Da giorni le strade di Parigi sono sommerse dai manifestanti, e dalla spazzatura. La Francia ha approvato la riforma delle pensioni senza il voto del Parlamento: d’ora in poi sarà possibile smettere di lavorare dai 64 anni, non più da 62.

Una decisione contestata soprattutto dai sindacati che avevano chiesto da tempo un consulto cittadino e che a seguito della decisione hanno annunciato una nuova mobilitazione per giovedì 23 marzo. È l’art.49-3 la misura che ha reso possibile l’adozione di una legge da parte del governo, senza il consenso del Parlamento. «Resterà una frattura sull’idea di democrazia in Francia: questo è grave», commenta Anna Maria Merlo, corrispondente da Parigi de “Il Manifesto”. «Il governo ha imposto una procedura chiusa, non ha lasciato andare avanti la discussione parlamentare». Al di là della riforma, si pone un problema di democrazia in un Paese che è già “traballante” e in un momento in cui si vocifera di mozioni di sfiducia contro la premier Elizabeth Borne. Inoltre, «la riforma dei 64 anni è stata votata nel Senato, e il Senato non è eletto direttamente dal voto dei cittadini: è l’Assemblea ad essere l’espressione più vicina alla popolazione».

Secondo la giornalista Anna Maria Merlo, «i francesi ora hanno capito solo che il governo vuole privarli dei loro due migliori anni della pensione per trasformarli nei peggiori anni di lavoro, e si potrebbe dire che hanno anche ragione»

La madre di tutte le riforme” è stata anche un ulteriore terreno di prova per la presidenza di Emmanuel Macron, che ha messo in gioco anche la propria credibilità europea: una spaccatura così profonda tra istituzioni e popolazione non è indifferente. «Macron è stato rieletto, anche con voti alti, ma non ha la maggioranza assoluta in Parlamento: di volta in volta, per far passare le leggi, deve trovare dei compromessi – continua la giornalista Merlo-. Questo è un momento complicato di transizione, accentuato dalla forma politica della Repubblica presidenziale, dove tutto alla fine va verso Macron, il quale deve rispondere di tutto ciò che succede».

Ad essere traballante non è solo la democrazia della Francia, ma anche l’ordine sociale. «I francesi ora hanno capito solo che il governo vuole privarli dei loro due migliori anni della pensione per trasformarli nei peggiori anni di lavoro e si potrebbe dire che hanno anche ragione», continua la giornalista. Le manifestazioni si inseriscono in un clima più ampio di sciopero generale, dove anche i netturbini non raccolgono più la sporcizia lungo le strade. «Le pattumiere fino a lunedì non verranno pulite – racconta Merlo – e lo sciopero continua: è un problema che poi porta a disordini sociali non indifferenti». A questo si aggiungono la crisi dell’inflazione e un debito altissimo, che alimentano la paura di un declino generale del Paese.

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È difficile prevedere come la situazione in Francia potrà cambiare e se le proteste si fermeranno. «Ora c’è la legittimità del parlamento, oltre che la legittimità del presidente, che fa il suo programma, quindi la legittimità della protesta diminuisce un po’, ma i cortei continuano. Si è trovata un’unità sindacale tra i sindacati più radicali e i sindacati riformisti». Il rischio di una radicalizzazione è presente – solo nel giorno dell’approvazione si parlava di 1.400 elementi radicali all’interno del corteo a Parigi – ma c’è differenza rispetto al passato. «Le manifestazioni sono diverse da quelle dei gilet gialli, che utilizzavano la violenza. Tuttavia, con la violenza, i gilet gialli hanno ottenuto ciò per cui manifestavano».

Resta il fatto che la pensione è un tema molto delicato tra la popolazione. «Adesso in Francia il rapporto lavoratore pensionato è di 1,5:1. Per 1,5 lavoratori che pagano i contributi c’è un pensionato che viene mantenuto», afferma la giornalista Merlo. La pensione è un sistema che dovrebbe tenersi in piedi da solo: è un contratto tra generazioni, non solo in Francia. Ora la riforma è approvata, ma «tre, quattro mesi non bastano per fare una legge che tocca la vita della gente in questa maniera: era necessario partire dal basso». Lì dove c’è la popolazione.