“La guerra è senza regole, l’umanità non esiste. Ogni giorno sei sempre messo alla prova e se scegli di fare questo mestiere non fai mai un passo indietro. Vai sempre fino in fondo”. Alla guerra non ci si abitua mai. Non alla sofferenza. Non al dolore. E non ti abitui a tutto questo neanche se sei Livio Senigalliesi, uno dei più grandi fotoreporter dei nostri tempi.
Senigalliesi ha scritto la storia del fotogiornalismo, raccontando per 35 anni i più cruenti teatri di guerra. La sua passione per la fotografia, iniziata a 24 anni, quando ricevette la sua prima macchina fotografica, l’ha portato a scegliere di intraprendere la strada del fotogiornalista. Ha raccontato il Medio Oriente e il Kurdistan durante la guerra del Golfo; Mosca, durante i giorni del golpe che sancirono la fine dell’Unione Sovietica e ha vissuto per cinque anni a Sarajevo, nel vivo della guerra dei Balcani, raccontando l’assedio più lungo della storia. “Sono uno spirito libero, non mi sono mai voluto legare ad una testata. Scegliere di raccontare la guerra vuol dire prendere il proprio zaino, con lo stretto indispensabile e tutte le attrezzature, e vivere per lunghi periodi di tempo in quella zona. Nessun direttore, come accade anche oggi, avrebbe mai supportato progetti del genere. Ma, Per fare un buon reportage non bastano tre giorni per fare un buon reportage non bastano tre giorni”.
A Sarajevo ha scattato una delle sue foto più famose, diventata foto iconica della guerra dei Balcani. La sua voglia di vivere in una famiglia, per poter comprendere lo spirito di una città multietnica, lo porta a stabilirsi per un anno nel quartiere di Grbavica, in una famiglia mista. Mista perché Miodrag, il capo famiglia, è serbo e Budinka, la moglie, musulmana. “Un esempio tipico dei tempi di Tito, quando non esistevano nazionalismo e barriere etniche”.
La famiglia Topic, con cui Livio Senigalliesi ha vissuto, era l’ultima famiglia mista rimasta a Sarajevo. “Io ero un privilegiato. Li avevo conosciuti per caso, mi avevano preso in simpatia e offerto un letto in casa loro”. La mattina del 18 marzo 1996, Livio sta dormendo e sente uno strano rumore. I serbi devono lasciare le case in cui abitano, è l’ultimo giorno di guerra nella capitale.”Tum, tum, tum”. Nel muro della stanza di Livio viene aperto un buco. Attraverso il buco vengono lanciate due granate incendiarie. Divampa l’incendio. I vicini di casa – dei nazionalisti serbi – non sopportavano la presenza della famiglia mista e li volevano costringere alla fuga. “Ho sentito le fiamme che mi avvolgevano. Ho caricato sulle spalle lo zaino, le macchine fotografiche e ho preso in braccio i due bambini e sono scappato con Budinka giù dalle scale”. Arrivati in giardino, vedono Miodrag, il capo famiglia, che con un secchio pieno d’acqua cerca di spegnere l’enorme incendio che ha ormai inghiottito il loro appartamento. “Non ci ho dovuto nemmeno pensare. Ho tirato su la macchina fotografica – racconta Livio – ho messo a fuoco e ho scattato. Il rullino, poi, l’ho messo dentro le calze, perché sapevo che era il luogo più sicuro dove tenere questo e altri scatti preziosi”. Questa è la genesi di una delle foto più famose della guerra dei Balcani. Livio e la famiglia dove si era riparato riescono a salvarsi e si salutano, senza rivedersi per anni.
“Qualche anno fa un giornale tedesco mi ha mandato a Sarajevo per un focus sui Balcani 20 anni dopo la fine dell’assedio. La stampa locale mi aspettava all’aeroporto, perché quando torni lì da reduce sei un po’ come una celebrità”. Gli chiedono quale fosse la storia che gli è rimasta più nel cuore di quegli anni. Livio racconta della famiglia con cui aveva vissuto e lancia un appello per ritrovarli. Il giorno dopo, arrivato in redazione, il fotografo scopre che Budinka, la moglie di Miodrag, ha chiamato. La stampa di Sarajevo organizzata così l’incontro e la famiglia e Livio, dopo 16 anni, si ritrovano.
“Tutte le volte racconto quanto è stato importante per me condividere quel periodo a Sarajevo con loro. Questa fotografia serve come monito per operare la memoria, per lavorarci, per non dimenticare mai quello che è stato, perché chi non conosce la storia è condannato a riviverla per l’eternità Questa fotografia serve come monito per operare la memoria, per lavorarci, per non dimenticare mai quello che è stato, perché chi non conosce la storia è condannato a riviverla per l’eternità”.
In una zona di guerra bisogna mettersi alla prova e allo stesso tempo avere paura, perché la paura “ti salva la vita”. In guerra, soprattutto, bisogna rimanere umani: perché l’empatia ci salva dalla bestialità. Invece, negli ultimi anni, ci siamo abituati a televisione e giornali spazzatura. Ci siamo abituati a vivere tutto con distacco, come se non ci appartenesse, o meglio, come se non dovessimo preoccuparcene. “Adesso – afferma Senigalliesi – se vediamo i bombardamenti su Idlib, su Sana’a o su Damasco, non ci interessa, giriamo canale. Però poi quando arrivano a bussare alle porte dell’Europa famiglie, persone che hanno lasciato tutto per avere la possibilità di continuare a vivere, se non abbiamo la cognizione di cosa succede, non abbiamo l’empatia di accettarli. Non sono cose”. Non sono “stück”, cose, come i tedeschi definivano gli ebrei durante il nazismo.
“Quando togli umanità all’avversario puoi fare qualsiasi cosa: stuprare, torturare e strappare gli occhi ai bambini con un cavatappi”, dice Senigalliesi con profonda indignazione. Perché il trauma della guerra in Livio è troppo grande ma continua a raccontare le sue storie, giorno dopo giorno.
