Il 25 aprile si celebra l’anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e la fine del regime fascista. Una giornata che coincide anche con la rivoluzione dei garofani, avvenuta in Portogallo ventinove anni dopo. Questa settimana abbiamo quindi scelto di dedicare la nostra rubrica ad alcune delle resistenze d’Europa, partendo dal nostro Paese per poi avanzare fino a Lisbona, toccando la Spagna.

Gli sbandati, Francesco Maselli (1955)

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Gli sbandati sono coloro che si imbattono nel tritatutto della guerra. Lo sono i soldati italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 diventano i nuovi nemici giurati dei tedeschi. Lo sono i cittadini di una Penisola costretta a diventare preda degli eserciti stranieri, pedina nel gioco tra occupanti e liberatori, teatro di una guerra civile. Ma lo sono anche gli intoccabili, i giovani dell’alta borghesia milanese, che continuano a vivere nelle loro gabbie dorate e a cui la guerra arriva solo come un’eco lontana, che cavalca le onde di Radio Londra e sembra riguardare gli altri. Questa vita dorata è la stessa dei protagonisti del primo film di Francesco Maselli, al suo esordio poco più che ventenne alla regia nel 1955.

Le vite di Andrea, Carlo e Ferruccio sono leggere, prive di preoccupazioni, scandite da una routine lenta, fatta di abiti su misura e bagni al fiume circondati da ragazze. Eppure l’urlo della guerra fende anche l’aria rarefatta del dolce ritiro di Carlo, interpretato da Jean-Pierre Mocky, e di sua madre, la contessa Luisa, che si sono lasciati alle spalle una Milano martoriata dai bombardamenti e si sono trasferiti nella villa in campagna. Con l’arrivo della giovane operaia Lucia, interpretata da Lucia Bosè, e di altri sfollati, Andrea fa i conti con l’esperienza della perdita e della crescita. L’incontro con la risolutezza e il coraggio di Lucia sconquassano la superficie levigata della vita del ragazzo e lo fanno impattare con l’esigenza di prendere posizione e capire da che parte della storia stare.

Tra crisi e nuove consapevolezze, l’impatto con la storia e con l’amore fa crescere Andrea ma il ritorno finale della madre provoca un nuovo sbandamento nel giovane ed un ritorno al punto di partenza.

È il racconto di un’occasione mancata, dello scontro tra la natura passiva e respingente dell’alta borghesia e la forza dirompente della guerra, dei tagli da essa provocata nell’indifferenza tutta moraviana di questi personaggi. Con la consapevolezza che per resistere alla guerra bisogna capire da che parte stare e prendere una posizione nella trincea della propria coscienza.

Eleonora Bufoli

 

Capitani d’aprile, Maria de Medeiros (2000)

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Il film d’esordio alla regia di Maria de Medeiros racconta la rivoluzione dei garofani combinando la grande storia con altre piccole vicende personali intrise di autobiografismo. Un po’ come aveva già fatto nel 1977 Josè Saramago con Manuale di pittura e calligrafia, seppur con meno riflessioni esistenzialiste dello scrittore premio Nobel. Capitani d’aprile si svolge tutto in poche e frenetiche ore, quelle che precedono e seguono la mezzanotte tra il 24 e il 25 aprile del 1974. La radio che passa Grândola vila morena, canzone di Jose Afonso proibita dal regime e assunta a inno simbolico dalle truppe reazionarie, segnala l’inizio del colpo di stato.

La vicenda dell’ufficiale Salgueiro Maia, interpretato da Stefano Accorsi, si intreccia con quella di altri due personaggi di finzione: Antonia, professoressa universitaria di lettere, e suo marito Manuel, un soldato di ritorno dalle colonie africane, amico stretto proprio di Maia. I due sono tra i principali artefici della rivoluzione che si concluderà con soli quattro civili uccisi. La storia di Antonia che cerca di liberare un suo studente imprigionato dal regime ed ignora l’appartenenza all’MFA di suo marito, col quale è in crisi, si evolve di pari passo con le vicissitudini della babysitter di sua figlia. Rosa è infatti innamorata di un giovane soldato appena arruolato che, se non fosse per la rivoluzione, sarebbe destinato a partire per l’Africa.

Il ritmo sostenuto del film rispecchia la velocità e i momenti concitati che hanno portato alla caduta del governo di Marcelo Caetano. Le salite strette e affollate di Lisbona si colorano sempre di più col procedere della storia e l’avanzare del giorno sulla notte: all’arrivo dei soldati la capitale portoghese è opaca, ma la folla che accorre sul finale con i garofani in mano la illumina. Nel 1974 Maria de Medeiros aveva nove anni, più o meno l’età della figlia di Antonia. La piccola Amelia, che non pronuncia nemmeno una parola, è in realtà il vero narratore silente che osserva per ricordare e tramandare la storia della sua famiglia e di quei soldati liberatori ai quali è dedicato il film.

