“Sarà stato verso la fine degli anni ’80, mi ricordo bene: un cliente beccò le 12 partite della schedina del Totocalcio e la tredicesima era a Bari, ma fu annullata per neve. Vinse 120 milioni”. A parlare è Pietro, 61 anni, 29 dei quali trascorsi nel suo Bar Tabacchi in una zona a cavallo tra Porta Venezia e Monforte. La pensione è lì ad un paio di anni di distanza (forse), ma da qualche tempo, dopo la morte del padre, Pietro non si fa problemi a coprire da solo gli orari, impegnativi, di apertura dell’attività. Ha iniziato in un’epoca diversa e dunque ora si sottopone a frequenti corsi di aggiornamento. La tecnologia non è proprio il suo campo. Diverso è anche l’ambiente che lo circonda: “Sono chiuso qui dentro 12 ore al giorno, vedo poco di quello che succede fuori – dice – però quello che noto è che i bambini che un tempo entravano qui ormai son diventati grandi”. È un uomo semplice, la cui attività, a conduzione familiare, richiede fiducia. Per questo non ha voluto nel tempo un collaboratore: “Se mi prendesse 50 euro dalla cassa credo che neanche me ne accorgerei”. Di eventi particolari dunque ne ha visti pochi, ma di quella schedina quasi ricorda tutte le partite; d’altronde l’amore per il Totocalcio è stata una delle molle che l’ha spinto ad intraprendere questa avventura. Pochi i suoi hobby, le sue passioni: il tempo libero latita. Però, sopra il suo bancone, oltre ad una foto di famiglia, campeggiano sciarpe e gagliardetti dell’Inter, gli unici vezzi. Solo quando parla della sua famiglia si scompone un po’. Ha una figlia già dottoressa ed un altro che sta ultimando gli studi in Olanda, frutti del lungo matrimonio con la moglie che è già in pensione. Pietro la invidia: “Beata lei. Lei sì che se la sta godendo”.