Dopo lo spaventoso sisma di Accumoli e Amatrice, Domenico Farroni della rinomata Casa dolciaria Sorelle Nurzia de L’Aquila ricorda il terremoto che colpì la sua città.

L’Italia centrale rivive l’incubo terremoto. A sette anni di distanza dal sisma de L’Aquila potrebbe rievocare quella notte angosciosa?

È difficile oggi rievocare quella notte dopo quello che è successo l’altro giorno. E’ stato uguale. Non si è sentito il boato ma la scossa è stata la stessa.

Anche lo stesso orario.

Lo stesso, sì, qualche minuto più tardi. È stata una notte in cui sicuramente non ci si è preoccupati di se stessi ma di chi ci stava vicino. Io ho ancora mio padre che a quel tempo aveva 83-84 anni, mia madre 80, avevo le nipotine dentro casa. Non si è pensato tanto a se stessi ma a chi ci stava intorno. Sono stati più brutti i giorni successivi: là per là non ci siamo resi conto di quello che è successo. Vivevo a due chilometri dal centro e si vedevano solo delle nuvole di polvere. A ogni scossa queste nuvole di polvere che si alzavano.Notizie non ne arrivavano, certo meno che nel terremoto di adesso. Abbiamo iniziato a contare i morti a distanza di 36-48 ore. E poi ci si è preoccupati di come andare avanti.

Cosa è successo dopo?

Siamo rimasti in macchina, ci siamo arrangiati. Le dico la verità: stiamo peggio adesso che allora. Io sono andato in una casa al mare e non abbiamo subito le scosse successive. Mentre oggi siamo a casa e sentiamo le scosse regolarmente.

Le scosse di questo terremoto?

Sì. adesso le sentiamo mentre allora eravamo tutti fuori, perché ci avevano dislocato nei diversi alberghi sulla costa. Oppure chi aveva una casa a Roma o a Pescara c’è andato. Era diverso. Sinceramente adesso io sono terrorizzato. Sette anni fa nei giorni successivi stavamo a L’Aquila solo per lavoro e la notte non dormivamo qui. Invece adesso di notte sentiamo le scosse. Sembra che ci sia qualcuno che decide di farle di notte. Ed è peggio, soprattutto per gli anziani e per i bambini: un disastro.

Domenico Farroni

Domenico Farroni

Oggi si parla molto di “resilienza”. Ma che cos’è la resilienza per chi vive un terremoto sulla propria pelle?

La capacità di andare avanti. Riuscire ad adattarsi, immagino. Ad esempio, un imprenditore è anche costretto ad adattarsi, ma per le persone di una certa età è diverso. Mia madre è stata per lungo tempo un po’ depressa. Chi non ha iniziative da rimettere in piedi subito ne risente, ha una minore capacità di adattarsi. Certo, in molti sono andati via. Le parrà assurdo ma anche avere persone accanto da aiutare aiuta ad adattarsi meglio. Se si è da soli magari non ci si riesce.“Avere persone accanto da aiutare aiuta”

Che consigli si sentirebbe di dare a chi sta vivendo lo sfollamento e di punto in bianco è rimasto senza niente?

Di avere fiducia nei confronti di chi sta facendo delle promesse. Se dovessi stare vicino a una persona che ha subìto il terremoto direi: guarda che ti danno una mano. Una sistemazione te la danno. Da noi chi ha avuto la casa distrutta sette anni fa ha ancora queste casette che hanno fatto, antisismiche. Sinceramente, quando si dice che per ricostruire lo Stato ci mette un sacco di tempo, dico che, se lei si fa una casa oggi ex novo, tre-quattro anni ce li mette, o sbaglio? Se lo Stato per ricostruire una città ci mette dodici-tredici anni non credo che sia tanto.

E come progettualità del tessuto urbano de L’Aquila, il centro storico, la zona rossa?

La ricostruzione non è stata coordinata, però oggi se lei viene a L’Aquila vede che il centro storico è tutto un cantiere, il cantiere più grande d’Europa. Significa che tra due-tre anni il 60-70 per cento del centro storico sarà ricostruito. Magari non saranno state riparate le chiese o tutti quei monumenti che avevamo. L’Aquila, d’altronde, è il quarto centro storico d’Italia.

E il tessuto sociale, i rapporti umani? Lei diceva che molta gente è andata via.

Sì, ed è chiaro che delle amicizie si sono perse. Tra qualche anno con il centro storico rimesso a nuovo sarà tutto diverso. Perché quello era il centro di aggregazione. C’erano trentamila studenti, ora sembra che ce ne sia la metà. Io faccio parte di quella che probabilmente è la generazione più colpita.Ho quasi 58 anni. Quando L’Aquila riavrà un tessuto io avrò 70 anni. E non parlo dell’aspetto architettonico, ma del tessuto sociale. Poi, sa, l’aquilano è uno superbo, anche molto presuntuoso. Io credo che nel giro di qualche anno si possa ritornare alla normalità, lo spero. Con difficoltà, certo, ma non credete a chi dice che L’Aquila è stata abbandonata. “Siamo italiani, ma al momento del bisogno ci siamo”

Quale sentimento prova nei confronti del suo territorio di appartenenza che è stato così violentemente ferito? C’è un prima e un dopo?

Le parrà strano. Prima era un sentimento molto più forte. Adesso leggo che la gente vuole rimanere. Ma queste sono terre martoriate. Già sono posti in cui l’economia è difficoltosa. Sinceramente se uno avesse un figlio o dei nipoti cercherebbe di mandarli a vivere fuori. Subito dopo un terremoto la gente vuole che si ricostruisca, ma le montagne da cui noi siamo circondati ingigantiscono il sisma. Se ci trovassimo in pianura sarebbe diverso. Del resto mi pare che nel campo dei terremoti neppure la ricerca scientifica abbia fatto grandi progressi. Questi sono luoghi in cui tra cinquanta-sessant’anni magari ci sarà un altro terremoto. Per i miglioramenti dell’edilizia non avremo gli accadimenti di oggi, ma ci saranno comunque problemi. L’altra sera il sindaco de L’Aquila ha detto che per le compravendite bisogna fare un libretto del fabbricato. Ma non lo vogliono fare, ci sono riluttanze, interessi. Prenda le lobbies dei costruttori. Comunque chi oggi è colpito dal terremoto deve avere fiducia nello Stato. E non solo. L’Italia è una nazione che si stringe. Siamo solidali. Siamo italiani, ma al momento del bisogno ci siamo.