Vagare per San Siro in una mattina di dicembre significa sperimentare la mancanza. L’assenza ingombrante di qualcosa di indefinito. Un vuoto che è un po’ viene da fuori e un po’ lo si ha già dentro. É una percezione che scende giù dalle cime dei palazzi piastrellati e scorre fino a incastrarsi nelle suole delle scarpe. Finisce che poi te lo porti in giro. Non si vedono le lucine per strada, né sui balconi. I negozi sono pochi e ben mimetizzati nel cemento delle strade. Parlare con le poche persone che si incontrano per strada, aumenta il sentimento di abbandono. Tandir fa l’ambulante e il Natale lo passerà a vagare per la città. Andrà a vedere il Duomo e Parco Sempione. Non ci va mai. Non ha nessuno con cui andarci. Lo stesso vale per Shumon, che vive da mesi tra divani di conoscenti e comunità di accoglienza: «Non c’è casa, non c’è amico».
Tandir fa l’ambulante e il Natale lo passerà a vagare per la città. Andrà a vedere il Duomo e Parco Sempione. Non ci va mai. Non ha nessuno con cui andarci. Lo stesso vale per Shumon, che vive da mesi tra divani di conoscenti e comunità di accoglienza: «Non c’è casa, non c’è amico».
Eppure, per Fatima, il Natale è un periodo che ha «qualcosa di fantastico». Fatima è incinta al nono mese e sta andando a comprare i regali per le maestre dei suoi figli. «Mamma, mi regali la playstation?» è la domanda che si sente rivolgere da mesi. Sorride. Per i bambini questo è un momento felice, di attesa, di festa. É bello, però, col passare degli anni «aumenta la mia nostalgia». Il Natale è diventata una festa per bambini. Manuela, che è già nonna, lo passerà con tutta la famiglia. I regali, però, solo per i nipoti, non per gli adulti. Lei fa la panettiera poco oltre piazzale Segesta. Vive in zona da oltre 35 anni: «Tutti mi conoscono, chiedi di Manuela del panificio». Secondo Manuela, «il Natale è cambiato tantissimo: prima era una gioia, ora la gente è cambiata. Anche di testa, è triste. Molto triste».
Giovanna crede che le cose siano cambiate in questo modo anche per una questione economica. Giovanna lavora al mercato di via Osoppo, limite estremo di San Siro tra piazzale Brescia e via Rubens. É la prima striscia di città di questa zona in cui si incontrano delle persone in giro. Giovanna vende articoli regalo e per la casa, a tema natalizio. «Rosso purissimo. Venga, signora, guardi!» dice, agitando le federe. Ma tanta gente, anche al mercato, viene solo per guardare. Si tratta anche per un euro o cinquanta centesimi di sconto. «Tutto si riduce ai soldi, all’avarizia» commenta Giovanna con sguardo spento. Anche per Shalo, che vende fiori in piazzale Lotto da quindici anni, il lavoro è la prima cosa a cui pensare se si parla di Natale. «Quando arrivano da me fanno tutti i tirchi». Lui sta lì fuori, nel nulla, tutti i giorni, 25 dicembre compreso. Sia mai che qualcuno passi. Non ha più una famiglia e stenta a pagare l’affitto. Intorno a lui non c’è aria di festa, ma solo bar con cartelli con le scritte “non si fa più credito” in penna blu. Solo foglie che non si capisce bene che ci facciano ancora lì attaccate su rami. Solo freddo e cemento. Fa bene Shalo a pensare che «Natale è già morto».