È il 14 novembre e, all’interno del parlamento neozelandese, è in corso una sessione di voto per l’approvazione in prima lettura di un disegno di legge. Arriva il turno del Te Pāti Māori, il partito maori, quando Hana-Rawhiti Maipi-Clarke, una giovane deputata del gruppo si alza, strappa il foglio del progetto di legge che ha davanti a sé e inizia a intonare l’haka, la famosa danza tanto rappresentativa del suo popolo e della sua identità. Altri due parlamentari la supportano nella coreografia, che si sposta al centro dell’aula, mentre dagli spalti altre voci si uniscono al canto. La seduta viene sospesa per trenta minuti. È così che arriva nei palazzi del potere la protesta che da nove giorni sta interessando il Paese: sono in migliaia, maori e non, gli abitanti della Nuova Zelanda che hanno deciso di scendere per le strade e nelle piazze a manifestare contro la proposta di mettere mano al Trattato di Waitangi, eliminando di fatto le tutele e le prerogative che questa carta riserva agli indigeni. La partecipazione popolare è altissima: «In passato la contestazione più grande era stata quella degli anni Settanta, ma questa ha raggiunto dimensioni persino cinque o sette volte superiori, perché anche altre comunità si sono affiancate ai maori nella difesa dei loro diritti: è un emblema di quanta coesione c’è» commenta Simona Fabrizi, professoressa di Economia all’Università di Auckland, italiana, ma residente da quasi vent’anni nel Paese. Nello specifico, il trattato di Waitangi è stato siglato nel 1840 tra la corona inglese e più di 500 capi delle tribù locali. Si tratta di un accordo tra due Stati sovrani, con cui britannici e maori regolamentarono i loro rapporti, seppur con alcune difficoltà, innanzitutto dovute al fatto che i due popoli non condividevano la stessa lingua e quindi firmarono due testi distinti, uno in lingua inglese e uno in lingua maori, tradotto dai missionari residenti da tempo in Nuova Zelanda. Il problema principale fu che il contenuto dei due contratti non coincidevano esattamente, specie sul concetto di sovranità. Da un lato gli inglesi ritenevano che questo trattato concedesse alla regina Vittoria la facoltà di regnare su tutto il territorio; dall’altro lato i maori, che sono un popolo molto legato alla terra e non avrebbero mai permesso una simile concessione, ritenevano che l’accordo siglasse soltanto una spartizione di potere: gli indigeni avrebbero potuto controllare i loro terreni, lasciando ai britannici la semplice possibilità di occuparsi e gestire le controversie degli europei presenti là. Il Regno Unito iniziò a concepire la Nuova Zelanda come una sua colonia e avviò una serie di soprusi e violenze contro le tribù locali, sfociate poi nelle cosiddette Land wars negli anni Sessanta dell’Ottocento. Solo con il passare del tempo e con continue attività di rivendicazione e resistenza politica i maori riuscirono a raggiungere riconoscimenti di sovranità e traguardi, tra cui spicca in particolare modo la creazione nel 1975 di un tribunale riservato a giudicare gli abusi subiti durante la colonizzazione. Da allora, si è iniziato a discutere seriamente della necessità che il governo neozelandese risarcisse queste popolazioni per le violenze sopportate.

Questo cambio di prospettiva ha portato all’instaurazione nella gestione del Paese dell’odierno meccanismo di co-governance, in cui le decisioni sono prese di concerto tra le due comunità o, meglio, tra le due sovranità. «Nel trattato si parla proprio di partnership, per cui si stabilisce che i maori non siano dei sudditi della Corona a cui imporre degli ordini “dall’alto”, bensì una forza di co-governo con cui consultarsi per arrivare a proposte comuni» spiega Fabrizi.

È proprio su questo punto che si accende ora il dibattito pubblico. Da una parte, il promotore della riforma, David Seymour, leader dell’ACT New Zealand, un partito di estrema destra libertario, liberale e liberista, attualmente parte della coalizione di governo, cerca di far leva sull’idea che debba esserci assoluta uguaglianza tra tutti i cittadini neozelandesi e che quindi i maori non debbano godere di alcun trattamento preferenziale. Dall’altra parte, coloro che criticano la riforma, e sono la maggioranza, evidenziano che la comunità maori non è suddita, bensì sovrana. «La lettura di Seymour è un po’ subdola perché invoca la giustificazione dell’uguaglianza quando è invece riconosciuto da tutti che la sovranità del popolo maori va tutelata: sta cercando di minare il modo in cui questo Paese ha deciso di vivere e le fondamenta su cui si basa – dichiara la docente -. E nessun altro vuole questo cambiamento, salvo il partito che l’ha proposta». La possibilità di portare avanti questo disegno è stata una delle promesse che il National Party, partito del primo ministro Christopher Luxon ha dovuto concedere per ottenere l’alleanza di governo con l’Act, ma lo stesso premier ha voluto rimarcare la sua volontà di discostarsi dal contenuto di questo bill già prima della sua votazione.

