Siamo entrati nel decimo mese di conflitto in Ucraina, ma della pace ancora nessuna avvisaglia. I tentativi diplomatici dei primi mesi sono cessati e, al dialogo diretto, hanno sostituito reciproche accuse di boicottare qualunque possibilità di intesa. Le posizioni dei due fronti rimangono lontane: ai russi, che rivendicano il controllo delle quattro province di Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson ai loro confini naturali, replicano gli ucraini pretendendo il ritiro dai territori occupati dal 2014 in poi. A questa aggiungono altre due condizioni: l’accettazione da parte di Mosca di mettere a processo i responsabili di crimini di guerra e riparazioni ai danni causati dal conflitto. È scattato il decimo mese di guerra in Ucraina e le posizioni dei due fronti rimangono distanti. “In questo momento prevale ancora la logica della forza e la questione è aperta” – Lorenzo Cremonesi. «Siamo su due pianeti completamente diversi. Non c’è nessun piano che ci faccia pensare che ci possa essere un negoziato» – è lapidario Lorenzo Cremonesi, inviato a Kiev del Corriere della Sera, nel suo giudizio sugli imminenti risvolti della guerra. – «In questo momento prevale ancora la logica della forza. È tutta una questione aperta e dipende sì, da quanto gli occidentali siano disposti a sostenere gli ucraini, ma anche da quanto i russi siano pronti a sostenere l’offensiva militare degli avversari. Se vince Putin vince la logica della guerra».
Un segnale di voler fermare i combattimenti è anche la condizione a cui, durante il vertice di giovedì alla Casa Bianca, Biden si è dichiarato disposto ad incontrare Putin. Ma la pace non è solo assenza di conflitto armato. «Noi definiamo la pace in un concetto positivo, intendendola come presenza e percorso creativo di strutturazione di una società giusta e inclusiva» – spiega Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo – «La nostra posizione si fonda sul principio di voler realizzare la pace, e non vincere una guerra. Non crediamo che la soluzione del conflitto possa essere armata, ma debba arrivare da altri percorsi». La pace non è solo assenza di conflitto armato e per ottenerla serve lavorare, nel tempo, a fianco dei popoli e delle comunità. È questa l’idea di Francesco Vignarca, membro della Rete Italiana Pace e Disarmo. L’associazione persegue questo scopo attraverso un intervento a 360 gradi, che unisce lato umanitario, politico e presenza sul posto. Sin dallo scoppio del conflitto opera ai confini dell’Ucraina, fornendo aiuto e accoglienza ai circa 6 milioni di profughi usciti dal Paese, mettendoli nelle condizioni di pensare a un eventuale rientro futuro. Grazie alle cosiddette “carovane di pace” hanno raggiunto le città più colpite, portando aiuti e dissalatori per garantire l’accesso all’acqua potabile.
«I conflitti del passato dimostrano che il flusso di armi dall’esterno ha sempre e solo due effetti: un’escalation verticale, per cui la lotta si intensifica, e un’escalation orizzontale, cioè vengono attirati nello scontro altri attori che prima non erano coinvolti» – continua Vignarca – «È stato di recente pubblicato un report che riporta oltre 230 casi di resistenza non violenta in Ucraina che hanno fermato gli attacchi russi. Però nessuno investe fondi in questo tipo di interventi non armati».
«Da un punto di vista politico, le posizioni delle due parti sono assolutamente contrastanti», commenta Lorenzo Riggi, coordinatore del desk Russia e spazio post-sovietico di Geopolitica.info. «Non credo che la pace sia nel novero delle cose, almeno non nei prossimi mesi, a meno di un collasso generale delle forze russe al fronte che, però, ad oggi non sembra evidente». Inoltre, Kiev in questo momento si trova in una posizione di forza. Negli ultimi mesi, gli ucraini hanno ottenuto vittorie importanti e lo stesso Zelensky, malgrado le sue affermazioni su possibilità di dialogo con Mosca, ha dichiarato più volte che la guerra si concluderà in Crimea. «Credo che si arriverà ad un accordo quando ci sarà un effettivo stallo militare, quando sarà impossibile per entrambi ottenere successi significativi sul campo senza perdite assolutamente devastanti», continua l’analista, sottolineando anche il fatto che, nell’ultimo periodo, vi era il sentore che gli Stati Uniti avessero rallentato l’avanzata delle truppe di Kiev nei territori occupati, per evitare escalation pericolose.
“Non credo che la pace sia nel novero delle cose, almeno nei prossimi mesi. Penso che si arriverà ad un accordo quando ci sarà un effettivo stallo militare” – Lorenzo Riggi di Geopolitica.info. Il conflitto, comunque, non sembra prossimo a concludersi. La Russia controlla ancora ampie porzioni di territorio e continua a premere su Bakhmut, punto chiave delle difese ucraine nel Donbass. Inoltre, da alcune settimane ha iniziato a bombardare le infrastrutture strategiche del Paese, nella speranza di piegare il popolo e costringere il governo di Kiev a sedersi al tavolo delle trattative. Questa strategia, però, secondo Lorenzo Riggi, non avrà gli effetti sperati da Mosca: «La storia ci ha dimostrato che ogni volta che una potenza in conflitto ha fatto ricorso a questo metodo, per fiaccare il morale del nemico, esso non si è mai rivelato realmente efficace. Certo, può rallentare il dispositivo militare ucraino, costretto a spostare costantemente le difese anti-missile e anti-drone e controllare ciò che succede a centinaia di chilometri dal fronte, ma non penso che possa portare l’opinione pubblica a chiedere la pace». «Questa strategia può causare rallentamenti e disservizi», conclude l’analista. «Ma è un sacrificio che la popolazione ucraina è disposta a fare».