In origine, sarebbe dovuto essere “Sanremo non ci ha insegnato nulla”, ma non avevamo voglia di scrivere un lungo j’accuse. A dire la verità ci hanno pensato in parte Marco Mengoni e Filippo Scotti, leggendo ancora una volta i commenti degli haters sui social. Pratica, questa, già adottata nella seconda serata dalla conduttrice – il termine co-conduttrice credo non abbia molto senso – Lorena Cesarini. Il monologo dell’attrice afro-discendente era stato lungo, ma l’emozione e le sue lacrime l’hanno fatto apparire quasi improvvisato, più vero.
Poi era stato il turno di Drusilla Foer: il suo elogio dell’unicità ha raccolto più consensi del tentativo satirico di Checco Zalone. La calma rassicurante ha sortito un maggiore effetto delle canzoni parodistiche del comico pugliese. O forse si tratta dell’esatto contrario? Non si dice che la satira funziona quando punge e genera una divisione tra chi ride e chi si indigna? Il problema, in questo caso, è che è avvenuto l’esatto opposto di ciò che comunemente dovrebbe succedere: ad indignarsi sono stati coloro che, nelle intenzioni iniziali dello spettacolo, avrebbero dovuto essere in qualche modo difesi.
Tutto liscio per Maria Chiara Giannetta. Come ha scritto in Etica e disabilità (2017, Morcellana) Flavia Monceri, il termine disabilità implica in sé un giudizio di valore nel definire qualcuno come “non abile”. Il merito di Blanca e dell’attrice che la interpreta sta nel mostrare l’altra faccia della medaglia: cosa c’è oltre l’intralcio (o impairment per dirla all’inglese). Maria Chiaria Giannetta sul palco dell’Ariston, infatti, ha messo in luce le abilità dei suoi “guardiani”, raccontando il proprio processo di immedesimazione nel personaggio della serie Tv ed elogiando anche il coraggio di chiedere aiuto.
E allora dove sta il problema? Tutto bello e inclusivo, no? L’articolo potrebbe concludersi qui: il quorum delle 1800 battute è stato raggiunto e si potrebbe volare via con leggerezza, che non vuol dire superficialità. Eppure Sanremo qualcosa non ce l’ha insegnato, o meglio, ci ha provato ma non ci è riuscito. Avrà ragione Tahar Ben Jelloun, quando scrive che da certe cose non si guarisce.
Grignani è sceso dalle scale dell’Ariston con la voglia di riprendersi quello che negli ultimi anni aveva perso: l’ha fatto da artista rock ed è stato capace di trasmettere un messaggio che andasse oltre le note e le parole del testo.
Venerdì sera, durante la serata delle cover, è tornato a calcare un palco Gianluca Grignani, duettando con Irama sulle note de La mia storia tra le dita. Nella giornata di giovedì già si vociferava di un litigio, di un Irama terrorizzato dall’imprevedibilità del suo compagno, quasi dando per scontato che qualcosa sarebbe accaduto. Invece Grignani è sceso dalle scale dell’Ariston con la voglia di riprendersi quello che negli ultimi anni aveva perso: l’ha fatto da artista rock, dando una nuova interpretazione alla sua canzone, recitando alcuni versi anziché cantarli, e cercando di colmare la mancanza di affetto correndo tra il pubblico. Non è bastato. Il suo prendersi la scena è stato descritto da molti in modo subdolo, come fosse una colpa, ma allo stesso tempo il suo modo di cantare veniva giudicato svogliato. Ma non è un controsenso? Lo stigma sociale, come direbbe Erving Goffman, di cui è stato ed è vittima Grignani, è l’essere categorizzato come alcolista anche quando non lo è.
Mi accodo al post del giornalista Lorenzo Tosa: qui l’ipocrisia ha vinto. Tutti affascinati dai Måneskin, certo, eppure l’esibizione di Grignani era rock, forse anche di più. Azzardo. E’ stata la più bella del Festival, perché è stata capace di trasmettere un messaggio che andasse oltre le note e le parole del testo. Di nuovo, Italo Calvino insegna: leggerezza è tutt’altro che superficialità. E’ una profondità nella quale ti ci puoi specchiare.
