un varco nella recinzione del cantiere, dopo aver distratto il sorvegliante. Nell’arco di quattro giorni sono stati tutti rintracciati e ricondotti nel carcere, ma nel frattempo alcuni detenuti avevano scatenato una protesta, presto domata, con tanto di roghi nelle celle e aggressioni agli agenti. In quest’occasione, il cappellano don Gino Rigoldi aveva invitato le istituzioni a dedicare maggior attenzione alle problematiche che affliggevano la struttura, al momento priva di un direttore. Di sicuro c’è che i ragazzi si sono trovati in alcuni momenti privi di sorveglianza, per mancanza di personale e fondi, ma anche forse per il prolungarsi dei lavori di ristrutturazione, che hanno permesso di aprirsi un varco verso l’esterno.
Il ruolo degli educatori è fondamentale: devono agire da mediatori e «facilitatori, per evitare che nascano liti e violenza», sottolinea S., uno di loro che accetta di parlarci in anonimato. Ricorda anche le reazioni dei giovani quando fatti del genere accadono in altri istituti, come i ragazzi ne risentano e anche come li «subiscano». All’interno del carcere convivono diverse realtà educative: nell’istituto di Milano operano sei educatori ministeriali (incaricati dopo il superamento di un concorso), quattro assegnati dal Comune e circa 14 provenienti da associazioni esterne in collaborazione. Questi ultimi rappresentano il “terzo settore” e sostengono le figure di nomina statale, regionale e comunale grazie a progetti con finanziamenti ministeriali o esterni. Come ci racconta uno di questi operatori, gli educatori vivono la quotidianità con i giovani detenuti: dai momenti sereni e stimolanti come le attività di laboratorio, al dolore e alle lacrime prima e dopo le udienze. Con loro mangiano, fanno sport e poi, in base ai progetti, i ragazzi imparano le basi della musica, preparano dolci, scoprono i segreti dei circuiti elettrici e della falegnameria. L’obiettivo è mostrare loro «una vita diversa perché il periodo di detenzione dovrebbe essere rieducativo, per scoprire nuove cose e nuove qualità e sperimentare un nuovo percorso». Purtroppo non sempre ci si riesce. L’educatore S. lo dice con rammarico, «anche per la mancanza di fondi e per i lunghi tempi della giustizia che appesantiscono e fanno pensare ai ragazzi che il percorso rieducativo non valga più la pena». Si sente la soddisfazione nella sua voce, invece, quando parla dei successi, e di chi con orgoglio dice: “Mi è servito, ho imparato qualcosa”.
Il Beccaria visto da una volontaria
«Sono una ragazza qualsiasi: entro in un istituto penale e sto in una stanza con 10-15 – un tempo erano anche venti – ragazzi che non sono ammanettati, né vestiti con tute arancioni». Maria Vittoria Zanrè, 21 anni, studia psicologia. Da quasi un anno e mezzo fa volontariato al Beccaria con l’associazione Sesta Opera di cui è coordinatrice. Va lì almeno due volte a settimana e per i ragazzi è diventata un volto noto. «Mi sono affezionata ai detenuti, anche se cambiano spesso, e mi sono affezionata al Beccaria come luogo». Ogni associazione che opera all’interno del carcere si autogestisce: «Noi come Sesta Opera organizziamo le cene del lunedì, martedì e mercoledì. Dalle 18 alle 20 si va in IPM, si cena insieme e dopo c’è l’ora di socialità». Per Maria Vittoria, andare al Beccaria «è una cosa molto normale: lì dentro non ho mai provato paura. Non ho mai sentito delle differenze tra me e questi ragazzi: per me queste due ore trascorrono facendo chiacchiere con giovani quasi amici». Poi, con chi è disponibile, ogni venerdì dalle 9 alle 12 si fa il laboratorio di falegnameria. « Come volontari, inoltre, ci occupiamo della spesa dei detenuti, perché i ragazzi hanno un budget dato dall’IPM per acquistare quello che vogliono per la spesa: dalle sigarette agli shampoo agli snack».
Maria Vittoria racconta che c’è un rapporto molto intimo anche con gli educatori, le figure specializzate che si occupano dei ragazzi, e si cerca di cooperare. «In realtà, il Beccaria funziona molto bene», dice con franchezza. «Magari ci si potrebbe aspettare un ambiente dove c’è giudizio, dove c’è cattiveria, ma non è così. Per esempio, a casa mia se qualcuno sta servendo in tavola, ma tu hai fame, inizi a soffiare sul piatto, ad assaggiare. Lì per cena, se i ragazzi non sono tutti presenti, non ci si siede neanche». Chiaramente «le dinamiche sono comunque le dinamiche di un carcere cioè di persone che sono in stato di sofferenza grave e soprattutto che hanno un senso della gerarchia molto forte perché sono abituate alla vita per strada. Li vige la regola non scritta del mors tua vita mea». Secondo Maria Vittoria i problemi insorgono proprio quando nei gruppi (sono cinque composti da circa 10-15 ragazzi, ndr.) non si instaura un equilibrio. «E’ lì si verificano gli abusi. Direi che sono all’ordine del giorno perché con abuso si intende anche, banalmente, un furto di vestiti. O anche l’imporsi malamente, sull’altro fino alle violenze peggiori. C’è cattiveria, ma deriva dalla condizione di cattività. Presi uno per uno, nessuno di questi ragazzi è cattivo per sé».
