«Sono stata anche abbastanza fortunata perché c’è gente che ha vissuto veramente delle situazioni assurde. Il problema è che, fin dall’inizio, minimizzavo la mia storia».Diana Nicole Caldara a quasi 28 anni e da quando ne ha sette pratica judo. Un rapporto intenso con lo sport che è stato spezzato all’improvviso, da un gesto che ancora fa fatica a razionalizzare. Quasi un anno fa, all’inizio dell’estate, Diana ha subito un abuso fisico dal suo ex maestro di judo, un gesto che è durato un attimo, eppure ha lasciato dei segni indelebili e ha cambiato per sempre la percezione che questa atleta ha del suo sport, del contatto con gli altri, forse di se stessa.

L’incontro con il judo avviene da bambina, nella palestra dell’oratorio: «Ne conservo un bel ricordo, il mio maestro è sempre stata una persona fantastica, siamo ancora in contatto. Però, dopo lo stop della pandemia, ho avuto la sensazione che il corso non fosse più stimolante e ho cambiato palestra».

Diana si è sempre mossa nell’ambito amatoriale degli “amici del judo”, proprio per evitare le realtà più agonistiche e competitive e rifugiarsi nei regolamenti di questa categoria più piccola e radicata nel territorio, fatti per preservare la salute degli atleti: «Poi il judo nasce quasi come se fosse una filosofia, un modo di vita in Giappone, cerca di riprendere anche quell’aspetto. Mi sono detta proviamo, abbiamo una palestra sempre a Milano senza grandi pretese, in zona Affori. E lo scorso settembre mi sono segnata lì». Essendo uno sport a prevalenza maschile, il maestro e l’altra istruttrice accolgono con piacere un’atleta cintura nera come Diana, che si iscrive insieme ad un’altra ragazza di terzo superiore, Agnese.

Diana Caldara, 28 anni, cintura nera di judo, ha denunciato per molestie il suo maestro. Ha trovato la forza solo quando la sua strada ha incrociato l’associazione “Change the game” che assiste le vittime di abuso negli sport agonistici

L’entusiasmo iniziale inizia a smorzarsi quando le due atlete entrano in contatto con il maestro, un 70enne incline a commenti e battute non sempre opportuni. Proprio l’età avanzata ha spinto Diana a giustificare atteggiamenti non sempre rispettosi: «L’ho spesso scusato, pensavo ‘è anziano, è di un’altra mentalità’. È uno a cui non sfugge mai la battuta quando capita, e se non capita se la va a cercare». Gli allenamenti diventano degli spazi che il maestro si prende per dare libero sfogo, in una palestra che diventa terra franca.

La situazione degenera quando durante una lezione di difesa personale l’uomo fa scivolare la mano sul seno di Diana. In un istante, si infrange tutto: «Non so come descriverlo. Ho fatto un percorso per capire cosa mi fosse successo e l’immagine che mi viene in mente è il gancio che serve per prendere i peluche nelle teche di vetro, quello che va sul pupazzo di turno, lo afferra piano ma poi non lo prende. Ero scioccata e, come prevedeva l’esercizio, gli ho tirato uno schiaffo, forte, come hanno notato i compagni che stavano guardando. Mi sono anche sentita in colpa per aver schiaffeggiato un maestro di judo ma in quel momento non lo era più. Ero girata quando lui, rivolto alla maestra di judo, ha rimarcato ridendo il gesto appena fatto».

Oltre alla crepa che improvvisamente si è aperta in Diana, la ragazza inizia a provare quasi dei sensi di colpa, a dubitare della gravità di quel gesto, a pensare di esagerare.Il primo rifugio a cui si appiglia e la sua prima palestra: «Lì ho tanti amici. Per me è come fosse casa». Un primo tassello di consapevolezza viene posizionato grazie al confronto con il fidanzato, ma Diana sembra di nuovo sprofondare nel vortice della giustificazione: «Ho iniziato a pensare di star ingigantendo troppo, che non era così grave perché in uno sport di contatto queste cose possono succedere. Anche gli altri atleti mi hanno detto di aver visto e sentito bene la frase però mi dicevano di lasciar perdere, che la cosa migliore era continuare ad andare agli allenamenti a testa alta. Però non mi sentivo di stare in un contesto in cui non posso fidarmi del maestro, soprattutto in uno sport di contatto. Volevo fare qualcosa.Dopo, parlando con un’altra ragazza che aveva vissuto una storia abbastanza simile alla mia in quella palestra anni prima, mi ha detto che lo stesso maestro era il tipo di uomo che se gli passavi davanti mentre correvi, ti dava una pacca dietro».

Diana sente di aver vissuto qualcosa di importante, ma dai connotati disordinati, non sa che nome dare né come rispondere a quel gesto: «Volevo fare qualcosa, ma avevo paura che la denuncia fosse eccessiva.Ho iniziato a cercare online come poter fare perché non mi sentivo di andare in questura, se lo raccontavo scoppiavo a piangere, per questo cercavo una forma un po’ più distaccata. Mi sentivo molto sola, mi sentivo che non avesse molto senso, mi sentivo che forse era la cosa sbagliata».

Il primo risultato che Diana riconosce a Change the Game è proprio la risposta veloce con cui cerca di combattere questo senso di solitudine: «Ho cercato su internet associazioni che si occupassero di abusi nel mondo dello sport e mi è uscita l’organizzazione fondata da Daniela Simonetti. Ho scritto un’email e mi ha risposto dopo mezz’ora. Ci siamo viste e ho trovato una disponibilità veramente fuori dal comune. Mi ha raccontato dell’associazione, del supporto legale e psicologico. Mi ha proposto cose che avevo trovato anche presso altre associazioni ma la sostanza è cambiata radicalmente, ho sentito che a qualcuno interessava della mia storia». Change the Game ha accompagnato Diana nel suo percorso di consapevolezza, nel dare un nome all’abuso che ha ricevuto, nel denunciare l’autore del gesto. Le indagini preliminari sono in corso, ma Diana è sicura che se si va a processo, al suo fianco ci sarà Daniela: «Non mi ha mai dato la sensazione di essere sola di fronte a qualcosa più grande di me, col quale non mi so assolutamente relazionare».

Diana, che all’inizio ha pensato di allontanarsi da uno sport individuale come il judo per passare a uno di squadra, ha ripreso ad allenarsi, e lo fa in una nuova palestra, a Monza, dove ha trovato la disponibilità di molti, a cominciare dal maestro. Diana continua a chiedere di non esser lasciata sola, ma è certa che troverà sempre l’appoggio di Change the Game: «In questi mesi ho sentito che la forza, che non riuscivo ad avere io, me la davano le persone che mi stavano vicino. Daniela mi ha dato la forza di denunciare, mi ha insegnato che il mio gesto fa la differenza».