Sapere quando tornare sui propri passi è sintomo quasi sicuro d’intelligenza e facoltà in cui ciascuno dovrebbe esercitarsi più spesso di quanto succeda. Ad ogni livello della vita personale e collettiva, senza dimenticare la sfera politica e, restringendo il campo, in special modotra i banchi del consiglio comunale della città di Milano, dove nelle scorse settimane è stato deciso che a meritarsi, tra gli altri, l’Ambrogino d’oro per l’anno 2020 è stata la coppia ad alto valore aggiunto formata dal rapper Fedez e dalla moglie Chiara Ferragni, professione influencer. Il motivo? Aver organizzato, durante la prima ondata della pandemia, una ricca raccolta fondi devoluta all’Ospedale San Raffaele e sostenuto, più tardi e con mezzi analoghi, i lavoratori dello spettacolo.
Siamo destinati a morire in odore di pubblicità. In un’epoca in cui diventa indispensabile dare notizia persino della propria beneficenza e, anzi, grazie ad essa guadagnarsi ulteriore riconoscimento pubblico,chi neanche per sbaglio ha ricevuto tepore dai raggi del sole fisso dello star system sono stati tutti quei lavoratori – a Milano in parecchi – impegnati a spostare, pedali sotto le suole e cubo di poliestere in spalla, i nostri consumi affluenti, ogni giorno ad ogni ora, come la metropoli post-industriale richiede. Tutto purché il cartone della pizza o la confezione con dentro il panino arrivino a domicilio come appena pronti, ancora caldi, possibilmente in orario rispetto ai tempi di consegna. Mentre fuori, oltre alle intemperie, imperversa da mesi un’emergenza sanitaria su scala globale e il virus peggiore dell’ultimo secolo circola per via aerea.Sorge un sospetto: ma, niente niente, per scrupolo o per ragioni simboliche, l’Ambrogino d’oro non si poteva assegnare a questo sciame di sfortunati dimenticati da tutti?
Breve storia di un tradimento. Giugno 2018: fresco di giuramento nel Salone delle Feste del Quirinale e d’insediamento dentro il proprio ufficio nel sontuoso palazzo in stile razionalista sede del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Luigi Di Maio annuncia una lotta senza quartiere al precariato attraverso l’inserimento all’interno del Decreto Dignità – prima misura economica del neonato governo gialloverde – di clausole a tutela dei diritti dei riders. I giganti del food delivery si affrettano ad alzare la voce: «Così saremmo costretti a lasciare l’Italia», avverte in un’intervista al Corriere della Sera Gianluca Cocco, amministratore delegato di Foodora per il nostro Paese.Nei giorni immediatamente successivi, il pesante portone di via Veneto si spalanca al cospetto dei rappresentanti di Glovo, Foodora, JustEat, Domino’s Pizza e Deliveroo, convocati al ministero per discutere della faccenda. Risultato: nel decreto non c’è traccia di un solo provvedimento per la salvaguardia dei lavoratori atipici. Cancellati dalla bozza iniziale trasmessa dal Ministero a Palazzo Chigi, assenti dal testo passato attraverso le Commissioni parlamentari, liquidati nelle due versioni emendate, votate e approvate dai due rami dall’Aula.
Aprile 2019: sulle colonne del Fatto Quotidiano due giornalisti portano alla luce l’esistenza di un presunto conflitto d’interessi tra Deliveroo e la Casaleggio Associati, che controlla le procedure interne al Movimento 5 Stelle tramite la piattaforma Rousseau.L’azienda privata avrebbe avviato una partnership – ricevendo circa 10mila euro – per far comparire la multinazionale come sponsor di un doppio evento di presentazione di un rapporto sull’e-commerce in programma a Milano e a Roma nelle settimane successive. I segnali di solidarietà degli esponenti del partito ai fattorini, già diradatisi, scompaiono dai radar, all’atto pratico gli interventi vengono di volta in volta rimandati.
