Nel nostro Paese ci sono persone che non hanno voce. Un po’ perché non vogliono raccontarsi, un po’ perché è più facile non guardarle. Stanno in silenzio e lo sguardo di chi passa si posa su di loro solo per qualche istante, tra l’indifferenza e il timore. Non hanno un nome, non hanno una casa, non hanno nulla: eppure sono lì.
La storia di Tiziano
In Italia al momento si contano circa 100mila senzatetto stando ai dati Istat, Milano ne contano più di 8mila. Tiziano è uno di loro, ha sessant’anni e vive a Bollate, nell’hinterland milanese. Il 9 agosto del 2008 inizia la sua storia. Quel giorno muore la sua compagna e da lì ha iniziato a vivere in strada. «Non volevo più ricordi. Il primo anno sono stato in giro, sulle panchine. Non era una scelta definitiva quando ho cominciato, ma non è mai passata. Il lavoro per un po’ sono riuscito a tenerlo, ma poi ho cominciato a saltarlo e l’ho perso». Oltre al lavoro, Tiziano ha iniziato a perdere anche la sua vita, i suoi amici e la sua quotidianità: «Quando sei un barbone la gente si allontana, e molte persone non mi hanno più salutato da quando hanno saputo». Dopo i primi due anni passati a vivere sulle panchine, Tiziano ha iniziato a stare all’interno dell’ex fabbrica Ceruti, in via di demolizione: «All’inizio eravamo in tanti, ora sono rimasto solo io. I miei compagni si sono quasi tutti suicidati, avevano una vita come la mia e non ce la facevano più».
Povertà in aumento a Milano: tra associazioni di aiuto e ipotesi di reinserimento sociale, la storia di Tiziano, uno degli 8mila senzatetto del capoluogo lombardo
In parte Tiziano è aiutato dalla Caritas, riceve un pacco una volta ogni 15 giorni con alimenti, ma come racconta non è garantito che riesca a mangiare tutti i giorni, anche perché il contenuto di questi pacchi, per la maggior parte, non può cucinarlo. Non ha il gas per bollire l’acqua per la pasta, come non ha un apriscatole per i barattoli. Come se non bastasse l’anno scorso ha avuto un ictus che gli ha immobilizzato un braccio. In quel periodo riceveva i buoni da 50 euro da poter utilizzare alla Coop e percepiva il Reddito di cittadinanza, ma con l’introduzione dell’Assegno di inclusione è capitato che rimanesse per qualche mese senza nessun tipo di aiuto statale. Lui cerca di rendersi utile: aiuta qualche anziano del paese e ha frequentato i tirocini offerti dal comune, ma la richiesta è alta, e dopo due mesi di lavoro il posto veniva assegnato a qualcun altro: “Era troppo tardi, quando sanno che sei un barbone non ti vuole nessuno. Mettitelo in testa”.
Per un po’ ha provato a cambiare, ha scelto di andare a vivere per circa un anno nei dormitori vicini alla Stazione Centrale. Anche lì però la situazione non era migliore: aveva paura ad addormentarsi perché nella migliore delle ipotesi sorprendeva qualcuno a frugargli nelle tasche in cerca di qualcosa da rubare; ha sottolineato le maggiori difficoltà delle donne: «Hanno esigenze diverse, lavarsi agli idranti con l’acqua fredda per loro è peggio. In più rischiano di essere violentate». Nei dormitori si può stare solo per i quattro mesi che interessano il periodo di emergenza freddo, poi si torna in strada.
Quello che chiede Tiziano è un lavoro e la sicurezza di un posto dove stare, perché non può continuare a vivere in quella condizione così rischiosa, al freddo e in una struttura pericolante: «Io non voglio fare la fine di quegli altri», afferma.
È possibile un reinserimento?
Partendo dalla storia di Tiziano, abbiamo provato a capire come la situazione dei senzatetto viene trattata a Milano in tema di assistenza. Molto attivo in città è la Fondazione Progetto Arca, la cui unità di strada, composta da circa un centinaio di volontari divisi in squadre, distribuisce pasti caldi e generi di prima necessità. Questa attività è svolta in collaborazione con altri progetti e organizzazioni, come la Croce Rossa in campo sanitario, mentre altri forniscono prestazioni igieniche. Quando una persona decide di fare il volontario riceve una formazione specifica sulle modalità di lavoro in squadra e sull’approccio con le persone che andrà ad incontrare. Vengono inoltre organizzati degli incontri bimestrali in cui ci si scambiano opinioni e si raccontano le proprie esperienze, in modo che tutti possano attingerne elementi utili per svolgere al meglio il lavoro su strada, soprattutto sul metodo di approccio ai clochard.
Questa attività di distribuzione è un primo passo per costruire un contatto diretto e una relazione duratura, in modo da conquistare la fiducia della persona; e dunque convincerla ad una presa in carico presso il Centro Sammartini, che a Milano è la maggior struttura per persone in stato di grave emarginazione. L’idea è proprio quella di avviare un primo approccio per portare le persone senzatetto ad entrare in step successivi, il cui scopo è quello del recupero della loro identità e soprattutto uscire da questa condizione degradante, cercando di ottenere documenti e alloggi. Il percorso è lungo e burocratico ma in alcuni casi ha dato dei frutti e alcune persone sono riuscite a completarlo, ovviamente molto sta alla disponibilità della persona a farsi aiutare.