Seguire la guerra da uno schermo. Un’attività comune a molti, in contrasto con la possibilità di poter andare sul posto e vivere il conflitto in prima persona. La protezione e la distanza garantita dalla televisione, il computer o lo smartphone sono però delle novità per Amedeo Ricucci, che oggi segue il conflitto tra Russia e Ucraina da spettatore. L’ex inviato di guerra della Rai ha raccontato i conflitti più violenti e complessi degli anni Novanta e Duemila. Un giornalista che ha viaggiato in Afghanistan, Libano, Iraq e Siria, dove per 10 giorni nel 2013 è stato rapito dall’Isis. Il cambio di prospettiva da mediatore a destinatario del racconto permette a Ricucci di osservare con occhio critico le attuali tecniche di narrazione degli scontri armati messe in atto dai giovani inviati al fronte.
Ricucci è tra i firmatari di una lettera, indirizzata alla comunità dei giornalisti e degli editori, e ai cittadini, scritta da una decina di ex inviati di guerra sulla modalità con cui il giornalismo italiano sta seguendo il conflitto. Nella lettera, firmata anche da Alberto Negri, Massimo Alberizzi, Enric Salerno, Toni Capuozzo, Giuliana Sgrena, si sottolinea come “la propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”. E ancora: “Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”, dicono gli inviati.
«La guerra in Ucraina la sto seguendo dal divano di casa – spiega Ricucci – e la mia impressione è che il conflitto stia segnando uno spartiacque nella narrazione giornalistica. Con il passare del tempo sta diventando sempre più personificata». Un nuovo metodo di raccontare le vicende al fronte, in contrasto con la missione primaria del giornalista che «dovrebbe essere quella di andare in giro a cercare notizie. Oggi gli inviati sono diventati dei superman dal punto di vista lavorativo, perché devono confezionare servizi ed essere sempre disponibili per i collegamenti per un gran numero di trasmissioni. I conduttori invece sono degli one-man-show, che passano da un argomento all’altro senza soluzione di continuità», prosegue l’inviato della Rai. Il panorama presentato da Ricucci descrive le figure e il metodo, che caratterizzano la narrazione italiana del conflitto ucraino associata dal giornalista alla war television. Un fenomeno che è nato nel 1991 con la diretta della Cnn dedicata al racconto dell’attacco su Baghdad. Per la prima volta si parla di televisione totale, a causa della produzione e integrazione delle notizie in uno schermo contraddistinto da un’altissima efficienza e redditività. Come approfondisce Ricucci in un post su Facebook, «la televisione andava in guerra e la guerra sfruttava il racconto della televisione. Quel patto però ha fatto forse il suo tempo».
Amedeo Ricucci afferma: “La televisione andava in guerra e la guerra sfruttava il racconto della televisione. Quel patto, però, ha fatto il suo tempo”
Nel giornalismo si stanno affermando sempre di più i formati ibridi, determinati dalle innovazioni tecnologiche e dall’affermazione di nuovi ruoli. «Oggi è pieno di giornalisti dalle diverse forme – dichiara Ricucci – ci sono i citizen journalist e i giornalisti della carta stampata che si improvvisano inviati per la televisione o viceversa. È una ricchezza straordinaria, ma non è sempre all’altezza degli avvenimenti». Lo stravolgimento del metodo di narrazione ha infatti causato la scomparsa di figure professionali e specializzate. La loro competenza era precisa e circoscritta in un particolare ambito, che permetteva così di spiegare la guerra in tutti i suoi aspetti. Ricucci ricorda: «Io sono cresciuto con un giornalismo diverso, caratterizzato dal coinvolgimento di numerose professionalità: c’era il giornalista, poi un esperto di raccolta e selezione delle immagini e infine un fonico, figura sparita nel panorama italiano. È quindi evidente che la qualità non è più quella di una volta».
La rivoluzione digitale ha quindi cambiato completamente l’ecosistema mediatico. «È una situazione in cui ognuno al mondo è in grado di creare informazione in proprio – commenta l’ex inviato – non c’è più bisogno dei giornalisti, non c’è più alcun motivo per non sparargli addosso. Basta guardare alla guerra in Ucraina, dove la maggioranza della produzione avviene sui social media e chi la veicola sono i citizen journalist». La situazione che stanno vivendo gli inviati al fronte è talmente pericolosa, che dallo scoppio del conflitto sono morte sei persone tra giornalisti, videomaker e fotoreporter. «Oggi la preparazione degli inviati al fronte è migliorata ed è diventato facile raggiungere le aree di crisi – conclude Ricucci – ma la guerra è diversa ed è più pericolosa. Adesso cammini per le strade di Kiev e ti piovono addosso le bombe. Non si tiene conto di chi capita nel mirino: anche se si indossa il giubbotto con la scritta “press”, gli uomini armati schiacciano il bottone e chi c’è sotto c’è sotto».