Appurato che i giornali on-line faticano a trovare un business model convincente e che chi pagava per leggere un quotidiano cartaceo difficilmente lo fa per leggerne uno sul web, un sistema efficiente di micropagamenti potrebbe essere l’ancora di salvezza per le redazioni.
Infatti, anche la strategia del paywall, che consiste nel vincolare la lettura di alcuni contenuti a un abbonamento giornaliero, mensile o annuale, sembra mostrare dei limiti. In primis, può essere adottata solo dalle testate più grandi, che hanno molto traffico sulla loro homepage e un nucleo di lettori affezionati.
Quello che funziona ora, inoltre, potrebbe risultare inadeguato fra qualche anno: il pubblico del futuro, che arriva alle news dai social, ha poco tempo per leggere e ama la pluralità delle fonti, preferirà investire sui singoli articoli, piuttosto che su un pacchetto di informazione che potrebbe non sfruttare completamente.
Per cavalcare questa tendenza, i giornali dovranno imparare a ottenere ricavi dai singoli contenuti, riuscendo a venderli al giusto prezzo e, soprattutto, nella maniera più rapida e semplice possibile. Come sottolinea Mădălina Ciobanu (@madalinacrc) per Journalism.co.uk non tutte piattaforme di micropagamento sono uguali: piccoli accorgimenti possono fare una grande differenza in termini di fruibilità per l’utente.
Blendle, ad esempio, è una startup olandese nata nell’aprile 2014 che offre ai lettori una vetrina multimediale dove gli articoli delle varie testate sono esposti, con tanto di cartellino con il prezzo. Il suo co-fondatore Alexander Klöpping l’ha definita l’iTunes del giornalismo e crede che i lettori siano disposti a pagare per informarsi, a patto che possano farlo in maniera comoda e senza perdere tempo.
Dopo aver superato i 100mila utenti nei Paesi Bassi, la piattaforma è sbarcata in Germania, dove ha stretto accordi con 39 testate per rivendere i loro articoli. Il fornitore decide il prezzo, che normalmente va dai 10 ai 30 centesimi di euro per articoli di quotidiano e dai 20 ai 79 centesimi per pezzi da settimanale. Blende, per il servizio, si tiene il 30% dei ricavi: il meccanismo per ora funziona, anche se il mercato inglese e quello americano saranno il vero banco di prova.
Un’alternativa a Blende può essere Tipsy, una piattaforma che mette le cose in chiaro a partire dal nome. Basata sulla generosità dei lettori, chiede agli utenti una “mancia” per sostenere i produttori dei contenuti che hanno appena visionato. Al contrario di Blende, con Tipsy si può accedere al contenuto gratis e poi, eventualmente, decidere di pagare se si è soddisfatti dell’informazione ricevuta.
Il suo fondatore, il professore del Mit David Karger, sostiene che chi non può accedere a un contenuto se non pagando troverà un’altra strada: l’obiettivo di Tipsy è invece creare un legame tra autore e lettore, che porterà quest’ultimo a remunerare volontariamente il giornale. Per ora Tipsy è utilizzato da una cerchia ristretta di redazioni, fra cui ProPublica e si basa su un idea quantomeno discutibile: non a tutti riesce di fare come il British Museum di Londra, che lascia entrare gratuitamente i visitatori e ha le ampolle delle offerte pienissime ogni giorno.
Anche Flattr, nata nel 2010, parte dallo stesso concetto. In principio era un bottone, come il”like” di Facebook, che le testate potevano aggiungere ai loro articoli dopo essersi registrate sul sito. I lettori iscritti a Flattr sceglievano il loro budget mensile e ricompensavano di volta in volta i siti web di cui gradivano gli articoli. In seguito, i creatori hanno sviluppato una browser extension che permette di aggiungere il pulsante Flattr a qualunque sito, anche a quelli non registrati. La compagnia, che a fine mese divide il soldi spesi dall’utente in parti uguali tra chi ha ricevuto i “flattr”, trattiene il 10% dei micropagamenti, che hanno superato quota 6mila euro nel 2014.
Tra chi si fida dell’empatia dei lettori e chi li vede come clienti che vagano in un negozio multimediale la sfida è aperta. Ai (micro)guadagni l’ardua sentenza.