Tagli al budget statale, riduzione degli stipendi degli impiegati pubblici, privatizzazione delle aziende di stato. Fossimo negli anni Ottanta potrebbe essere il programma di governo di Margaret Thatcher. Sono invece i punti principali di Vision 2030, il drastico piano di riforme economiche e sociali adottato dall’Arabia Saudita nell’aprile del 2016 e guidato da Mr. Everything, signor Ognicosa, come viene chiamato negli ambienti diplomatici il principe Moḥammad bin Salmān.
Figlio di re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz, il principe rappresenta oggi una grande incognita sul futuro del Regno. La sua spavalderia è ormai leggendaria e lo ha reso molto popolare, così come i tanti pettegolezzi sulla sua vita dissoluta e sui suoi costumi occidentali. In rapida ascesa negli ambienti politici sauditi, alla guida non solo del dossier economico ma anche della guerra in Yemen, Mr. Everything non è tuttavia l’erede al trono ma solo il secondo nella linea di successione dopo Muḥammad bin Nāyef. Quest’ultimo, 57 anni, attuale ministro dell’Interno, di posizioni più moderate rispetto al cugino, è una figura ben vista da Washington per il suo impegno nella lotta al terrorismo jihadista e la sua investitura ha rappresentato una rottura con la tradizione saudita di nominare eredi al trono solo i figli diretti del fondatore del Regno.
Una situazione ereditaria intricata che si sovrappone alla difficile congiuntura economica e internazionale che l’Arabia Saudita sta vivendo. Il bilancio statale del Regno ha registrato nel 2015 un disavanzo di 98 miliardi di dollari, causato dal prezzo drammaticamente basso del petrolio e dal conseguente crollo delle entrate fiscali. Dopo i picchi del 2011 e 2012, infatti, il brent è arrivato a toccare nel gennaio 2016 i 28.55 dollari al barile. L’Arabia Saudita vuole estromettere dal mercato i produttori americani dello shale oil. Una caduta inarrestabile, dovuta anche alla decisione saudita di non ridurre i volumi estrattivi per tener basse le quotazioni e spingere fuori dal mercato le aziende nordamericane dello shale oil. Una scelta economica basata sulle enormi riserve di petrolio saudita e sulla sottovalutazione della capacità di resilienza dell’industria americana, scelta che ha presto trasformato il deficit di bilancio statale in una voragine portando il regime di Riyad ad accettare una riduzione della produzione petrolifera nell’ambito dei Paesi OPEC. E a cambiare la politica economica del Paese, adottando appunto Vision 2030. Il cui scopo principale è quello di allentare la dipendenza del Regno dalle entrate petrolifere – che oggi contribuiscono per l’87% al budget del Paese – riducendo progressivamente il peso del petrolio nell’economia. Anche attraverso la privatizzazione di parte di Aramco, il gigante petrolifero statale, e una diversificazione degli investimenti, seguendo l’esempio dei vicini Emirati Arabi Uniti, ammirati dal principe Moḥammad bin Salmān. Un piano ambizioso che contrasta però con il tradizionale immobilismo in cui l’Arabia Saudita ha vissuto per decenni e con un tessuto sociale tenuto insieme dai ricchi guadagni che vengono proprio dal petrolio e che oggi, in un periodo di transizione economica, stanno vacillando. Difficoltà interne che si stanno intrecciando a una intricatissima situazione internazionale nella quale il Regno saudita si trova sempre più stretto tra le maglie della rete sciita iraniana. Dopo essersi dedicato anche alla riforma del Ministero della Difesa, Mr. Everything si è guadagnato l’appoggio di parte dell’esercito dando all’Arabia Saudita un ruolo attivo in diversi conflitti nella regione. In Siria, Riyad sta spingendo per un prolungamento della guerra, intensificando con l’appoggio americano la consegna di armi agli jihadisti. Riyad spinge per un prolungamento della guerra in Siria. Una politica anti-iraniana così come quella perseguita in Yemen dove l’Arabia Saudita ha dispiegato circa 150mila truppe e sta guidando una coalizione formata da Paesi sunniti che sostengono il governo yemenita di Mansur Hadi in contrasto ai ribelli sciiti Houthi, appoggiati invece da Teheran. Una guerra che l’Arabia sta portando avanti anche per poter sfruttare i porti e i territori yemeniti destinati a bypassare lo Stretto di Hormuz, principale collo di bottiglia dei traffici di petrolio e gas provenienti dal Golfo Persico. Un conflitto guidato dal principe Moḥammad e incancrenitosi in un Vietnam saudita di cui non si vede la fine e che espone il giovane rampollo alle critiche dell’establishment.
I risultati interni ed esteri finora ottenuti fanno pensare che il giovane principe abbia fatto il passo più lungo della gamba: le difficoltà economiche, l’arenarsi della campagna militare in Yemen contro i ribelli sciiti, l’accordo sul nucleare tra Washington e Teheran, la situazione siriana rappresentano una serie di sconfitte e di stop che rischiano di compromettere la sua corsa al trono. Più re Salmān rimarrà al potere, più suo figlio Moḥammad potrebbe consolidare la propria posizione e le proprie riforme, scontrandosi però con le diverse posizioni interne all’establishment del Regno, diviso tra modernità e tradizione: da una parte la borghesia emergente e dall’altra la resistenza al cambiamento dei poteri conservatori della società. Nel Paese esiste infatti una relazione simbiotica tra la monarchia assoluta e la dottrina wahabita che tratta ogni altra forma di Islam come illecita, ma che garantisce il proprio appoggio alla casa dei Saʿūd. Appoggio che rischia di venir meno qualora la spinta modernista dovesse essere troppo forte.