Prezzi che volano alle stelle, problemi degli approvvigionamenti, danni ambientali e trasporti bloccati. Sono queste alcune delle conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina, un conflitto che sta causando reazioni negative in tantissimi settori. Tra questi, la produzione e lo stoccaggio del grano. La sospensione delle spedizioni sul Mar Nero che vieta a Russia e Ucraina di esportare grano è una delle cause. Altre sono la siccità della scorsa estate in Canada, Usa e Nord Africa, e l’aumento del costo dell’energia.

“I quantitativi di grano tenero che arrivano da Russia e Ucraina non sono eccessivi. Ma questi Paesi rappresentano importanti forniture, e c’è un impatto sui prezzi”, afferma Mimmo Pelagalli, giornalista di AgroNotizie. In Italia per i grani teneri c’è stato uno sfondamento della linea di 400 euro a tonnellata, con rincari sulle farine di grano tenero e una ricaduta negativa sul premio qualità.

“In questo quadro che non delinea di per sé un problema di scarsità, ma solo di accesso ai beni per l’elevato prezzi, si è inserito un nuovo attore: l’Ungheria – prosegue Pelagalli -. Per evitare elevati incrementi di prezzo, l’Ungheria ha assoggettato le esportazioni di grano tenero e mais a un regime di autorizzazioni di tipo statale talmente restrittivo da essere paragonato ad una sorta di embargo. C’è inoltre il problema dell’attacco che si sta verificando tra i contatti di intermediazione, perché l’Ungheria oltre ad esportare tanto grano della sua produzione, è un grande soggetto mediatore di grano da altre provenienze. Quindi se l’Ungheria compra grano da altri Paesi, automaticamente bloccando le sue forniture blocca anche il grano di altra provenienza. Se si interrompe questo flusso ci sono problemi seri di approvvigionamento e di prezzi”.

In caso di allargamento della guerra, potremmo avere il problema delle forniture che non avrebbero più una via marittima per raggiungerci

Sul fronte del grano duro, il grosso della produzione è localizzata tra il nord degli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea. Nel Canada, nella sola provincia del Saskatchewan si produce l’80 per cento del grano canadese che serve alla nostra industria. “Abbiamo anche delle piccole forniture che vengono dalla Russia, non dall’Ucraina. Qualcosa di più importante arriva dal Kazakistan. Se questo conflitto dovesse continuare senza allargarsi non dovremmo avere grossi problemi dal punto di vista dell’approvvigionamento. In caso di allargamento, quindi del blocco totale della portualità sul Mar Nero, potremmo avere il problema delle forniture dal Kazakistan che non avrebbero più una via marittima diretta per raggiungerci”.

Il grano duro è aumentato a partire dalla scorsa estate, questo è dipeso da due fattori: il primo, la siccità che ha colpito la scorsa estate dimezzando i raccolti in Nord America e in Nord Africa. Questo fatto ha alimentato la richiesta, facendo scoppiare una crescita dei prezzi legata alla scarsità. Il secondo è l’aumento dei prezzi dell’energia che già c’era a fine 2021, alimentato dalle tensioni dei mercati dovute alla ripresa post-Covid. In più, se la guerra continua, saltano le semine. “La guerra sta danneggiando il grano verde perché se c’è guerra l’agricoltore non fa la concimazione di copertura. La resa per ettaro viene a calare, quindi calano la produzione e l’output finale. C’è poi il problema di tutti quei campi che saranno inagibili per la produzione agricola perché dobbiamo ipotizzare che ci saranno delle battaglie campali. Con carri, uso di missilistica, proiettili che rimarranno inesplosi, di mine e materiali pericolosi avremo nel post-bellico il problema dello sminamento dei campi. Questo significa una riduzione massiva della produzione agricola dell’Ucraina nei seminativi che avrebbe effetti devastanti”.

Il motivo dei timori che crescono sui mercati è anche questo: più tempo passa e più la guerra dura, maggiore è il danno all’infrastruttura terra, senza la quale non si fa agricoltura. “Se danneggiamo la terra perché ci sono gli esplosivi – conclude Pelagalli – non si può raccogliere, non si può concimare, non si può seminare. Riduciamo la produzione agricola del vero e proprio granaio nel cuore dell’Europa che è l’Ucraina”.