Isolato per “aver dichiarato guerra” agli Stati Uniti, ha detto il conduttore di Fox News Sean Hannity. Un “operatore anti americano con le mani sporche di sangue”, lo ha chiamato una volta Sarah Palin, salvo poi scusarsi e definirlo un “grande comunicatore di verità”. Ma cosa vuole veramente Julian Assange, che sembra trovarsi ugualmente a suo agio nel ruolo di eroe della sinistra americana così come della destra, o addirittura dei putinisti russi?

Secondo il giornalista del New York Times Jim Rutenberg, la risposta è stata di fronte a noi per tutto il tempo. E il dibattito degli ultimi giorni sull’esito delle elezioni americane, che coinvolge la Russia, WikiLeaks e il presidente eletto Donald Trump, può essere visto come la realizzazione della visione di Assange quando fondò WikiLeaks ormai più di dieci anni fa.

È tutto contenuto in un saggio visionario pubblicato online nel novembre 2006, l’anno della fondazione di WikiLeaks. Persino i suoi più duri oppositori riconoscono come Assange abbia visto chiaramente il potenziale politicamente distruttivo della tecnologia, già quando alcuni di noi stavano ricevendo il proprio primo BlackBerry.

Fin dall’inizio Assange disse che la prima direttiva di WikiLeaks era mostrare dati nascosti che “rivelino comportamenti illegali o immorali” nel governo o nei grandi business. Ma nel saggio ha anche scritto di voler forzare un cambiamento di regime attraverso i dati e la tecnologia piuttosto che coi vecchi e barbari mezzi dell’assassinio.

La rivoluzione tecnologica, scriveva, stava fornendo ai cospiratori gli strumenti per raggiungere quello che chiamava un “più grande potere totale cospiratore”. Ma ciò li stava anche rendendo più vulnerabili al sabotaggio, tanto che un governo di cospirazione poteva essere “rallentato fino alla caduta, stupito, reso incapace di comprendere e controllare le forze del proprio sistema”. Indicava proprio come “gruppi di potere ampiamente cospiratori” i due principali partiti americani: i Democratici e i Repubblicani.

“Considerate cosa accadrebbe se uno di questi partiti cedesse i propri cellulari, la propria corrispondenza via fax o email, lasciasse incustoditi i sistemi dei computer”, ha scritto. “Cadrebbero immediatamente in uno stato organizzativo confusionale e si troverebbero smarriti”.

Nessuno sembrava afferrare ciò che Assange stava suggerendo più chiaramente dello scrittore conservatore John Sexton, che aveva previsto gli eventi del 2016 in un post che venne pubblicato su Breitbart News e sul suo blog nel 2010: “Puoi capire meglio il suo esempio immaginando cosa accadrebbe al Democratic National Committee se esso subisse un attacco massivo di WikiLeaks ai suoi dati segreti”, scriveva Sexton riferendosi al saggio di Assange.

Ed eccoci qui – dice Rutenberg – più di sei anni dopo. Il saggio di Assange è rispuntato di nuovo, dopo la sottrazione di una quantità considerevole di dati dagli account mail del Democratic National Committee e del consigliere politico dei Clinton John Podesta.

La fuga di notizie ha provocato le dimissioni del presidente del DNC Debbie Wasserman-Schultz, e del presidente ad interim Donna Brazile dal suo lavoro di analista alla CNN, e hanno rifornito Trump di un flusso ininterrotto di dati freschi anti-Clinton, che WikiLeaks diffondeva sempre di più, creando una storia continua che i media di informazione americani hanno voracemente colto al volo.

Gli studiosi di politica discuteranno per anni per stabilire quanto siano state decisive le fughe di notizie per il risultato elettorale ma, alla fine, un partito politico è stato tecnologicamente compromesso in un modo in cui l’altro non lo è stato, e quel partito ha infatti perso. È una linea dritta con il saggio iniziale di Assange, sostiene Rutenberg.

Secondo il giornalista del New York Times, però, la contraddizione di WikiLeaks sta nell’aver favorito Trump nonostante l’obiettivo di Assange fosse colpire i “cospiratori autoritari” e creare incentivi per “forme più umane di governo”. Una giornalista di WikiLeaks, Sarah Harrison, ha scritto recentemente sul The Times che WikiLeaks è una organizzazione di news impegnata a rivelare informazioni vitali, non a prendere posizioni politiche.

Assange, in un’intervista a Repubblica, si è difeso spiegando che “l’elezione di Hilary Clinton sarebbe stata un consolidamento di potere nell’attuale classe dirigente degli Stati Uniti”, mentre Trump e i suoi alleati, ha detto, “non formano tra di loro una struttura esistente, ma una struttura debole che sta subentrando e destabilizzando la rete centrale di potere preesistente”. Un fatto, ha detto, che può portare a un cambiamento sia positivo che negativo.

Ma sicuramente, conclude Rutenberg, una rete di potere debole a Washinghton è esattamente ciò che Putin voleva. E per qualcuno è proprio questo il motivo per sospettare che la Russia non sia un grande obiettivo da colpire per WikiLeaks, nonostante la spiegazione di Assange (“nello staff non ci sono membri che parlano russo”), che ha ripetutamente detto di essere certo che i dati che WikiLeaks ha ricevuto sulla campagna della Clinton e sul DNC non venivano da un partito di Stato.

⇒Leggi l’articolo sul The New York Times