“Non c’è luce, riscaldamento e acqua ormai da due giorni interi e non abbiamo quasi più cibo”, così parla alla BBC un residente di Mariupol, lo strategico porto meridionale vicino al confine tra Ucraina e Russia assediato dalle forze armate russe, descrivendo la condizione dei civili, intrappolati in città da intensi bombardamenti. La campagna militare per ricondurre l’Ucraina alla Russia è partita da Sud, dove la prima città a cadere è già Kherson.
Cade Kherson, Mariupol assediata: un milione di rifugiati già ai confini con Polonia, Moldavia, Romania. Per l’Unhcr è l’esodo più rapido della storia degli ultimi conflitti
Per gli analisti militari, se la Russia conquisterà ancora più città al Sud, le forze ucraine potrebbero essere tagliate fuori dal mare. E mentre si attende lil possibile assedio di Kiev, ancora sotto il controllo del governo di Zelensky, contando sulla resistenza armata ucraina, il Paese vomita sfollati.L’Agenzia internazionale per i rifugiati Unhcr parla già di un milione di profughi, in parte accolti già come rifugiati ai confini di Polonia, Moldavia e Transistria, Romania. Ma questo numero è destinato ad aumentare di giorno in giorno e la previsione sui prossimi mesi sfiora almeno i due milioni di persone. “Mai visto un esodo così veloce e rapido”, ha commentato Filippo Grandi, alto commissario dell’agenzia internazionale delle Nazioni Unite.
E mentre il conflitto avanza,Magzine è stata in grado di raccogliere delle voci e delle testimonianze dall’interno del conflitto e dai confini del conflitto: da Kiev e Leopoli in Ucraina; dalla confinante Romania; e anche dall’interno della Russia, dove sono rimasti intrappolati alcuni italiani in viaggio. Intanto, a Milano, la comunità ucraina si organizza, raccoglie beni di prima necessità, fa la fila al consolato per tornare indietro a combattere.
VITALY MAZUR, 23 ANNI, da Obolon (Kiev) – “La notte è scandita dal suono delle sirene”
“In città c’è appena stato un raid aereo, siamo andati tutti nel rifugio”, ci dice Vitaly Mazur, 23 anni, via Telegram. “Possiamo parlare solo mentre rimaniamo chiusi qua”. Il giovane racconta:“La mia ragazza ed io viviamo a Kiev, ad Obolon, da dove hanno iniziato ad entrare le truppe russe. Quando è scoppiata la guerra siamo scappati. Quel giorno ci siamo svegliati con queste parole che ascoltavamo dagli altoparlanti: “Svegliatevi! La guerra è iniziata!” Subito dopo abbiamo sentito le prime esplosioni.
Gli allarmi scoppiano di notte: suonano le sirene, riceviamo un messaggio su Telegram e dobbiamo correre immediatamente nei rifugi. Oggi, per esempio, è successo per ben quattro volte. Di solito ci dicono di abbandonare tutto in una, due ore. Ci sono persone molto preoccupate e scoraggiate, ma la maggior parte di non lo è, perché proteggeremo quello che è nostro. Ora siamo con i nostri genitori nella piccola città di Cherkasy: qui la situazione è più calma, ma l’allarme aereo suona più volte al giorno e dobbiamo correre nei rifugi. Il vero orrore si trova comunque a Kiev: abbiamo ancora molti amici lì e siamo preoccupati per loro.
Quello che sta succedendo in Ucraina è inaccettabile nel 21esimo secolo. Tutte le persone nel nostro Paese vogliono la libertà, ma la Russia sta distruggendo tutto. Manipolano e inventano le cose, come se fossero stati loro a creare l’Ucraina. Non è così. La Russia, semplicemente, si trova sotto il comando del più grande dittatore del mondo e ora noi lo stiamo combattendo, ma tante persone stanno morendo. Non lo dico soltanto io che Sono un analista politico: tutto il Paese spera che il dittatore russo Putin venga sconfitto e che l’Ucraina conquisti il suo diritto di essere libera. Per contro, Zelensky è il migliore presidente che l’Ucraina potesse avere. Lo sosteniamo tutti. Sta dimostrando coraggio e devozione per il popolo ucraino, una forza che altri presidenti non hanno mai avuto. Noi lo vediamo così.
Gli uomini non possono lasciare il Paese, è vero, ma non solo per imbracciare le armi e andare a combattere nel mezzo del conflitto. Gli uomini devono aiutare anche con le provviste, rendersi utili trasportando i beni necessari.Se un uomo non può andarsene non significa che gli verrà data immediatamente un’arma in mano per mandarlo a sparare. Qui c’è bisogno di aiutare le persone comuni. Del resto, nessuno vuole lasciare questo Paese, perché è la nostra casa. Le persone non capiscono pienamente cosa sta succedendo, ma in Ucraina si sta combattendo per la democrazia e per difendere i valori europei. Speriamo davvero che le persone nel resto del mondo ci sostengano, ma non solo con le parole: abbiamo bisogno di aiuto concreto. Vogliamo entrare a far parte della famiglia europea”.
