«Questo non è un romanzo», è la storia di un ex sicario dell’economia, un economic hitman. Un’élite di professionisti che hanno il compito di  orientare la modernizzazione dei Paesi in via di sviluppo  verso un processo di continuo indebitamento e asservimento agli interessi delle multinazionali e dei governi più influenti del mondo. I sicari dell’economia distribuiscono favori: prestiti per lo sviluppo delle infrastrutture, la costruzione di centrali elettriche, autostrade, porti e aeroporti. Una condizione per questi prestiti è che a costruire queste infrastrutture siano le imprese dei Paesi più sviluppati, facendo piombare le nazioni in via di sviluppo nella spirale del debito. In filigrana, il mantra che guida questo modus operandi è che qualunque crescita economica giovi all’umanità e quanto più aumenti la crescita, tanto più diffusi saranno i benefici. Il naturale corollario è che chi alimenta la crescita va ricompensato e chi è nato ai margini di questo sistema può essere legittimamente sfruttato. John Perkins, prima di occuparsi di energie rinnovabili e sviluppo sostenibile ha svolto per dieci quest’attività. In “Confessioni di un sicario dell’economia” (Minimum Fax, 2005) racconta la sua storia, una vicenda che ha come sfondo il mondo intero. Ecuador, Panama, Colombia, Arabia Saudita, Indonesia sono solo alcuni dei Paesi in cui, nella sua vita precedente, Perkins ha svolto la sua attività di economic hitman. La sua lunga esperienza gli ha dato la capacità di osservare da una posizione privilegiata le dinamiche internazionali in atto, dall’elezione di Donald Trump al voto sulla Brexit per arrivare ai fenomeni migratori e a considerazioni su nuovi modelli di sviluppo economico.

Il motivo per cui Hillary Clinton ha perso è che per la gente comune rappresentava l’establishment e lo status quo

In Europa e nel resto del mondo stiamo assistendo a una lotta tra populismo, autoritarismo e la sfida lanciata dai cittadini per ottenere maggiore ascolto dai propri governi. Quale pensa possa essere l’evoluzione di questa situazione?

«Penso che in giro per il mondo le persone si stiano svegliando. È in atto un mutamento delle coscienze. Io viaggio molto, sono ora di ritorno dopo due mesi passati in America Latina e sono stato di recente in Europa. In Inghilterra, Scozia, Spagna, dovunque sia andato ho trovato persone che stanno iniziando a capire che il sistema per come è strutturato non sta funzionando. I ghiacciai si stanno sciogliendo, gli oceani si alzano e tantissime specie rischiano l’estinzione. Una situazione terribile creata dagli uomini. Si sta iniziando a comprendere il reale significato di eventi come il voto su Brexit, o quanto sta accadendo in Italia, in Grecia o negli Stati Uniti con Trump e Sanders. La gente è arrabbiata, scontenta. Prendiamo ad esempio gli Stati Uniti: chi era davvero stanco di questo sistema e credeva nell’autoritarismo come risposta ha votato Trump, chi invece ha immaginato una nuova via socialista allo sviluppo ha scelto Bernie Sanders. Il motivo per cui Hillary Clinton ha perso è che per la gente comune rappresentava l’establishment e lo status quo. Esattamente ciò che la stragrande maggioranza delle persone voleva rigettare. Il denominatore comune, in tutto il mondo, è la richiesta di cambiamento»

Vede il 2017 come l’anno della svolta, in Europa, con l’avvicinarsi delle elezioni in Francia e in Germania, l’avanzata delle destre e dei populismi?

«Credo ci sia un pericolo reale che questi movimenti possano vincere. Gli Stati Uniti ne sono un esempio simbolico. Tante persone sganciate dallo sviluppo e dal progresso hanno virato verso destra, persone che credono nell’autoritarismo come risposta. Quello che stiamo vedendo in giro per il mondo è questo: la gente si divide. Tutto nasce da una scontentezza diffusa, ma la soluzione non è né buttarsi a destra né a sinistra. La soluzione è realizzare che dobbiamo costruire un diverso sistema economico che sia giusto e responsabile verso la società e verso l’ambiente»

La forma di capitalismo attuale è il problema, quello che ho descritto come “capitalismo predatorio”

Possiamo dire che lo sviluppo capitalistico è il vero problema? Ma dunque, quale può essere la risposta? Un nuovo corso socialista? Un’economia sociale? O qualcos’altro?

