Gli occhi dell’Europa sono puntati tutti sulla Francia, che in una settimana ha visto cadere il governo per la seconda volta in tre mesi e riaprire la cattedrale di Notre Dame. Così, dopo la tregua dello scorso fine settimana – dovuta proprio alle cerimonie per l’inaugurazione della basilica –, il presidente Emmanuel Macron ha ripreso le trattative con il parlamento per trovare il nome del prossimo primo ministro che sostituirà il dimissionario Michel Barnier, sfiduciato mercoledì scorso dall’Assemblea nazionale.
Cos’è successo
I problemi nascono dalla legge di bilancio per il 2025 presentata ad inizio ottobre dal governo di Barnier, il primo ministro repubblicano succeduto a Gabriel Attal appena tre mesi fa. Si tratta di piano economico abbastanza severo a causa della difficile situazione dei conti pubblici nazionali – il debito pubblico francese è il terzo per dimensione nell’Eurozona, dopo quelli di Grecia e Italia – che include, tra le tante misure, anche un sostanzioso aumento delle tasse.
La prima ad opporsi è stata la leader del partito di estrema destra Rassemblement National, Marine Le Pen, che ha minacciato di non votare la legge. E, senza i voti di RN, il governo non avrebbe avuto i numeri per approvarla. Il governo aveva apportato alcune modifiche al testo, ritenute però insufficienti dal partito. Da qui la decisione di Barnier di ricorrere al comma 3 dell’articolo 49 della Costituzione, che gli ha consentito di approvare una parte del senza passare da una votazione parlamentare.
La reazione dell’Assemblea nazionale non si è fatta attendere: il partito di Le Pen e quello del Nuovo Fronte Popolare, alleanza di sinistra, hanno presentato due mozioni di sfiducia. È stato il loro voto insieme che, di fatto, ha permesso di far cadere il governo una settimana fa. «L’estrema destra e l’estrema sinistra si sono unite in un fronte antirepubblicano”, ha dichiarato Emmanuel Macron nel suo discorso alla nazione dopo aver accettato le dimissioni di Barnier. «So bene che alcuni sono tentati di ritenermi responsabile di questa situazione. È molto più comodo, ma non mi assumo l’irresponsabilità di altri e non mi dimetto».
Secondo il presidente francese, il Rassemblement National di Le Pen «ha votato una mozione di sfiducia che diceva il contrario del suo programma perché pensano soltanto a una cosa: alle presidenziali. Le vogliono preparare, le vogliono provocare e anticipare».
Come funziona il governo francese
In Francia non accadeva da 65 anni che il governo cadesse per un voto di sfiducia: l’ultimo precedente risale al 1962, quando il parlamento sfiduciò Georges Pompidou. Per la prima volta da allora, il sistema costituzionale pensato nel 1958 dal generale Charles de Gaulle è entrato in crisi, gettando il paese in una situazione di stallo senza precedenti: il parlamento, infatti, non potrà essere sciolto prima del prossimo luglio, ovvero ad un anno di distanza dalle ultime elezioni.
L’attuale assetto del governo francese è nato nel 1958 con la riforma costituzionale voluta da Charles de Gaulle, eroe della Resistenza che venne richiamato al potere per dare alla nazione un nuovo equilibrio dopo che, nei precedenti 12 anni, si erano susseguiti ben 24 governi, a causa del potere eccessivo dei partiti in parlamento. È proprio con de Gaulle che nasce la Quinta Repubblica, ovvero lo stato francese nella forma in cui lo conosciamo oggi. La stessa forma che, fino a questo momento, ha sempre garantito la massima stabilità dell’intero sistema: tra il ’62 e oggi, appunto, sono solo due i governi caduti per mozione di sfiducia. Nello stesso arco temporale, l’Italia ha visto susseguirsi oltre 30 esecutivi.
Con la Costituzione voluta da de Gaulle e approvata nel 1958, viene introdotto un modello semipresidenziale che rappresenta un unicum nel panorama mondiale. Il presidente diventa, infatti, una sorta di arbitro al di sopra delle fazioni, con poteri non soggetti ad una controfirma ministeriale: può sciogliere l’Assemblea Nazionale – ma, come accennato in precedenza, devono essere trascorsi almeno 12 mesi dalle ultime elezioni –, nominare il primo ministro, indire referendum. Con la riforma del 1962, viene anche approvata l’elezione diretta del presidente, dotando così la sua figura di una legittimazione popolare diretta. Fino a quel momento, infatti, veniva eletto da un collegio di grandi elettori.
La Costituzione del 1958 rafforza i poteri dell’esecutivo e razionalizza quelli del parlamento. L’esempio migliore per spiegare questo concetto è proprio l’articolo 49.3, che permette al governo di approvare una legge senza passare dal voto parlamentare, mettendo la fiducia. Lo stesso articolo che, come raccontato in precedenza, ha portato alla caduta di Barnier in queste settimane.
Cosa succederà adesso
È ancora difficile prevedere cosa accadrà nell’immediato. La strada che porterebbe ad un governo di unità nazionale, sostenuto da tutti i partiti, appare difficilmente percorribile: L’Assemblea Nazionale francese è divisa in tre blocchi politici: i centristi di Macron, l’estrema destra del Rassemblement National e la coalizione di sinistra del Nuovo Fronte Popolare. Tre gruppi agli antipodi che si rifiutano di lavorare insieme, nonostante questa situazione sia stata generata proprio da un’alleanza di circostanza tra destra e sinistra. Questo porterebbe un qualsiasi nuovo governo a ritrovarsi di fronte alle stesse difficoltà di quello attuale.
Martedì, il presidente Macron ha convocato all’Eliseo una riunione allargata a tutte le forze politiche all’infuori delle due ali estreme – il RN di Le Pen e la France Insoumise di Jean-Luc Melenchon – per provare a formare un nuovo esecutivo. Una riunione durata poco, appena due ore, che si è conclusa con un nulla di fatto. Intanto, come annunciato da Macron nel discorso alla nazione di settimana scorsa, oggi verrà presentata in Consiglio dei ministri la “legge speciale” per dotare la Francia di una manovra finanziaria per il 2025: si tratterà di una legge temporanea con l’obiettivo di assicurare “la continuità dei servizi pubblici e la vita del paese” nonostante la caduta del governo.