Settembre-ottobre 2019: qualche lieve cambiamento arriva dal testo del decreto Salva imprese, approvato dall’ultimo Consiglio dei Ministri del governo gialloverde e convertito in legge nel primo passaggio in Parlamento di un provvedimento sostenuto dal governo giallorosso.Il legislatore stabilisce: la possibilità di essere inquadrati come dipendenti solo a partire da un guadagno lordo superiore a 5mila euro l’anno, ossia nei rari casi in cui le consegne costituiscano la principale occupazione del lavoratore; l’abolizione, nella fattispecie precedente, del pagamento a cottimo, che resta valido per i contratti a prestazione occasionale; l’estensione generale delle tutele per ragioni di malattia, infortunio e maternità; l’aggancio del minimo salariale del settore a quello del gradino più basso previsto per la logistica; l’istituzione di un osservatorio permanente di supervisione al Ministero del Lavoro; la raccomandazione rivolta alle parti affinché si riuniscano intorno ad un tavolo per negoziare i termini di un contratto collettivo. L’entrata in vigore delle misure è posticipata all’ottobre 2020. Ancora non ne sono coscienti, ma di fatto i ciclo-fattorini sono condannati ad affrontare uno shock bio-politico globale senza garanzie di alcun tipo.
La scomodità di trovarsi tra l’incudine e il martello. Se le risposte di certa politica sono giunte in ritardo, non prima di umani, fin troppo umani dietrofront e di un’inspiegabile, anzi forse fin troppo chiara, fuga dai propri impegni, la lunga inerzia e la diffusa ambiguità dei sindacati confederali di fronte alle sfide poste dalla gig-economy si può spiegare in maniera più concisa: a lungo non ci hanno capito granché. «Per ragioni oggettive: se la disciplina del lavoro classica era fondata sulle relazioni industriali tra un datore di lavoro in carne ed ossa e i suoi sottoposti all’interno di un luogo fisico comune,il nuovo business è di natura immateriale, caratterizzato da multinazionali con quartier generale in altri continenti dislocate sul territorio grazie a sedi locali e hub logistici il cui compito è, grazie a strumenti sofisticati quali gli algoritmi, di gestire l’opera di una serie di lavoratori inquadrati come autonomi» spiega Michele Faioli, professore associato di Diritto del Lavoro all’Università Cattolica di Milano.
Una volta compresa la complessità del fenomeno, ecco però emergere all’interno di Cgil e Cisl differenti sensibilità: più intransigente verso le degenerazioni del mercato, la confederazione di Maurizio Landini ha adeguato alle circostanze una vecchia articolazione, la Nidil (Nuove identità del lavoro), fondata nel 1998 per dirigere le vertenze legate all’occupazione interinale e somministrata, mentre l’unione diretta da Annamaria Furlan ha preferito affidare il dossier alla Fim (Federazione italiana metalmeccanici) guidata, fino a pochi mesi fa, da Marco Bentivogli, figura da sempre più propensa a integrare le tutele per i lavoratori con il diritto all’impresa. Una diversità d’approccio maturata come reazione alla frammentazione sindacale in corso, frutto dall’attivismo sempre più marcato di una rete di nuove sigle autonome, più abituate all’azione diretta che alla concertazione.
L’orgoglio della nuova classe operaia. La più diffusa di esse sul capoluogo lombardo, Deliverance Milano, nasce nel 2016 in un momento di estremo disordine: «Molti di noi – racconta Angelo Avelli, fondatore e rider – all’inizio soprattutto italiani, prestavano servizio fino a quando non raggiungevano 5mila euro e poi lasciavano per non dover aprire la partita Iva, un intenso turnover coinvolgeva il settore e occorreva costruire dal nulla una rete di supporto». Durante le ultime manifestazioni sono riusciti a portare in piazza circa trecento lavoratori, ma non sempre è stato così:«La precarietà della condizione di molti dissuadeva dal partecipare alle mobilitazioni, un blocco superato in parallelo al progressivo smantellamento dei diritti e alla diminuzione del salario su base oraria. In più, anche costruire un punto di vista comune insieme a persone che parlano altre lingue e appartengono a culture variegate ha comportato qualche problema».