«Innanzitutto bisogna capire che il capitalismo di per sé non è il problema. La forma di capitalismo attuale è il problema, quello che ho descritto come “capitalismo predatorio”. Capitalismo semplicemente significa che i mezzi di produzione sono posseduti dai privati e non dai governi. Negli Stati Uniti e in Europa, però, sono le imprese private a controllare i governi. Potremmo definirla un’oligarchia. Dunque il problema è la forma di capitalismo che genera un’economia della morte, basata sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e la militarizzazione su larga scala, distruggendo le risorse naturali da cui dipendiamo. È necessario evolvere verso una forma di economia vitale, che si fondi sulla riduzione dell’inquinamento, la rigenerazione degli ambienti naturali distrutti dall’intervento umano, sull’aiuto reciproco e sul riciclo. Un’economia in cui lo sviluppo sia concentrato verso la sostenibilità in ogni aspetto: trasporti, comunicazioni. Il cui obiettivo finale sia il benessere di tutti e non di pochi. Abbiamo bisogno di un sistema economico completamente nuovo»

A proposito della situazione in Europa dopo Brexit, crede che il sistema politico ed economico chiamato Unione Europea si stia sgretolando o si stia evolvendo?

«Penso dipenda soprattutto da come Germania, Francia e gli altri Paesi reagiranno al fenomeno Brexit, senza trascurare le decisioni che Londra prenderà in proposito. Se le istituzioni europee saranno flessibili e in grado di lavorare a un buon accordo con il Regno Unito, questo potrebbe costituire un’evoluzione per l’Unione Europea. L’evoluzione di queste istituzioni potrebbe voler dire un indebolimento utile a tenere unita l’Europa. D’altra parte se prevarranno da ambo le parti le linee intransigenti credo che Brexit potrebbe trasformarsi in un disastro per l’UE. Da questo punto di vista i Paesi dell’Europa “mediterranea”, Italia e Grecia in particolare, saranno il vero banco di prova »

L’attenzione e il dibattito distorto intorno alle migrazioni dimostra che si vuole tenere l’attenzione della gente puntata sugli sbarchi piuttosto che su quanto sta succedendo in giro per il mondo

A proposito di Grecia e Italia, il dibattito intorno ai flussi migratori coinvolge direttamente questi due Paesi che richiedono all’Unione Europa maggiore flessibilità per le politiche di accoglienza. Si gioca anche qui il futuro dell’UE?

«Penso che i fenomeni migratori siano utilizzati come “arma di distrazione di massa”. Si tratta di un gravissimo problema. I motivi per cui milioni di persone lasciano i Paesi di origine sono tanti: la situazione in Medio Oriente, il cambiamento climatico, la desertificazione. Tuttavia, tanto in Grecia quanto in Italia, le ondate migratorie sono state utilizzate per distrarre le persone da quanto stava avvenendo realmente. È fuori discussione che in questi due Paesi siano in attività dei sicari dell’economia che oggi sono più potenti che mai. E l’attenzione e il dibattito distorto intorno alle migrazioni dimostra che si vuole tenere l’attenzione della gente puntata sugli sbarchi piuttosto che su quanto sta succedendo in giro per il mondo. Io viaggio molto e negli ultimi anni ho visto un grande movimento, un risveglio, direi: le persone si informano e si organizzano»

Donald Trump presidente degli Stati Uniti, Vladimir Putin e la Russia nuovamente sulla breccia, Brexit e l’avanzata dei populismi in Europa. Il futuro la spaventa o continua a coltivare la speranza?

«Non sono affatto spaventato, non ce n’è alcuna ragione. Nel corso della storia l’umanità ha passato tantissimi periodi terribili, parecchi momenti di crisi. Ciò che è spaventoso e pericoloso è che stiamo minacciando l’intero pianeta. Nonostante questo nutro molta speranza perché credo che gli esseri umani sono stati in grado di superare momenti terribili. Dobbiamo però comprendere che questa crisi sociale, politica ed economica ha un denominatore comune: un sistema non funziona più»