NADIA, 55 anni, dal confine tra Ucraina e Russia – “Ho paura ma sono arrabbiata con Putin”
Raggiungiamo Nadia via Whatsapp.Nadia, ucraina, vive in Italia ma è tornata in patria temporaneamente perché è morta sua madre ed è rimasta ingabbiata in questa situazione. Si trova vicino al confine russo ma non vuole rivelarci l’esatta località. Ci ha regalato un video nel quale ci mostra il suo nascondiglio e la sua vita in questo momento. Nadia vive nascosta tra barattoli di conserva, patate e cipolle. Internet al momento va e viene, ma pare che i russi stiano tagliando i collegamenti: ha chiesto di poterle ricaricare il cellulare italiano per non perdere contatti decisivi per la sua sicurezza. Per parlare al telefono deve uscire dal suo nascondiglio e andare in strada, ma ha paura ed è rischioso.“La mia città è stata bombardata sin dall’inizio e anche ora gli attacchi continuano. Ho molta paura, ma sono soprattutto molto arrabbiata con Putin”, dice. “Anche qui i civili sono scesi in strada per difendere la città, come molti altri ucraini nel resto del Paese. I negozi sono quasi tutti chiusi, ma sono mezzi vuoti. E’ proibito alzare i prezzi, e alcuni beni alimentari vengono ceduti gratuitamente. Qui si combatte da quattro giorni almeno, e ci sono stati già tanti feriti e morti, anche tra i russi”.
CHRISTIAN DESCALESCU, da Iași (Romania al confine con la Moldavia) – “Gli sfollati sono centinaia di migliaia: donne, uomini anziani e bambini”
Raggiungiamo Christian via Whatsapp. Cinquantenne, romeno, ha lavorato per molti anni in Italia ed assiste attonito a questa tragedia dal confine. Ci dice:“I profughi ucraini arrivano tramite il mare da Odessa e sbarcano sul Delta del Danubio. Lì li sottopongono a dei controlli molto veloci dato che molti sfollati non hanno nemmeno i documenti e li fanno entrare. Altri arrivano tramite Moldavia – che è un Paese amico – in Romania.
A Iași gli ucraini sono solo di passaggio perché il loro obiettivo è andare in Germania, in Polonia o in Italia: molto spesso hanno già delle persone lì alle quali si appoggiano. Hanno già un contatto.Qui le autorità hanno allestito dei semplici campeggi per aiutarli ad accomodarsi lungo il viaggio. La maggior parte sono donne, uomini anziani e bambini. L’età va dai 18 ai 60 anni. In Ucraina ora c’è la legge marziale e gli uomini rimangono lì soprattutto per combattere. Altre persone vengono qui per recuperare i loro parenti: alcuni vengono con le auto targate Italia e li portano via. Vi parlo di centinaia di migliaia di persone.
Per ora la Romania sta vivendo bene questa tragedia. Non soffriamo la crisi energetica perché abbiamo una centrale termonucleare sul Mar Nero.L’unica paura che abbiamo è che la Russia arrivi al confine. Putin è imprevedibile. Io, personalmente, non lo amo. I civili russi, per come li conosco, non hanno nulla a che vedere con lui.
ROMAN KOZAK, 29 anni, da Leopoli (Ucraina) – “Non molleremo: non è la prima volta”
Roman Kozak, 29 anni, viene da Leopoli, Ucraina. Lo incontriamo a Milano, in zona Garibaldi: è il suo giorno libero e lui è appena tornato dal Consolato dove ha portato medicine e viveri. È arrivato con in mano una piccola bandiera dell’Ucraina che ha tenuto in vista per tutta la chiacchierata e che si intonava al suo cappello, anche quello giallo-blu.“Sono arrivato dall’ Ucraina nel 2014. Sono venuto qui per studiare: mi sono laureato nel 2018 e sono rimasto perché ho trovato lavoro e ho costruito la mia vita qui. Però quasi tutta la mia famiglia, tranne mia mamma e mio fratello che sono in Slovenia, è a Lviv. A Kiev c’è mio papà e mia cugina. Li sento sempre: al momento, abbiamo canali di comunicazione su Telegram e Facebook. L’altra sera mia cugina mi ha scritto che il terzo giorno hanno preparato le borse e stavano scappando dall’altra parte del fiume e ci sono riusciti: c’era ancora un ponte aperto e sono usciti fuori da Kiev. La famiglia di suo marito li sta ospitando in una casa in campagna”.
La sua famiglia è rimasta in Ucraina per diversi motivi. “Mio papà lavora e vive a Kiev. Non c’era tempo di scappare e voleva rimanere con i nostri ragazzi: è rimasto anche quando c’era la rivoluzione arancione nel 2006 e anche nel 2014 con le varie rivoluzioni in piazza. Lui è il nostro informatore. Invece, la mia famiglia a Leopoli non è scappata perché sono in tanti, soprattutto bambini, e poi lì non ci sono stati tanti attacchi. A Lviv c’è tanta gente forte perché è da lì che viene la forza culturale e la lingua ucraina:nell’Ovest parliamo solo ucraino con cultura e tradizioni solo ucraine. Questo è il cuore culturale dell’Ucraina, mentre a Kiev si parla anche in russo. La mia famiglia è rimasta per aiutare: mia zia e mia cugina fanno da volontarie per cucinare ai rifugiati che vengono da Est, da Kiev. Serve aiuto e sentono di dover aiutare. Una mia amica ha due bambini piccoli, due gemelli, ed è scappata a Cracovia. I miei cugini che sono invece giovani adolescenti possono dare una mano a tutti gli altri”.
