L’attenzione del mondo, da più di cento giorni, è concentrata sull’Ucraina. Le conseguenze umanitarie, economiche e politiche dell’invasione russa sono al centro di dibattiti, di riunioni delle più alte istituzioni occidentali e di piani per la futura politica energetica dell’Europa. Proprio il desiderio di emanciparsi da Mosca, almeno per quanto riguarda il petrolio, potrebbe essere la causa del rinnovato impegno diplomatico dell’Ue nel Caucaso, con l’obiettivo di arrivare ad una pace duratura tra Armenia ed Azerbaijan.

LA STORIA DEL NAGORNO KARABAKH: DAL 1992 AL 2020

È dagli anni ’90 che i due Paesi si contendono la regione del Nagorno Karabakh, territorio di confine formalmente azero ma abitato principalmente da armeni. L’Unione Sovietica, dopo la conquista del Caucaso nel 1921, assegna la regione alla Rss Azera, ufficializzandone lo status di oblast’ autonomo nel ’23. La questione rimane sopita fino al 1988 quando, a seguito della galsnost’ di Gorbachev, il soviet autonomo del Karabakh vota un testo per unificarsi con l’Armenia. A questa decisione seguono una serie di atti violenti e pogrom da parte di bande armate di entrambe le etnie, che spingono l’autorità sovietica ad inviare truppe con il compito di stabilizzare la situazione.

Il punto di svolta, nelle relazioni tra i due Paesi, si verifica nel settembre del 1991, quando l’Azerbaijan vota per lasciare l’Unione Sovietica. Pochi giorni dopo, le autorità del Nagorno Karabakh decidono di creare un’entità statuale autonoma e filo-armena, la repubblica dell’Artsakh, la cui proclamazione ufficiale avviene il 6 gennaio 1992. Il 31 dello stesso mese, gli azeri danno inizio alla guerra.

Da trent’anni, Armenia e Azerbaijan si contendono il Nagorno Karabakh. Dopo tre guerre e migliaia di morti, Baku è riuscita a stabilire il suo predominio sulla regione.

La comunità internazionale, a pochi mesi dallo scoppio delle ostilità, prova a porvi un freno con la creazione del Gruppo di Minsk, una struttura di lavoro composta da Francia, Russia e Stati Uniti, con delegati di alti Paesi tra cui l’Italia, la Turchia, la Bielorussia e, ovviamente, rappresentanti dei due Stati coinvolti nel conflitto. Questa iniziativa non riesce ad arrestare i combattimenti, che proseguono fino al 1994, quando Mosca riesce a mediare un cessate il fuoco. La vittoria arride all’Armenia e all’Artsakh, che riescono ad occupare tutto il Nagorno Karabakh.

Nonostante gli accordi, schermaglie e piccoli scontri continuano ad insanguinare la frontiera, fino all’escalation del 2016. Nella cosiddetta “guerra dei quattro giorni”, gli azeri attaccano e conquistano alcuni lembi del territorio del Karabakh. La Russia, di nuovo, riesce a mediare un cessate il fuoco, con l’appoggio degli Stati Uniti.

La situazione rimane stabile fino al 2020, quando una serie di esercitazioni militari e di scontri al confine sfociano in un nuovo conflitto, che inizia ufficialmente il 27 settembre. Questa guerra vede il completo ribaltamento delle posizioni: le truppe dell’Azerbaijan riescono ad occupare vaste porzioni di territorio, dimostrando la superiorità economica e militare di Baku. In particolare, i droni di fabbricazione turca e israeliana si rivelano fondamentali per distruggere le postazioni fortificate e i carri armati armeni. Il conflitto termina dopo quarantaquattro giorni, grazie alla firma di un accordo di cessate il fuoco trilaterale tra Azerbaijan, Armenia e Russia, che invia un contingente di circa 2mila uomini come garanzia del mantenimento della pace.

A seguito della sconfitta, la repubblica dell’Artsakh si vede privata di tutti i territori ottenuti durante il conflitto del 1992-1994 e di alcune regioni facenti parte dell’oblast’ autonomo di epoca sovietica. La nuova linea di contatto attraversa zone abitate e la distanza che separa le postazioni dei due eserciti passa da un massimo di centro metri ad un minimo di appena trenta. Il contingente russo presidia le strade più importanti che attraversano il Nagorno Karabakh e congiungono questa regione all’Armenia, in particolare nel cosiddetto “corridoio di Lachin”, unica via di collegamento diretto.

IL FUTURO DELLA REGIONE

Dal novembre 2020, non si sono verificati altri eventi militari rilevanti. Continuano le scaramucce lungo il confine che, dalla data del cessate il fuoco, hanno provocato almeno 237 tra morti e feriti (dati dell’International crisis group). Nonostante le continue tensioni, i due Paesi sembrano aver mosso i primi, timidi passi verso un processo di pace, grazie alla mediazione dell’Unione Europea. I leader di Armenia e Azerbaijan si sono incontrati tre volte e, nonostante la recente azione ostile delle truppe di Baku che, il 24 maggio, hanno occupato alcuni villaggi dell’Artsakh, sembrano intenzionati a raggiungere un accordo definitivo sul Nagorno Karabakh. La strada da percorrere, però, è ancora molto lunga.

