Un campione lo riconosci subito. Anche se hai solo otto anni e per la prima volta assisti ad una finale olimpica. Seduto sul divano di casa, davanti alla tv, scopri che il tuo idolo non è un personaggio dei cartoni animati. È un uomo in carne ed ossa e si chiama Jury Chechi. Oro olimpico ad Atlanta 1996 “quando tu eri appena nato”, dice tua mamma. Un atleta che non è mai stato secondo a nessuno. Lo dice il suo palmares, la sua storia di sportivo. Essere campioni però non significa solo avere il talento per primeggiare sugli altri. E di talento il ginnasta di Prato ne aveva parecchio. Per meritarsi un simile epiteto bisogna anche sapersi distinguere. Ci vuole forza d’animo, sportività, correttezza. Se si fa proprio questo ragionamento si capisce come la storia dello sport ci abbia consegnato tanti fenomeni e pochi campioni. Tra i pochi spiccano i 165 cm o poco più del “Signore degli anelli”, l’uomo che nella finale di Atene 2004 ha consegnato a tutti il suo testamento sportivo. L’ultimo capitolo di una storia cominciata a scrivere sin da bambino nella palestra Etruria, sulla quale ha messo la sua firma indelebile il 22 agosto di 16 anni fa. Chechi conquista il bronzo di Atene dopo mille difficoltà, con la paura appiccicata come una resina sul volto pallido, con le fibre muscolari gonfie di paura nell’ultimo esercizio della sua carriera.
Lui che arriva ad Atene con dei pesantissimi infortuni alle spalle, che torna a gareggiare per il padre malato, sa cosa significhi lavorare per raggiungere un sogno. La medaglia di bronzo vale il terzo gradino del podio ma è il suo abbraccio al secondo classificato, il bulgaro Jovtchev, a proiettarlo oltre il primo posto. La giuria premia con la medaglia d’oro il greco Dimosthenis Tampakos. Se non si tratta di scandalo, poco ci manca. L’esercizio dell’atleta di casa non è perfetto e non vale lo stratosferico punteggio di 9.862. “Lo sapevamo che si gareggiava solo per l’argento e per il bronzo. C’era nell’aria questa consapevolezza. È stato molto difficile da accettare ma non ci si poteva fare nulla. Avevo lavorato troppo per arrivare a quel momento e avevo come obiettivo chiudere al meglio la mia carriera”.
A parlare al telefono, assieme a quel bambino di otto anni diventato grande, è proprio Jury Chechi. Durante la gara Tampakos è incerto su alcune verticali e sbaglia anche l’uscita, una delle parti più importanti della routine agli anelli. Jovtchev invece è nettamente più pulito nell’esecuzione. Chi vince l’oro in una finale olimpica non può permettersi sbavature. E se ci sono devono essere punite. Forse i giurati si fanno condizionare dal tifo del palazzetto, o forse c’è dell’altro. Fatto sta che con il loro verdetto voltano le spalle ai valori dell’Olimpiade. Jury Chechi invece non tradisce lo sport. Il suo gesto tuonante ricorda a tutti cosa significhi una finale olimpica e cosa si celi dietro quel minuto scarso passato stringendo gli anelli. Litri di sudore che bagnano la fronte, momenti in cui vorresti dire basta. Sensazioni che ogni atleta prova sulla propria pelle. Sforzi che devono essere premiati dall’equità perché sul podio, alla fine, ci salgono in tre. E se la giuria casalinga dimentica tutto questo, ci pensa Chechi a svegliare il pubblico dal sonno dell’ingiustizia. Lo fa senza particolari clamori perché Jury Chechi non urla, non impreca, ed è ginnasta fino in fondo.
Anche nei gesti più semplici come un abbraccio ad un rivale che ha subìto un’autentica ingiustizia. Le sue mani sporche di magnesite che indicano davanti alle telecamere Jovtchev, il vero vincitore, sono una delle istantanee più potenti della storia dello sport. “Ricordo la spontaneità nel fare quel gesto perché era stato molto evidente un giudizio non corretto. Era anche la mia ultima gara: Jovtchev era un amico ed ero convinto che il risultato fosse stato falsato. Nello sport e soprattutto nell’Olimpiade in particolare bisogna sempre premiare il merito. Tampakos non c’entrava nulla, anzi, era visibilmente in imbarazzo anche lui per quanto accaduto”. Ma c’è di più. Qualche mese dopo, quello che all’epoca era il presidente della Federazione Internazionale di Ginnastica, il compianto Bruno Grandi, convoca una commissione di giudici neutrale per visionare nuovamente la gara. Nulla di ufficiale e nessuna volontà di fare ricorso. Gli esercizi della finale vengono analizzati al monitor con più attenzione. “La vera classifica era questa: un giapponese terzo, Jovtchev secondo e io avrei dovuto vincere di nuovo l’oro. Il greco sarebbe stato quarto o quinto, comunque fuori dal podio. Jovtchev aveva tenuto una croce per un solo secondo che equivale ad una penalità forte. Io non me ne ero accorto, pensavo fosse stato Jovtchev il migliore. Rivedere al rallentatore in tutta calma però è più facile”.
Tutti avrebbero quantomeno alzato un sopracciglio dopo una notizia simile. Tutti ma non Jury Chechi. “Quando il presidente Grandi mi comunicò il responso non ebbi nessun tipo di reazione. Sapevo che la realtà era stata falsata. Sarà stata una conversazione di un quarto d’ora al massimo. L’ho ringraziato per la sua correttezza sportiva e poi abbiamo parlato di altro (ride, n.d.r)”. Poco importa quindi che a 34 anni la giuria ti strappi dal collo il metallo più prezioso. Nella terra del Signore degli Anelli non c’è spazio per la rabbia ma solo la gioia di aver lasciato le gare nel segno della lealtà sportiva. “Si può scegliere come andare incontro alla fine per essere ricordati da uomini”, dice il co-protagonista, l’ex schiavo Proximo, nel film Il Gladiatore.
Jury Chechi, nella terra madre dei giochi, ha scelto di chiudere la carriera rimanendo fedele ai valori dell’Olimpiade. Se lo ricordino gli atleti che sbarcheranno in Giappone per i prossimi Giochi. Davanti allo schermo ci saranno altri giovani tifosi. Bambini che vorranno conoscere nuovi idoli da seguire come esempio. Perché alcuni momenti li ricordi per una vita intera. Il primo giorno di scuola, il primo amore e il giorno in cui capisci veramente chi merita di essere chiamato campione. Io l’ho capito il 22 agosto 2004. Seduto sul divano di casa non toccavo il pavimento con i piedi. Il mio campione si chiamava Jury Chechi.