Ogni volta che la siccità o un’alluvione mettono in ginocchio una città, il cambiamento climatico torna al centro del dibattito pubblico. Poi, nel giro di pochi giorni, scompare di nuovo dalle prime pagine. In Italia il racconto del clima sembra ancora seguire questa logica intermittente: un tema che riemerge solo nel momento dell’urgenza, più che una chiave attraverso cui leggere la realtà. Eppure, per chi se ne occupa ogni giorno, il clima non è un capitolo a parte ma un filo rosso che attraversa economia, politica, migrazioni e cultura. È proprio da questa discrepanza tra la complessità del fenomeno e il modo in cui viene raccontato che nasce la difficoltà del giornalismo climatico nel trovare uno spazio stabile nelle redazioni italiane.
Nonostante il riscaldamento globale sia largamente (seppur non abbastanza) riconosciuto come una delle crisi più gravi per le società, diversi osservatori concordano che debba essere fatto ancora molto lavoro sul modo in cui l’informazione lo comunica.
Nel 2023 il Climate Media Center aveva inviato una lettera ai media italiani, firmata da esperti delle università, in cui chiedeva ai giornalisti di dedicare maggiori energie e attenzioni al cambiamento climatico, per non alimentare il senso di impotenza nelle persone. Col tempo alcune testate hanno provato a colmare questo vuoto attraverso progetti verticali dedicati ad ambiente e sostenibilità, come Green&Blue del gruppo Gedi o Pianeta 2030 del Corriere della Sera. Ma il confronto con l’estero resta netto: «Per le nostre redazioni non ha senso creare un desk (un reparto, ndr) specifico per il clima, mentre nei giornali stranieri, come quelli anglosassoni, è successo» evidenzia Nicolas Lozito, giornalista climatico de La Stampa, secondo cui i problemi della copertura delle notizie ambientali in Italia è innanzitutto strutturale, perché lasciata perlopiù all’iniziativa dei singoli. Inoltre, negli ultimi anni è diminuito lo spazio dedicato da quotidiani e telegiornali all’argomento; anche se, probabilmente, in questo c’entrano le molte notizie estere del periodo e le loro conseguenze sul mondo.
«Nel nostro Paese si pensa che il clima sia una sezione, come cronaca o sport, ma in realtà coinvolge tutti i temi, influenzando economia, conflitti, migrazioni e cultura. Il problema è che serve un prototipo di giornalismo nuovo, multidisciplinare, diverso rispetto a quello che le redazioni sono abituate a fare», dice Ferdinando Cotugno di Domani.
In Italia il racconto del clima sembra ancora seguire questa logica intermittente: un tema che riemerge solo nel momento dell’urgenza, più che una chiave attraverso cui leggere la realtà.
Per queste ragioni, i giornalisti che se ne occupano preferiscono ritagliarsi spazi esterni alle redazioni, come le newsletter tematiche o i magazine digitali. Caterina Orsenigo, che lavora al Domani ed esplora le intersezioni tra clima e cultura, spesso scrive anche su riviste online: «Il quotidiano per cui lavoro è un caso particolare, lascia ai suoi dipendenti una libertà che difficilmente si avrebbe altrove» racconta a Magzine: «Ma sono fondamentali sia i giornali che le riviste: di solito nei primi hai meno spazio e libertà, mentre nelle seconde puoi essere più verticale». Le riviste sono quasi sempre nicchie di appassionati, dove i lettori sono simili per sensibilità e interessi; per Orsenigo scrivere su una rivista espone al rischio di «parlarsi un po’ addosso», ma è utile per approfondire il pensiero. Tuttavia, questo modello rischia di creare comunità chiuse, vere e proprie “bolle”, e non riuscire a intercettare un pubblico più ampio come quello dei quotidiani generalisti.
Al mondo dell’informazione vengono a volte contestate le pubblicità di aziende inquinanti nei loro spazi, come ha evidenziato l’Osservatorio di Pavia, che da anni analizza il modo in cui l’ambiente è trattato sui mezzi di comunicazione italiani. Secondo i critici questa può essere interpretata come una contraddizione e minare l’indipendenza di chi parla di clima su quel mezzo di comunicazione. Alcuni giornalisti riferiscono che esistono almeno in parte pressioni su come possono affrontare il tema: «Se il tuo giornale ospita pubblicità di un’industria fossile, comunque stai attento a quello che scrivi» ci dice Orsenigo, che critica gli scarsi fondi destinati all’industria culturale in Italia: «È difficile condannare chi accetta questi soldi però, altrimenti diventi minuscolo e nessuno ti legge».
Proprio queste pressioni «finanziarie, politiche, industriali», secondo Cotugno, mostrano uno dei limiti del racconto della crisi nel nostro Paese, la spiegazione delle cause: «Noi a volte leggiamo: “Questo evento X è causato dal cambiamento climatico”. È una formula assurda, perché il cambiamento climatico non è la causa ma l’effetto» aggiunge il giornalista: «Le cause le conosciamo bene e andrebbero ripetute in ogni articolo, come fa la stampa internazionale più evoluta: cioè i combustibili fossili, che sono la causa dei due terzi delle emissioni di gas serra».
L’attenzione per il clima viene letta anche come un tema politico – più vicino alla sinistra che alla destra – e perciò divisivo, come dimostrano i partiti che, in vari Stati, hanno fatto dell’ambiente il loro principale tratto identitario – in Italia c’è Europa Verde, parte dell’Alleanza Verdi-Sinistra. Per questo può esserci il rischio di accomunare i giornalisti climatici agli attivisti ambientali, con possibili ricadute sul modo in cui l’argomento viene percepito dalle persone: «È ovvio che mi senta un po’ attivista quando scrivo di clima» dice Lozito a Magzine: «Dedicare tempo al tema fa sì che io mi formi un’idea, ma cerco di tenere separati l’attivista e il giornalista quando scrivo». Il giornalista crede che serva un racconto più equilibrato della crisi climatica: «Se una ricerca che credevamo corretta si rivela sbagliata, dobbiamo dirlo: non bisogna avere paura di raccontare anche ciò che non sappiamo, le imperfezioni della scienza, perché è questo a renderci credibili, no?»
Un aspetto che spesso resta in ombra è la salute mentale di chi scrive di clima: esporsi ogni giorno a notizie drammatiche, come quelle sugli eventi ambientali estremi, può essere particolarmente stressante per chi le vive in prima persona, e, di riflesso, per chi le racconta. È successo a Lozito, che ha ripreso la sua newsletter dopo un anno di pausa a causa di un fenomeno chiamato greenhushing, o “silenziamento climatico”: «È un po’ il contrario del greenwashing. Prima tutti volevano mostrarsi verdi, anche se non lo erano; ultimamente di clima non si parla più, si teme di dare fastidio. Quindi mi son ritrovato a chiedermi: “Ma a chi lo sto scrivendo?”»
Queste difficoltà interiori, secondo Cotugno, possono risolversi con un giornalismo non disfattista, che non rifiuta le emozioni negative ma prova a sfruttarle per promuovere azioni politiche: «Io non credo nel distacco. Credo nel coinvolgimento, nell’invogliare a partecipare alla vita pubblica».