La posizione dell’Armenia è molto precaria. Inferiorità militare, disordini interni e una Russia sempre più lontana sono tutti fattori che rischiano di compromettere definitivamente la presa di Yerevan sulla regione.

«Rimangono ancora molti aspetti da definire, omessi dal cessate il fuoco del 2020» spiega Lorenzo Riggi, ricercatore del Centro studi Geopolitica.info «Il punto fondamentale è capire lo status futuro del Nagorno Karabakh, elemento omesso dall’accordo per raggiungere rapidamente una tregua. A seguito dell’ultima guerra, molti territori sono stati ceduti all’Azerbaijan, ma non si è discusso di un reintegro della regione con Baku o di una sua eventuale autonomia o indipendenza».

Abbiamo realizzato una visualizzazione dei dati sulle vittime. La potete consultare qui

L’Armenia, inoltre, si trova in una posizione di assoluta inferiorità. Come sottolineato da Aldo Ferrari, docente dell’Università Ca’Foscari di Venezia e capo del programma Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Ispi, «le trattative dipendono anche dall’accresciuta consapevolezza dell’Armenia di essere ormai incapace di mantenere le sue aspettative sul Karabakh. Inoltre, il premier Nikol Pashinyan si trova in una posizione delicatissima, perché viene accusato da buona parte del paese di cedere in maniera troppo facile alle richieste azere, senza mostrare abbastanza resistenza». In particolare, le affermazioni del premier, secondo cui la comunità internazionale si aspetta un ridimensionamento delle pretese territoriali armene sul Karabakh, ha generato una nuova ondata di proteste nel Paese.

La tenuta del governo, però, non sarebbe a rischio. Nonostante la capitale Yerevan sia teatro di numerose manifestazioni fin dal termine della guerra e, nel 2021, il timore di un colpo di Stato militare abbia portato a numerosi arresti nella polizia e nelle forze armate, Pashinyan gode ancora del supporto della maggioranza dei suoi concittadini. Vi sono frange della popolazione con visioni più nazionaliste, legate all’importanza del Karabakh per la storia del Paese ma, secondo Aldo Ferrari, non rappresenterebbero un problema per il governo. Di diverso parere è Lorenzo Riggi, secondo cui il rischio di un rovesciamento è molto concreto. Ad oggi, però, le proteste sembrano non essere un pericolo per le trattative di pace.

L’Armenia deve fare i conti anche con la sua situazione militare. L’Azerbaijan, infatti, ha un indiscutibile vantaggio economico e, grazie all’esportazioni di materie prime e al supporto turco, ha potuto finanziare la costruzione di un esercito moderno e ben armato. «L’Armenia non ha queste risorse. C’è stata e vi è tutt’ora una spinta per recuperare il divario con l’avversario, ma sarà un processo lungo» commenta il dottor Riggi «L’impossibilità di avere sostegno economico adeguato impedisce a Yerevan l’accesso a determinate tecnologie dirimenti in un eventuale nuovo conflitto, in particolare quelle che potrebbero contrastare i droni o offrire difesa aerea integrata oppure capacità aeree simili a quelle azere».

La guerra in Ucraina, ovviamente, ha toccato anche questa regione, con conseguenze preoccupanti per l’Armenia. «La Russia è distratta dal conflitto. Ha anche ritirato parte del contingente che aveva schierato nel Karabakh, perché è in una situazione in cui il suo ruolo nel Caucaso è diventato un obiettivo secondario» osserva il professor Ferrari, secondo cui, in caso di un ritiro totale del contingente russo, l’Azerbaijan potrebbe sfruttare la situazione a proprio vantaggio, con un attivismo che metterebbe a rischio, entro certi limiti, la vivibilità stessa della Repubblica armena. Considerazioni, queste, condivise da Lorenzo Riggi: «Se i russi fossero costretti a ritirarsi per necessità di avere maggiori uomini su altri fronti, la situazione sarebbe di nuovo incandescente, perché gli azeri manterrebbero comunque una capacità militare superiore a quella armena e, con la possibilità di ottenere nuovi vantaggi, nulla ci fa pensare che potrebbero non farlo».

Il futuro del Caucaso, dunque, rimane quanto mai incerto. I colloqui di pace, sotto l’egida dell’Ue, potrebbero essere l’inizio della risoluzione di una contesa territoriale che, ormai, prosegue da trent’anni. La schiacciante superiorità dell’Azerbaijan e l’impegno russo in Ucraina, però, sono due fattori che potrebbero vanificare le trattative e complicare ulteriormente la posizione già precaria dell’Armenia, oltre a mettere a rischio la sopravvivenza stessa della repubblica dell’Artsakh.