Se intendiamo il titolo dell’”ibridismo” come tentativo di far riflettere sulle molteplici sfaccettature, anche non immediatamente evidenti, legate ad una determinata questione, per quanto concerne questo tema si può dire che Book City sia riuscita nel suo intento. La tendenza diffusa ai nostri giorni è quella di parlare di guerra in termini materiali, con riferimento a eserciti, armi, territori conquistati o perduti e conseguenze economiche derivanti. Ci sono molti altri fronti su cui una guerra può essere combattuta; molte altre armi, altrettanto minacciose, con cui generare distruzione e annientare le prospettive di futuro di un Paese. Una di queste sono i libri. Ma ci sono molti altri fronti su cui una guerra può essere combattuta; molte altre armi, altrettanto minacciose, con cui generare distruzione e annientare le prospettive di futuro di un Paese. Una di queste sono i libri.
Tra le vittime del conflitto che, dal 24 febbraio scorso, imperversa in Ucraina ci sono anche le biblioteche: 122 quelle distrutte fino all’estate, 4000 quelle ostaggio in territori occupati dai russi. «Una delle sfide più grandi per noi ucraini è la resistenza della biblioteca, in primis nel senso fisico del termine: resistere ai missili, non essere distrutta. Quando a febbraio i russi hanno iniziato ad invaderci una delle prime cose che facevano era bruciare i nostri libri, soprattutto quelli di storia, e sostituirli con i loro» – a parlare è Anastasiia Nechyporenko, responsabile del coordinamento e dello sviluppo di 49 delle 170 biblioteche presenti nella città di Leopoli, quest’anno eletta Città Creativa UNESCO per la Letteratura – «Oggi affrontiamo due sfide importanti: sostituire i libri di testo russi con altri nella nostra lingua e revisionarli, perché molti di questi, anche se scritti in ucraino, sono filtrati dalla propaganda russa e trasmettono una visione distorta della storia».

Anastasiia Nechyporenko in dialogo con Stefano Parise, direttore delle biblioteche di Milano, in occasione di “Leopoli Città Creativa UNESCO per la Letteratura – Il valore e il ruolo delle biblioteche” a Book City.
Dopo lo scoppio del conflitto le biblioteche si sono reinventate: da luoghi di cultura a zone sicure, in cui trovare protezione e rifugio. Continua Anastasiia: «Al secondo giorno di guerra le biblioteche hanno aperto la porta alle persone che fuggivano dai bombardamenti, diventando un punto di accoglienza umanitario e militare. Le donne cucinavano, bibliotecari e volontari lavoravano 24 ore su 24, fornendo cibo e medicinali e organizzando donazioni per comprare il necessario ai militari».
In questo momento in Ucraina il libro è davvero un’arma: di racconto e conservazione della verità dei fatti; di integrazione delle persone provenienti da zone distrutte; di studio e formazione per i bambini. Perché permettere ad un bambino di leggere significa garantire un futuro al Paese di cui è cittadino. In questo momento in Ucraina il libro è davvero un’arma: di racconto e conservazione della verità dei fatti; di integrazione delle persone provenienti da zone distrutte; di studio e formazione per i bambini. Perché permettere ad un bambino di leggere significa garantire un futuro al Paese di cui è cittadino. Per questo motivo anche durante la guerra le case editrici hanno continuato a produrre e stampare libri apposta per i piccoli rifugiati, in modo da non negargli l’abitudine alla lettura. Le bombe distruggono le fondamenta degli edifici, dare alle fiamme un libro significa distruggere le fondamenta della cultura. Che è la fonte dello spirito di appartenenza ad un popolo e ad una tradizione.
“Guerra di popolo”: è così che Lorenzo Cremonesi, inviato a Kiev del Corriere della Sera, ha descritto la condizione in cui l’Ucraina affronta il conflitto – «Ho cercato testimonianze di ucraini contrari a combattere, ma tutto ciò che mi sento dire è: “Meglio un inverno al freddo e senza luce, meglio avere dei morti oggi, che essere un giorno schiavi dei russi. Io muoio, ma combatto qua.” Questa è la loro vera vittoria, quella degli individui che non si arrendono. Che si pongono obiettivi personali e, unendoli, fanno la vittoria globale». Il coinvolgimento di chi combatte è la grande differenza che distingue gli invasi dai loro invasori: i russi sono molto meno motivati. «L’effetto boomerang paradossale dell’invasione di Putin – prosegue Cremonesi – è stato quello di creare degli anti-russi tra i filo-russi. Molte delle regioni ucraine sono russofone; qui i vertici di Mosca si aspettavano, dopo una prima resistenza superficiale, di essere accolti “con il pane e il sale” (detto che indica un tradizionale gesto di benvenuto), invece ad attenderli c’erano bombe e proiettili. Solo quando hanno capito che la gente non reagiva come avevano previsto, allora è iniziata la repressione più terrificante. La lingua non è più un elemento unificante: è in atto un vero e proprio processo di “ucrainizzazione”, per cui la gente che parla russo insiste per imparare l’ucraino».