Iona Craig è una giornalista freelance che di recente si è trovata a lavorare in Yemen, ad al Ghayil, il villaggio yemenita assediato dai raid dei Navy Seal, le forze speciali della Marina degli Stati Uniti. Naturalmente, l’eventuale concorrenza – di fatto inesistente – di altri giornalisti era l’ultimo dei suoi problemi, considerando i pericoli oggettivi che si corrono a girare reportage in Yemen. Il Paese, infatti, viene coperto solo da qualche giornalista locale e da qualche attivista dei diritti umani.

Craig, che in Yemen ha rischiato di essere uccisa dal fuoco dei Navy Seal, una volta rientrata in Inghilterra,ha scritto un articolo di denuncia per The Intercept che ha lasciato pochi dubbi sull’incapacità dimostrata dall’esercito statunitense. nel complesso, i suoi 43 giorni in Yemen e i tre mesi passati a lavorare sul materiale, poi pubblicato da The Intercept, Harper’s e dall’Irin, l’agenzia di informazione per l’aiuto umanitario creata dalle Nazioni Unite, le hanno fruttato 11 mila dollari. Ma naturalmente ha dovuto sostenere delle spese, per partire e portare a casa il servizio.

«Non sarei mai riuscita a fare il reportage senza il Pulitzer Center – ha spiegato la giornalista – soprattutto se si pensa che solo il volo di ritorno per Londra mi è costato duemila dollari». Il Pulitzer Center, un’organizzazione no-profit che ha sede a Washington, supporta i giornalisti, che siano freelance o reporter di grandi testate, come il New York Times e il New Yorker. In soli dieci anni, il centro ha finanziato 715 progetti, per un totale di 6.168 storie pubblicate su vari giornali da 571 editori.

«Il Pulitzer Center è diventato una pietra miliare del giornalismo americano e il suo ruolo è ancora più importante in un’epoca in cui sempre meno testate hanno l’interesse o le risorse economiche per lanciare progetti internazionali di approfondimento», ha detto Nick Schifrin, di PBS NewsHour, che grazie ai fondi stanziati dal centro ha potuto realizzare reportage dal Kenya, dall’Europa orientale, dal Messico e da Cuba.

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