Samuele Valori

Robert Capa: In Love and War, Anne Makepeace (2003)

Il suo nome era Endre Ernő Friedmann ma tutti lo conoscono come Robert Capa, uno dei più grandi fotoreporter di guerra che le pagine di giornali abbiano mai visto. Quel nome nacque un po’ per gioco: lo inventò insieme a Gerda Taro per trovare lavoro, consapevole che sarebbe stato molto utile per acchiappare il pubblico francese data la sua assonanza col regista americano Frank Capra. Questo e molto altro viene raccontato nel fotodocumentario della PBS diretto da Anna Makepeace Robert Capa: in Love and War (2003) un lungo viaggio attraverso i 40 anni di vita del fotografo accompagnati dai suoi scatti più celebri. Dall’Ungheria degli anni ‘20 fino alla Germania di Hitler, da lì insieme a molti altri intellettuali tedeschi si trasferì a Parigi, la città democratica che ospitò molti personaggi dell’epoca in fuga dai fascismi. Proprio nella ville lumière conobbe il suo grande amore Gerda Taro e con lei partì per la guerra di Spagna che le fu fatale: un carro armato amico la schiacciò in un errore di manovra. Capa non si riprese più e continuò la sua ricerca del pericolo affrontando altre quattro grandi guerre: la Seconda guerra sino-giapponese (1938), la Seconda guerra mondiale (1941-1945), la Guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina, proprio in quest’ultima morì dopo l’esplosione di una mina. Indimenticabili le sue fotografie scattate in Sicilia come quello del piccolo pastore di Troina che indicò la via al soldato americano chino sulle gambe o le undici preziose istantanee dello sbarco in Normandia in cui il caos della guerra traspare dagli scatti mossi e fuori asse. Una storia quella di Capa fatta di resistenza: alle difficoltà, al pericolo, alle sofferenze di amori nati e sempre finiti. Il documentario restituisce tutte le sfumature dell’uomo lasciando il gusto di una storia senza tempo. 

Lorenzo Buonarosa

Il labirinto del fauno, Guillermo del Toro (2006)

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1994, tra i boschi del Navarra si nascondono i guerriglieri sopravvissuti che continuano la loro resistenza nonostante la fine della Guerra Civile spagnola e l’insediamento del regime franchista.

Nel villaggio ai piedi delle montagne si trova l’esercito guidato dallo spietato capitano Vidal: egomaniaco e senza scrupoli è un uomo ossessionato dal potere che esercita sugli altri attraverso la paura. Convinto di avere un figlio maschio ha costretto sua moglie Carmen a raggiungerlo per dare alla luce il bambino, disattendendo così i pareri del medico, preoccupato per la salute cagionevole della donna. Ad accompagnarla in questo viaggio è la piccola Ofelia, nata dal suo precedente matrimonio con un sarto. Curiosa, spaventata e ribelle, per fuggire da un mondo violento e cupo Ofelia, che con le sue scarpette di vernice tanto assomiglia all’Alice di Carroll, crea una dimensione parallela e immaginaria dove non esistono menzogne e dolore.

A questo regno sotterraneo lei potrà fare ritorno dimostrando di essere la principessa Moana, la figlia perduta del Re che, in passato, fuggì per scoprire la vita dei mortali. Prima, però, dovrà superare le prove indicatele dal fauno e sconfiggere le trasposizioni dell’incubo rappresentato dalla ferocia di Vidal. Comincia così l’arabesco di immaginazione e realtà dipinto da Guillermo del Toro.

Attraverso il primo piano sullo sguardo vitreo della piccola Ofelia, il regista messicano chiarisce fin da subito quale sarà la finzione narrativa di questa favola dark che induce a credere nel fantastico e dà la possibilità di continuare a farlo anche dopo la fine, quando lo spettatore è chiamato a scegliere tra l’epilogo tragico e il lieto fine perché è proprio la scelta una delle chiavi di lettura del film e – dice Del Toro – di ciò che siamo.

Impeccabili gli effetti visivi e le interpretazioni di Ofelia (Ivana Baquero), del capitano (Sergi López) e della governante Mercedes (Maribel Verdù) che con audacia e fermezza conduce in segreto la battaglia contro Vidal. Eccezionale è anche la colonna sonora composta da Javier Navarrante che crea una melodia in grado delineare lo sconvolgente contrasto tra innocenza e brutalità.

Selena Frasson