La principale rivendicazione riguarda il riconoscimento della subordinazione. Ad essa è legata un insieme di altre tutele: paga oraria, monte ore garantito, ferie, malattia, trattamento di fine rapporto e disciplina di licenziamento. Senza dimenticare i diritti sindacali, da cui passa tutto: rappresentanza, contrattazione e sciopero. «Il nostro obiettivo è di difendere i più precari tra i precari. Non bisogna dimenticare che questo lavoro serve a inserire nel mercato risorse umane con poca esperienza o a riassorbire in esso quelle che ne sono state espulse per vari motivi. La facilità del processo di recruiting agevola l’accesso alle mansioni delle fasce più marginali, ma basta un click per tornare al punto di partenza.L’insieme dei meccanismi reputazionali» – il feedback da parte di clienti e ristoratori e il punteggio complessivo da cui dipende la possibilità di assegnazione delle consegne future – «funziona da arma di ricatto e rende impossibile pianificare il volume del guadagno e la distribuzione del lavoro da qui a due settimane».
L’indifferenza alle sorti dei propri dipendenti e il disinteresse nei confronti del principio della responsabilità d’impresa è dimostrato in maniera plastica dai comportamenti tenuti dalle piattaforme durante la diffusione del Covid-19: «Abbiamo dovuto difenderci da soli dal virus, proclamando scioperi di consegne al piano, avremmo rischiato troppo ad entrare in un palazzo, in un ascensore o in un appartamento senza sapere della presenza nelle vicinanze di singoli casi di contagio o addirittura di focolai.I primi dispositivi di protezione individuale ci sono stati distribuiti a maggio: per loro, continuiamo ad essere autonomi, quindi a noi il compito di procurarceli. Senza contare un altro fatto: malgrado le proteste, non sono mai stati attivati sistemi di welfare aziendale messi a disposizione dalle aziende».
Money makes the world go round. La curva dei contagi? Il bilancio dei morti? I pericoli affrontati in perfetta solitudine dai fattorini? Non scherziamo, l’accumulazione di capitale non prevede simili seccature: è fondamentale invece tutto quanto aiuti a tenere i bilanci in ordine, il modello aziendale leggero e flessibile e i dividendi per gli azionisti in crescita a fine anno. Ad esempio, l’accordo firmato a settembre da Assodelivery, associazione di categoria delle piattaforme, e l’Ugl, sindacato minore peraltro scarsamente rappresentativo della galassia dei lavoratori atipici. Il risultato della trattativa intendeva gettare le basi di un contratto nazionale e, al contempo, sabotare gli sforzi compiuti verso lo stesso obiettivo intorno al tavolo di concertazione riunito al ministero. Con due sensibili differenze: primo, quest’ultimo produrrebbe effetti assai più onerosi a carico delle aziende; secondo, per alcuni aspetti il testo del primo era già contrario agli indirizzi espressi dalla giurisprudenza in materia nel momento stesso in cui è stato siglato. In particolare, nelle premesse, dove si legge quanto segue:
Nonostante ciò, provare a chiedere spiegazioni ad Assodelivery resta un’esperienza illuminante. L’ufficio stampa – appaltato anch’esso ad un’agenzia esterna, segno di un modus operandi incorreggibile – ha provveduto a passare il contatto di un sindacalista responsabile dell’intesa – sintomo non incoraggiante di relazioni industriali a dir poco squilibrate. Quando è stato specificato che la volontà era di parlare anche d’altro e di volerlo fare con una personalità interna all’associazione, è stato risposto che nessuno era disponibile. Peccato davvero, sarebbe stato un’ottima occasione per domandare come mai – malgrado sul settore vigili da anni l’occhio attento del legislatore – le piattaforme non risultino iscritte nel registro pubblico dei portatori d’interesse della Camera dei Deputati, né in quello del Ministero dello Sviluppo Economico, né in quello del Ministero del Lavoro.
