No, questa foto non è stata scattata prima della pandemia. L’immagine risale allo scorso 23 novembre 2021. Alcatraz di Milano, tremila persone munite di green pass cantano, ballano e sudano per oltre due ore, senza limitazioni. Col senno del poi, il nome del concerto, BLITZ, si può definire premonitorio. Che Cosmo sia capace di prevedere il futuro? Difficile. Quel live è stato a tutti gli effetti un blitz nella monotonia delle chiusure; dopo le proteste e le pressioni di artisti e lavoratori, Scena Unita ne ha raccolto la maggior parte delle voci, ad ottobre una luce in fondo al tunnel. La capienza è tornata al massimo per i concerti e al 75% per le discoteche, tolto l’obbligo del distanziamento e del posto a sedere. Poche settimane dopo, la quarta ondata ha fatto ripiombare tutti nel buio. Le casse e gli amplificatori si sono spenti di nuovo: una chiusura totale che è durata fino al 31 gennaio.
«Era inevitabile, i contagi erano talmente alti che era difficile lavorare, molti locali avevano gran parte dello staff in quarantena o col Covid» dichiara Andrea Pontiroli, membro di KeepOn Live e coordinatore dei club milanesi. KeepOn Live è un’associazione composta dai direttori dei festival e dai gestori dei locali italiani. Milano ne ha venti, più di ogni altra città, e per questo si è organizzata in un coordinamento il cui capo viene eletto ogni anno tra i vari proprietari. Ovviamente tutto su base volontaria.
«Il problema risiede nel fatto che è stata decisa ancora una volta una chiusura senza una chiara politica di sostegno sociale. Non c’è credito d’imposta, per cui i gestori continuano a pagare l’affitto ed i mutui, inoltre la cassa d’integrazione per i dipendenti sarà ordinaria, quindi non essendo retroattiva, il mese di gennaio dovranno essere pagati dai titolari per non aver lavorato». Molte realtà, soprattutto le più piccole e i circoli, rischiano il fallimento. Dal 2020 molti club storici milanesi, come l’Arci Ohibò, hanno chiuso per sempre. La speranza è che la “mattanza” si fermi. Andrea ci tiene a precisare che i locali non sono come i festival che si possono rimandare: «Quando un locale chiude lo fa per sempre. A perderci non sono solo i dipendenti, ma tutta la comunità poiché scompare un patrimonio artistico e culturale unico».
Andrea Pontiroli: “Il problema risiede nel fatto che è stata decisa ancora una volta una chiusura senza una chiara politica di sostegno sociale. Quando un locale chiude lo fa per sempre. A perderci non sono solo i dipendenti, ma tutta la comunità poiché scompare un patrimonio artistico e culturale unico”
Il suo locale Santeria è rimasto aperto perché offre un servizio bar, spesso affiancato da attività di accompagnamento musicali o piccoli spettacoli. Le regole sono le stesse dei cinema e dei teatri: capienza al 100%, obbligo di mascherina, posto a sedere e divieto di consumo di cibi e bevande. Ma nei prossimi giorni cosa accadrà? Lo scorso 29 dicembre, dopo la chiusura, KeepOn live, insieme ad ARCI ed Assomusica, hanno inviato una lettera al governo, ma al momento non sono arrivate risposte: «Il 31 gennaio è scaduto il decreto festività e ancora non si sa cosa succederà. La programmazione per i locali è fondamentale, non si può aprire da un giorno all’altro».
Scrollando il calendario nei vari siti, in alcuni casi ci si imbatte in nomi importanti per febbraio e il mese successivo – i Lumineers al Fabrique, i Fontaines DC ai Magazzini Generali, Dope Lemon al Santeria – in altri ci sono concerti annullati e rimandati. Domina un sentimento ambivalente. Al momento l’unico ballo consentito è quello che ha come protagoniste, l’una di fronte all’altra, la sfiducia latente nelle istituzioni e la speranza che con essa va a braccetto. La seconda detta il ritmo, seguendo il battito di un’immaginaria grancassa e le vibrazioni delle corde di una chitarra, mentre la prima spinge a pregare che in futuro non si debba più ricorrere al termine blitz per indicare un concerto.