Ventisei anni fa, mentre viaggiava su una Fiat Punto diretto a Varsavia, Gaetano Scirea muore in un incidente stradale. Sette scudetti, una Coppa Campioni, un Mondiale, nel 1989 scompare prematuramente una vera e propria leggenda del calcio italiano, uno dei difensori più forti di tutti i tempi. Il fratello Paolo gli è sempre stato vicino e oggi è presidente della Serenissima, società sportiva di Cinisello Balsamo dove Gaetano ha giocato fino a 14 anni. Ogni anno a inizio settembre, Paolo insieme ai suoi colleghi organizza un torneo di calcio per ricordare il fratello scomparso. Dieci giorni di partite dove ad affrontarsi sono le migliori squadre della categoria Giovanissimi, italiane e straniere.
Quando pensa a suo fratello Gaetano qual è la prima immagine che le viene in mente?
Io e Gaetano siamo stati tanto insieme fino a quando lui aveva 14 anni e io 17. Poi è stato chiamato dall’Atalanta e la sua vita si è spostata a Bergamo. Ricordo che giocava a pallone dalla mattina alla sera, palleggiava con la pallina da tennis contro il muro. Era evidente che aveva il calcio nel sangue, anche se nessuno si aspettava che sarebbe diventato un campione, per noi è stato quasi un miracolo. Di carattere era taciturno, timido, ma in campo si trasformava, il campo era la sua vita.
Che cosa vuol dire essere fratello di Gaetano Scirea? Voi eravate molto legati, che cosa ha imparato standogli vicino?
Lui non ci ha mai fatto pesare il fatto di essere diventato un calciatore famoso, è sempre stato modestissimo, fin troppo. Quando il lunedì, nel suo giorno libero, tornava da Torino era sempre una giornata di festa dove tutta la famiglia si riuniva. Inoltre ha sempre avuto un grande rispetto verso di me in quanto fratello maggiore. Le racconto un episodio: in quel periodo eravamo fidanzati entrambi, un giorno mi prende da parte e mi dice che voleva sposarsi ma allo stesso tempo gli dispiaceva farlo prima di me perché ero il maggiore. Io ovviamente gli rispondo che per me non era un problema, ma mi colpì tantissimo la sua attenzione nei miei confronti.
Suo fratello non è stato semplicemente un grande campione, la gente lo ricorda per motivi che vanno anche al di là del calcio, perché?
Questo io l’ho capito con il tempo. Dopo la sua morte ho iniziato a viaggiare molto per lavoro e in qualunque posto andassi, in Italia ma anche in Germania, la gente aveva qualcosa di bello da dirmi su mio fratello. A volte penso che mi sarebbe piaciuto conoscerlo meglio, le sue doti morali sono riconosciute da tutti. Gaetano non faceva tante interviste, ma con il suo silenzio e il suo comportamento ha lasciato qualcosa di grande al calcio. Basti pensare che in diciott’anni di carriera da difensore non ha mai ricevuto un’espulsione.
Quando è morto Gaetano qual è stata l’urgenza più grande che ha sentito? In che modo ha cercato di portare avanti la sua eredità?
La mia prima preoccupazione è stata quella di aiutare il figlio che ai tempi aveva solo undici anni. Il fatto che avesse la stessa età dei miei figli mi ha aiutato a coinvolgerlo nella nostra vita qui a Cinisello Balsamo. Adesso è cresciuto e lavora nella Juventus, settore marketing. L’idea del Memorial Scirea è nata dal signor Crimella, l’allenatore che lo portò all’Atalanta. All’inizio c’erano solo quattro squadre, oggi siamo arrivati a 24 e tra queste c’è il Milan, l’Inter, la Roma, il Barcellona. Cerchiamo di promuovere un calcio pulito, leale e sportivo. Ieri sera il dirigente della Roma ci ha chiesto di invitarli anche il prossimo anno perché per loro sono stati giorni bellissimi.
Lei è presidente della società sportiva Serenissima dove ha giocato anche Gaetano, che cosa vuol dire per lei insegnare calcio?
È importante giocare per vincere, ma ancora di più fare squadra e rispettare gli avversari. Oltre al calcio dobbiamo dare questa educazione altrimenti tutto il tempo speso non serve a niente. Io non mi arrabbio quando le mie squadre non vincono, ma quando non sono al primo posto nella classifica disciplinare della Figc.