Toghe in bicicletta. Una nebulosa accusa rivolta – di norma mai quando si dovrebbe – all’indirizzo del potere giudiziario è quella di fare politica. Succede spesso, è vero, in tutti quei casi in cui la magistratura finisce per sostituirsi alle forze politiche, economiche e sociali quando si tratta di mettere fine a vuoti legislativi di vario genere su temi, fenomeni e dinamiche cui queste ultime non riescono o, peggio, non vogliono assumersi la responsabilità di decidere. Così è accaduto ancora stavolta: la prima sentenza sull’economia dei lavoretti in Italia arriva nell’aprile 2018, quando il Tribunale del lavoro di Torino respinge in primo grado il ricorso di cinque riders sospesi dal servizio due anni prima da Foodora per aver preso parte ad uno sciopero indetto per rivendicare un migliore trattamento economico e maggiori garanzie normative – non potevano in quanto lavoratori autonomi. Poco meno di un anno dopo,nel gennaio 2019, il verdetto viene ribaltato in Corte d’appello: i fattorini sono da considerare come lavoratori subordinati al quinto livello del contratto per il settore logistica-trasporti e se da un lato il giudice boccia la richiesta, avanzata dai cinque, di reintegro e assunzione, dall’altro condanna l’azienda a pagare un conto salato, pari a 20.000 euro in spese processuali. Dodici mesi più tardi, nel gennaio 2020, la Corte di Cassazione cristallizza le decisioni prese in appello e mette fine alla controversia, portata avanti in sede giudiziale senza mai trovare appoggio in una qualsivoglia legislazione in materia: la bancarotta di un Paese.
Una modesta proposta. Gentile signor sindaco, mi sente? Di quanto riportato da questo insieme di parole lei sarà già a conoscenza. Il suo curriculum non consente di dubitare: manager pratico e solido, amministratore efficiente e al corrente dei minimi dettagli nei dossier presenti sulla propria scrivania, roccioso esemplare del riformismo di rito ambrosiano. Ascolti un suggerimento, sindaco Sala – ingenuo finché vuole, patetico e campato per aria, ma sincero: fermi tutto, è ancora in tempo. Diserti la cerimonia, scappi via col medagliere, lasci perdere i due arricchiti con residenza in Bosco Verticale.Il cuore di questa città sta altrove: agli ingressi della Stazione Centrale, dove gli immigrati meridionali facevano ingresso esausti in città dopo viaggi interminabili, armati soltanto di valige tenute insieme con lo spago; nei reparti della Pirelli e della Falck dove, sopportando turni massacranti a maggior gloria di quella crescita chiamata miracolo, hanno imparato la solidarietà e mescolato i dialetti; nelle stanze delle casette tirate su alla meglio nei fine settimana a immagine e somiglianza dei villaggi d’origine in quelle coree ormai inglobate dalla cintura urbana dell’hinterland. E oggi, in ogni viale, corso, piazza dove gente coraggiosa e disperata bivacca in attesa del prossimo ordine pur di sbarcare il lunario.
Sa, sindaco? Non ha senso, proprio alcun senso, incontrare gli uomini simbolo della lotta contro lo sfruttamento nei campi se non si prende coscienza del fatto che braccianti 2.0 e caporalato smart esistono anche qui, sotto gli eleganti grattacieli di City Life e le torri del terziario avanzato in Gae Aulenti. Vada a Porta Genova, ne troverà a decine. Si avvicini ad uno di loro, non importa chi, lo insignisca del premio. Non servono discorsi ufficiali, sarà chiaro a tutti: Milano è terra di lavoro dignitoso per tutti, non frontiera di profitto selvaggio per pochi. Prenda parte a ‘sta pazzia, ci faccia sognare.