Per quello che riguarda gli abusi, i più gravi sono di natura sessuale. Un’altra pratica comune è chiamata in gergo “la terapia”. «I ragazzi accumulano psicofarmaci che richiedono alle infermerie e poi li somministrano forzatamente e nascostamente nel cibo alla “vittima” predestinata. Queste cose possono accadere e non sempre possono essere controllate. Chi sorveglia non riesce a intervenire per molti motivi: se i ragazzi si autogestiscono c’è meno lavoro per chi è preposto alla sorveglianza». Si tratta comunque di episodi rari, mentre più frequenti sono gli abusi che riguardano i comportamenti violenti e di emarginazione.
Maria Vittoria sottolinea che «l’istituto è anche la casa degli agenti e non solo dei ragazzi. Così come non esistono ragazzi cattivi, non esistono neanche poliziotti cattivi. Al Beccaria ci sono agenti molto giovani, quasi coetanei dei detenuti e ci sono stati degli episodi veramente toccanti dove vedi il rapporto umano che si instaura tra loro. So dai ragazzi che gli agenti passano le nottate svegli a parlare con loro quando hanno attacchi di panico». In diversi casi si può parlare di un rapporto di complicità e, probabilmente, è anche grazie a questo impegno comune che, «rispetto a tanti altri istituti penali minorili italiani, le cose al Beccaria vanno abbastanza bene».
Per quel che riguarda la maggioranza di ragazzi stranieri, Maria Vittoria racconta che la composizione etnica dei detenuti è variegata. Circa un terzo proviene dal Nordafricana, un terzo è composto da italiani e un terzo viene dall’Est Europa e dai Balcani. Quando ho iniziato, ho incontrato un italiano dopo due mesi». Molti di questi ragazzi sono minori stranieri non accompagnati, arrivati in Italia sui barconi attraverso la rotta libica. «Non sappiamo nemmeno come contattare i genitori: sono situazioni veramente tragiche». È difficile anche risalire alla vera età dei ragazzi perché «quando arrivano in Italia si autodenunciano come minorenni: così, se vengono fermati, evitano il carcere. Ci sono anche tanti maggiorenni: il più grande che ho incontrato aveva 22 anni. Per la mia esperienza l’età media è sui 17 anni».
Alcuni ragazzi vengono accolti dalla comunità Kairos, una associazione fondata da don Claudio Burgio a Milano che accoglie giovani con procedimenti penali, dove «vengono accompagnati verso una vita migliore, più umana». Per Maria Vittoria il vero problema del carcere minorile Beccaria sta nel fatto che «il sistema originale andrebbe revisionato. Il servizio di supporto psicologico è troppo burocratizzato e non è strutturato per sostenere incontri frequenti : raramente si riesce a intraprendere precorsi riabilitativi completi, nonostante la buona volontà dei professionisti». In ogni caso, per la volontaria, «il Beccaria funziona: basti pensare che i ragazzi si chiamano per nome».
Educare dentro e fuori
A Silvana brillano gli occhi quando parla dei “suoi” ragazzi perché sono riusciti a cambiarle la vita. Silvana è stata per 15 anni un’educatrice in questo Ipm, anche se da due anni non frequenta più l’istituto. Ha di certo avuto modo di conoscerne a fondo le dinamiche.
L’obiettivo è per lei « lavorare insieme al ragazzo sulle attitudini. I detenuti arrivano e dicono: “Non sono capace di fare niente”. Invece, attraverso i laboratori si mettono in gioco e rivelano un potenziale che non hanno mai potuto sperimentare all’esterno» . Silvana nota che «i ragazzi fuori si misurano solo ed esclusivamente con la scuola e quando arrivano al Beccaria non hanno neanche finito le superiori. Molti neanche scuole medie. E, se sono ragazzi che hanno avuto delle difficoltà, hanno sperimentato il fallimento. Le figure all’interno dell’IPM cercano di lavorare per fare leva sull’esperienza del fallimento solo come qualcosa di previsto, per non generare inutile frustrazione». In più, se i ragazzi hanno disturbi dell’attenzione e iperattività, i genitori non “vedono” i figli, in una società che non fornisce strumenti adeguati. Si tratta spesso di adulti che «hanno abdicato al loro ruolo» di fronte alle chiusure di giovani pervasi da un senso di precarietà, molto comune soprattutto dopo l’esperienza «penalizzante del Covid».
I ricordi più belli per Silvana sono legati al laboratorio di teatro; all’entusiasmo e al senso di collaborazione che vedeva tra i partecipanti. «Se trovano un senso da dare alle cose che fanno, le comprendono, si sentono protagonisti e si impegnano». Bisogna fare muovere i detenuti minorenni al di fuori delle situazioni che conoscono e che li hanno condotti in istituto per renderli consapevoli di quanto fatto e delle possibilità future.
In particolare, l’educatrice ricorda le parole di un ragazzo: «Non so se smetterò di fare rapine, una volta uscito da qui. Sono convinto che è davvero a una delle poche cose che so fare. Ma non sarà più come prima, perché adesso io non potrò non tenere presente, come mi dici tu, che dentro una banca un negozio o una casa ci sono delle mogli, delle madri, delle sorelle, dei padri e dei figli». In mancanza di un cambiamento totale, c’è però la consapevolezza e il riconoscimento dell’altro come individuo. È il primo passo di un lungo percorso. Un viaggio al quale bisogna credere. E Silvana crede nella funzione rieducativa del carcere. Per questo, dice, «non dovete date retta a chi dice: chiudiamoli dentro e buttiamo via la chiave».