«La lettura di Seymour è un po’ subdola perché invoca la giustificazione dell’uguaglianza quando è invece riconosciuto da tutti che la sovranità del popolo maori va tutelata: sta cercando di minare il modo in cui questo Paese ha deciso di vivere e le fondamenta su cui si basa» dichiara Fabrizi

Il fallimento appare inevitabile: il testo dovrà innanzitutto passare al vaglio del Select Committee, un comitato speciale designato all’analisi di tutte le proposte che arrivano in parlamento, dopodiché sarà rimesso alle submissions popolari tramite un referendum, da cui è destinato uscirne sconfitto. Basti pensare che la sola popolazione maori costituisce il 20% dei neozelandesi, mentre il partito di Seymour rispecchia soltanto il 9% degli aventi diritto al voto, senza considerare che non tutto il suo elettorato è d’accordo con il disegno di legge.

Nonostante ciò, l’azzardata accondiscendenza che il National Party ha dimostrato rispetto a questa proposta dell’Act New Zealand, potrebbe comunque costargli cara: la sola presentazione parlamentare di questo progetto sta producendo nell’opinione pubblica un forte malcontento e un risentimento inaspettato. «Al momento il governo ha un livello di popolarità molto basso e credo perderebbe se ci fossero delle elezioni- osserva Fabrizi -. Con l’ultimo voto la gente ha premiato chi prometteva un cambiamento, ma non si voleva arrivare fino a questo punto, ora c’è inquietudine rispetto a che direzione potrebbe prendere lo Stato».

Del resto, la maggioranza del popolo neozelandese è ben consapevole che le ferite dei maori sono ancora fresche e che è prematuro pensare a una loro equiparazione al resto della popolazione, eliminando ogni senso di colpa rispetto al trattamento e alle perdite che hanno dovuto subire, anche in termini economici, con l’espropriazione dei terreni a loro tanto cari. Questa differenza di trattamento che si ritiene doverosa nei confronti dei maori è un concetto che, per intenderci, può in qualche modo ricordare il principio di uguaglianza sostanziale sancito anche nella nostra Costituzione, al secondo comma dell’articolo 3: il fatto di essere tutti uguali a priori, non è necessariamente la risposta più giusta. Più corretto è riconoscere le diversità, che inevitabilmente ci sono, e fare in modo che, nonostante queste, tutti possano avere uguali garanzie e possibilità.

«Basta fare una passeggiata per Auckland per rendersi conto di quanto la popolazione sia variegata penso che nel complesso sia una delle realtà dove l’integrazione tra i popoli funziona meglio al mondo» racconta Quaranta

La scelta di intraprendere una strada come quella immaginata da Seymour, è percepita come un ritorno al passato dopo secoli di progresso: è impensabile tornare sui propri passi e annullare i traguardi raggiunti. Del resto, un’operazione di tal genere non potrebbe essere giustificata neppure ricercandone una coerenza con le posizioni conservatrici assunte da altri Paesi del mondo, innanzitutto gli Stati Uniti con le ultime presidenziali. Un ragionamento di questo tipo infatti non prende in considerazione le peculiarità che caratterizzano il popolo neozelandese, definito welcoming, integrato e progressista da chi da tempo si è trasferito nel Paese. È il caso di Rossella Quaranta, giornalista, copywriter e content creator che, come racconta lei stessa «è finita in Nuova Zelanda quasi per caso e non per caso ha scelto di rimanere»: «Se parliamo di “integrazione” come la si può intendere in Italia, siamo a livelli non paragonabili con nessun territorio europeo: basta fare una passeggiata per Auckland per rendersi conto di quanto la popolazione sia variegata, almeno nelle grandi città, dove etnie diverse convivono, vivono e lavorano in tutti i settori pubblici e privati – spiega -. Purtroppo, così su due piedi non è semplice da spiegare a qualcuno che non abbia mai vissuto qui, ma, con tutti i suoi difetti e pur non essendo un sistema perfetto, comunque penso che nel complesso sia una delle realtà dove l’integrazione tra i popoli funziona meglio al mondo».