Alle 13 in punto è iniziata la seconda sessione della Corte Internazionale del’Aja, organo giudiziario delle Nazioni Unite che ha sede nei Paesi Bassi. I giudici si sono pronunciati in merito alle accuse presentate dallo Stato del Sudafrica nei confronti di Israele. Joan Donoghue – presidente della CIG – ha enunciato la sentenza. Nell’incipit ha sottolineato come sia stato l’attacco condotto da Hamas del 7 ottobre a determinare l’avvio dell’operazione militare perpetrata dallo Stato ebraico nella Striscia di Gaza ma ha altresì evidenziato che la controffensiva ha causato massicce vittime civili, il dislocamento forzato della maggioranza della popolazione di Gaza nonché la distruzione del sistema infrastrutturale. “La corte è profondamente consapevole della portata della tragedia umana che si sta svolgendo nella regione ed è profondamente preoccupata per la continua perdita di vite umane”, ha proseguito.

Sulla base delle accuse mosse dallo Stato del Sudafrica verso Israele, relative alla conduzione dell’operazione militare e al conseguente odio che questa ha alimentato, la corte ha determinato la possibile esistenza di una serie di violazioni che rientrano nelle disposizioni della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948). Il popolo palestinese ha il diritto ad essere protetto da atti che rientrano nella definizione contenuta nel documento e per questa ragione la corte ha respinto la richiesta di Israele di archiviare il caso sottoposto alla sua attenzione. Il giudice ha quindi attribuito alla corte la giurisdizione per pronunciarsi sulla questione: “Gli eventi che si sono verificati nelle scorse sei settimane, hanno illustrato che Israele ha operato contro i suoi obblighi derivanti dall’applicazione della Convenzione”.

Dopo aver riportato all’attenzione della Corte il contenuto degli articoli 1 e 2 della Convenzione – su cui essa si fonda -, il presidente ha ordinato allo Stato di Israele di adottare misure per prevenire e punire atti di genocidio e atti di incitamento al genocidio da parte dei cittadini israeliani nei confronti del popolo palestinese; consentire e non ostacolare l’ingresso degli aiuti umanitari ed impedire la distruzione di prove che potrebbero essere usate nel processo sul presunto genocidio. Lo Stato ebraico deve inoltre provare di aver applicato tali misure, presentandosi davanti alla corte tra un mese esatto.

Durante la pronuncia è stato citato il coordinatore dei soccorsi d’emergenza delle Nazioni Unite Martin Griffiths che ha affermato che “Gaza è diventata un luogo di morte e disperazione“. Il giudice ha quindi evidenziato che a Gaza 1,7 milioni di persone sono sfollate e che la Striscia è diventata “inabitabile” ma ha anche osservato che i numeri che vengono riportati non possono  essere verificati in modo indipendente.

La Corte ha quindi ordinato ad Israele di prendere più misure per proteggere i civili ma non ha ordinato di porre fine alle operazioni militari nonostante si sia espressa a favore del Sudafrica sulle misure preventive da adottare prima della sentenza finale per cui ci vorranno mesi, se non anni. È importante ricordare che la sentenza emessa dalla Corte non riguarda l’accusa di genocidio ma l’applicazione di misure provvisorie. Pur avendo la sentenza valore giuridico vincolante, non esiste ad oggi un organo a cui spetta farla applicare.

Nonostante la speranza del mondo arabo fosse una pronuncia su un cessate il fuoco permanente, Riyad al-Maliki, ministro degli esteri dell’Autorità nazionale palestinese, ha commentato e accolto con favore l’esito della prima sentenza dicendo che questo è “un promemoria importante perché nessuno Stato è al di sopra della legge”.

Non ha tardato neppure la dichiarazione del Sudafrica che ha accolto positivamente le misure provvisorie adottat, nonostante non fossero quelle richieste, e ha detto che ritiene la pronuncia della corte una vittoria per lo stato di diritto internazionale perchè la sentenza ha segnato una pietra miliare per la giustizia per il popolo palestinese.

Dall’altro lato della medaglia lo Stato di Israele. Il ministro della sicurezza nazionale, andando contro l’indicazione di Benjamin Netanyahu, secondo cui tutti gli esponenti politici avrebbero dovuto attendere la resa pubblica della posizione ufficiale del Paese, Itamar Ben Gvir ha definito la Corte dell’Aja “antisemita” sostenendo che la pronuncia del giudice “dimostra ciò che era noto da tempo: il tribunale non cerca giustizia”.

È arrivato immediatamente dopo il commento del primo ministro Netanyahu : “L‘affermazione che Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi non è solo falsa, è oltraggiosa e la volontà della Corte di discuterne è un segno di vergogna che non sarà cancellato per generazioni”.

Seconso i piu’, oggi la Corte Internazionale di giustizia ha compiuto un piccolo grande passo per la giustizia di un popolo oppresso, modello globale per tutti i popoli oppressi del mondo.