Si arricchisce di un nuovo capitolo il botta e risposta tra le multinazionali del web e le autorità antitrust nazionali e sovranazionali. Il terreno dello scontro è, in questo caso, il settore della produzione di notizie: nei giorni scorsi, infatti, prima in Francia e poi in Australia, gli enti di supervisione e garanzia per la concorrenza sui mercati hanno imposto a Google e Facebook di condividere con gli editori parte dei ricavi generati dall’utilizzo dei contenuti di questi ultimi nei rispettivi motori di ricerca.
La precarietà in cui versa il mondo dell’informazione è dato di fatto noto a tutti, ma lo scenario sembra essersi ulteriormente aggravato nell’ultimo periodo: per via dell’emergenza Covid-19, le risorse impiegate in investimenti pubblicitari sui media classici sono state bruscamente dirottate verso modalità di fruizione più compatibili con la permanenza in lockdown, su spazi digitali all’interno dei quali i giganti della Silicon Valley rappresentano l’ombrello in grado di tenere “al riparo” piccole realtà giornalistiche locali – le più colpite, con perdite notevoli – dalla pioggia di traffico e clic.
Sia il social network di proprietà di Mark Zuckerberg sia il portale fondato da Larry Page hanno trovato però il modo per pareggiare il temporaneo svantaggio e rilanciare la posta, attraverso l’istituzione e l’erogazione di fondi destinati a tutte quelle testate giornalistiche disposte a richiederli per dare il via alla transizione verso modelli di gestione più sostenibili in termini economici e alla propria trasformazione digitale. Breve nota di colore finale: che si tratti di subire la concorrenza sleale dei due o che invece ce li si ritrovi in casa – e per di più nel ruolo di padroni – all’interno delle redazioni i mal di pancia non sono scomparsi.
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