Chiediamo a Roman se si aspettasse lo scoppio di questa guerra. “No, e sono rimasto scioccato. Sapevamo che c’erano soldati russi al confine da un po’ di giorni, in Bielorussia, Crimea, Donbass ma pensavamo fosse per spaventarci e per prendersi l’Est, cioè le repubbliche di Donetsk e Lugansk. E invece le repubbliche si sono dichiarate indipendenti. La cosa che mi consola è che i nostri servizi militari erano preparati”. Roman non ha votato Zelensky ma lo stima:“Non è un presidente che ho scelto perché non ho potuto votare visto che ero qui in Italia. Lo conoscevo da molti anni perché Zelensky ha iniziato come comico in uno show, impersonando un presidente. Poi, quando è diventato presidente per davvero, ha fatto tanto in questi anni, come mi dicono i miei parenti in Ucraina; in questi giorni è stato molto coraggioso: non è scappato anche quando poteva e ha sostenuto tutti i ragazzi che combattono. Sono orgoglioso di avere un presidente così, che vuole la nostra unità con l’Unione Europea”.
Roman ha delle amiche russe, di San Pietroburgo. Dunque, non ha alcuno in odio, anzi è preoccupato per chi si mostra dissidente. “Le mie amiche stanno cercando di protestare ma in piazza ci vanno solo le persone veramente forti.La Russia non è un Paese democratico: la polizia arresta i manifestanti per 14 giorni fino a quando non paghi una cauzione molto salata. Ma ci fa piacere che ci sia gente che conosce la verità anche lì: almeno non tutti pensano che Putin sia un santo“.
Come altri ucraini in Italia, Roman è in prima fila nella catena degli aiuti. “In questi giorni abbiamo allestito molti punti di raccolta: qui raccogliamo e distribuiamo scatole di medicinali, cibo, pannolini. Ci sono tanti volontari in Italia.Nel consolato a Milano c’è una sala enorme dove lasciare cibo e medicinali. Oggi è partito un bus con cibo, medicinali e pannolini, sia per i soldati sia per i rifugiati. Ogni due giorni dal consolato parte un bus o un camion, a seconda di quanto è stato raccolto. Siamo uniti anche qui, per aiutare i nostri connazionali in tutti i modi. Oggi è il mio giorno di riposo e sono andato con i miei amici in farmacia: ci hanno mandato la lista dal Consolato di ciò che serve in Ucraina e abbiamo comprato medicinali specifici come antinfiammatori, antidolorifici. Non a caso e li abbiamo portati in consolato”.
Come pensi che andrà a finire questa guerra? Chiediamo a Roman.“Non molleremo fino all’ultimo, perché siamo forti nello spirito. Non è la prima volta che la Russia invade l’Ucraina: è successo varie volte nei secoli. Tutto è iniziato nel X secolo. L’Ucraina è sempre stata un altro Paese e quindi abbiamo un forte spirito d’indipendenza; nei secoli i russi ci hanno attaccato ma noi abbiamo sempre combattuto. Non ci arrenderemo mai. Siamo come i soldati dell’Isola dei Serpenti che abbiamo detto ai russi “vaffanculo”.
ALESSANDRO, 22 anni, italiano da Mosca (Russia) – “Mi dispiace andare via ma tra poco le banche avranno un contraccolpo pesante”
Alessandro studia in Università Cattolica. Frequenta il primo anno di magistrale ed è partito a inizio gennaio per un Erasmus di sei mesi a Mosca. “Fino a una settimana fa la situazione era molto serena – dice – qui non c’era apprensione”.Alessandro ha deciso di lasciare Mosca perché la situazione sembra peggiorare, soprattutto per la questione economica: “Le banche potrebbero implodere, i servizi peggiorare”. A parte questo, Alessandro non pensa che la città diventerà pericolosa. In questi giorni ha visto l’esodo di tutti giovani dello studentato dove viveva, composto da internazionali. “Mi sono spaventato a stare qui da solo e sono molto dispiaciuto di essermene dovuto andare”. Per tornare in Italia ieri ha percorso quattro ore di treno sino a San Pietroburgo e poi da lì otto ore di pullman fino a Tallin, dato che il confine via terra era ancora attraversabile. Lo abbiamo raggiunto proprio durante questo viaggio e qui potete ascoltare il suo audio.Alessandro si fermerà due giorni in Estonia per poi rientrare in Italia. C’è una nota positiva: sta viaggiando insieme ad altri italiani che ha conosciuto lì. L’unione fa la forza e il passaporto giusto, in molti casi, anche.