È dal giugno 1989 che Attilio Bolzoni segue per Repubblica gli sviluppi del fallito attentato dell’Addaura al giudice Giovanni Falcone. A seguito delle rivelazioni di un funzionario di polizia a cui Falcone aveva raccontato la vicenda, Bolzoni, con l’inchiesta apparsa sul quotidiano lo scorso 7 maggio, aggiunge nuovi tasselli al quadro investigativo.
L’attentato sarebbe avvenuto il 20 giugno 1989 e non il 21, come si era ritenuto finora. Inoltre, l’esplosione dell’ordigno nascosto tra gli scogli di fronte alla villa di Falcone, secondo le rivelazioni, sarebbe stata sventata dai due sommozzatori Emanuele Piazza e Antonino Agostino. Non erano attentatori ma, a quanto pare, avrebbero salvato la vita a Falcone. Agostino fu ucciso poco tempo dopo, insieme alla moglie: secondo la polizia, per motivi passionali. Piazza, agente di polizia che lavorava per il Sisde, fu invece strangolato il 15 marzo del 1990. L’inchiesta rivela che, nei pressi della villa di Falcone, quel giorno, erano presenti anche uomini estranei alla criminalità organizzata, tra cui un agente dei servizi segreti con la «faccia da mostro»: secondo le rivelazioni del padre di Agostino proprio quets’uomo sarebbe implicato nell’uccisione del figlio. Falcone parlò di un complotto ordito da «menti raffinatissime». A progettare l’attentato, dunque, non fu solo la mafia.
Bolzoni, su cosa si basa la tesi sul fallito attentato all’Addaura?
Sono ripartito dalle indiscrezioni sulle indagini avviate circa un anno fa dalla procura nazionale antimafia insieme a quelle di Caltanissetta e di Palermo. Mentre la procura di Palermo indaga sugli omicidi di Agostino e di Piazza, quella di Caltanissetta investiga sull’attentato all’Addaura, in quanto la parte lesa era Giovanni Falcone. Nell’89 il caso fu assegnato a Salvatore Celesti, cui poi subentrò Giovanni Tinebra: ora il fascicolo è nelle mani del procuratore nisseno Sergio Lari.
Tutte le inchieste che riguardano i magistrati, che siano inquisiti o parte lesa, e in questo caso Falcone era parte lesa, vanno nel distretto giudiziario più vicino. Le indagini sui fatti accaduti nei distretti di Trapani, Agrigento e Palermo sono di competenza della procura di Caltanissetta.
Oltre alle indiscrezioni, su quali fonti si è basata questa inchiesta?
La maggior parte delle mie fonti sono riservate e non posso rivelarle. Ho ascoltato anche i padri delle due vittime. Il padre di Antonino Agostino mi ha raccontato di aver visto “l’uomo con la faccia da mostro” di cui parlo nell’articolo. E già nel 1989, a poche settimane dall’uccisione di suo figlio, fece delle rivelazioni alla squadra mobile di Palermo, ma i verbali di questo interrogatorio non si trovano più. Mi ha anche parlato della perquisizione di un armadio a casa di suo figlio. E anche di questa rivelazione non c’è più traccia.
Quando è stata capovolta la dinamica del fallito attentato?
Circa un anno fa: il quotidiano Repubblica per primo riaprì il caso. Nel frattempo, magistrati, poliziotti e investigatori trovarono nuove testimonianze. Per esempio, quella di Angelo Fontana della famiglia dell’Acquasanta. Fontana fornì dettagli importanti.
Che ruolo ebbe la famiglia dell’Acquasanta in questa azione intimidtaoria?
Gli Acquasanta sono i Galatolo, uomini del clan Madonia e braccio destro dei Riina. Secondo le nuove ricostruzioni, il giorno del fallito attentato a Falcone gli uomini di mafia dell’Acquasanta sarebbero arrivati da terra, mentre fino a poco tempo fa si supponeva che fossero sopraggiunti dal mare. Dal mare, invece, pare fossero venuti i due sub, i poliziotti Emanuele Piazza e Antonino Agostino, che salvarono la vita a Falcone.
Giovanni Falcone come commentò l’accaduto?
Ci sono delle testimonianze “sfumate” rilasciate da un commissario che non è più in polizia. Qualche mese fa ha dichiarato agli inquirenti che la sera stessa o quella successiva l’omicidio di Agostino, Giovanni Falcone prese le sue blindate, andò in commissariato, parlò con il commissario e gli disse: «Noi dobbiamo la vita, io e lei, a quell’uomo». L’ex poliziotto andò a riferire immediatamente all’autorità giudiziaria le parole di Falcone. Inoltre Falcone fu visto ai funerali di Agostino e anche in quell’occasione disse: «Devo la vita a quel ragazzo».
Gli attentatori avevano altri obiettivi oltre al magistrato?
Quel giorno i magistrati svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann erano ospiti nella villa di Falcone, ma l’obiettivo vero era lui. E lui si spaventò molto. Era un uomo molto prudente nel parlare ma il giorno successivo all’attentato disse: «A volermi morto sono state delle menti raffinatissime». A 21 anni di distanza il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, richiamando quella frase, sostenne che Falcone certamente non si riferiva a dei mafiosi. Ma partendo da quell’intuizione di Falcone, le procure non indagarono bene nei primi anni e solo dopo tanto tempo stanno provando a indagare meglio.
L’attentato non fu progettato solo dalla mafia.
Le indagini furono sporcate per depistarle: per gli omicidi dei due poliziotti si parlò di pista passionale. Agostino era sposato con una ragazzina di 20 anni, incinta, e i sospetti ricaddero sulla vecchia fidanzata dell’uomo, con cui tra l’altro si era lasciato di comune accordo. Nel caso di Piazza, invece, si parlò di una misteriosa donna con cui era partito per la Tunisia.
A quando la svolta nelle indagini?
Sull’Addaura sono stati raccolti nuovi elementi e ci saranno novità sulle perquisizioni: diversi poliziotti la scorsa settimana sono stati ascoltati a Roma dai giudici e sono emersi aggiornamenti sulle perquisizioni nella casa in cui fu ucciso Agostino.
Quali le difficoltà nel proseguirle, invece?
A Caltanissetta magistrati e investigatori sono troppo pochi. Inoltre, queste indagini sono intralciate dalla trattativa Stato-mafia: una mole enorme di materiale sul quale indagare, ma con forze insufficienti. A Caltanissetta, ad esempio, sono emerse nuove rivelazioni tanto che un pezzetto delle indagini sui killer di Borsellino a fine giugno andrà verso la revisione: sono indagini estremamente delicate per le quali non è sufficiente una “sparuta” pattuglia di investigatori.
Da giornalista, qual è il segreto per continuare a trovare gli stimoli per lavorare?
Non voltarsi mai dall’altra parte, non accettare le verità ufficiali, essere sempre dubbioso, non avere mai certezze e continuare a lavorare mettendo insieme tutti gli elementi della storia accettando che passino anche degli anni. L’intralcio vero, in Italia, è rappresentato da certe centrali di depistaggio che lavorano per non farci mai avvicinare alla verità. Per fortuna ci sono ancora dei buoni procuratori e degli investigatori ostinati. Alcuni sono stati uccisi ma altri continuano ad operare. Basta non perdere mai la tenacia.
di Giuditta Avellina