La distanza tra l’Italia e Cuba appare enorme, ma quando il Console José Luis Darias Suárez inizia a parlare, sembra ridursi improvvisamente. Ci accoglie al Consolato Generale di Cuba a Milano, un luogo che per i cittadini cubani che risiedono qui in Italia funge da supporto amministrativo e da ponte con l’isola.

Non usa giri di parole per descrivere la realtà che i cubani vivono oggi, anche se pone un limite netto sull’uso del linguaggio: non accetta che si parli di “crisi”, un termine che attribuisce alla pressione dei media tradizionali e a una narrazione costruita, afferma, per manipolare l’opinione pubblica. “Si tratta di una situazione complessa, difficile, ma non è una crisi umanitaria” precisa, definendo il contesto attuale piuttosto come un’economia di guerra, perché il poco che entra deve essere centellinato tra petrolio, medicine e latte per i bambini. Questa condizione di estrema difficoltà si riflette nelle preoccupazioni dei cubani residenti nel Nord Italia, i quali vedono le proprie famiglie affrontare quotidianamente i tagli elettrici e le carenze di beni di prima necessità. Al briefing delle Nazioni Unite tenuto la scorsa settimana, il coordinatore residente dell’ONU Francisco Pichon ha rilanciato l’allarme: l’emergenza umanitaria nell’isola si sta aggravando. Secondo i dati forniti dall’organizzazione, oltre 96mila interventi chirurgici sono attualmente in attesa, tra cui circa 11mila pediatrici. Anche il programma nazionale di vaccinazione ha subito ritardi significativi, mentre circa un milione di persone dipende ormai dal trasporto di acqua tramite autobotti, un servizio reso sempre più difficile dalla mancanza di carburante. Per rispondere all’emergenza, le Nazioni Unite hanno presentato un piano d’azione di 94,1 milioni di dollari, che ha come focus sia l’assistenza immediata a milioni di abitanti, sia soluzioni strutturali, in particolare nel campo energetico.

Il cuore del problema, secondo il Console, ha un nome preciso e radici profonde: il “bloqueo”, ovvero il blocco economico statunitense che dal 1962 stringe l’isola in una morsa. La presenza di un vicino così potente, che impedisce a un intero Paese di commerciare e svilupparsi, rende ogni decisione del governo una sfida contro condizioni costantemente sfavorevoli. “È difficile accusare qualcuno di inefficienza quando sei tu a renderlo inefficiente col blocco,” osserva.
Il conflitto tra Cuba e Stati Uniti non nasce nel 1959 con la Rivoluzione, ma risale al XIX secolo. Nel 1823, John Quincy Adams, l’allora segretario di Stato USA, formulò la “Teoria del Frutto Maturo”: sosteneva che Cuba, allora colonia spagnola, una volta separata dalla Spagna sarebbe dovuta cadere, come un frutto staccato dall’albero, nelle mani della federazione americana. Da quel momento in poi l’isola non è mai uscita dai desideri espansionistici americani. “Hanno sempre voluto che Cuba fosse una stella in più sulla loro bandiera”, dice Suárez. Questa frattura si è poi aggravata con la Rivoluzione e l’avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica, dichiarandosi Paese socialista nella propria Costituzione. Cuba rappresenta l’esatto opposto dei concetti americani basati sul libero mercato e sull’individualismo. “Gli Stati Uniti non possono sopportare che un Paese così piccolo resista così tanto ed avere uno Stato con principi a loro così distanti a soli 150 km li spaventa”, precisa, “è la stessa distanza che separa Milano da Torino”.

Nonostante questo assedio, il Console rivendica con orgoglio i traguardi del sistema sociale cubano, ricordando che l’isola vanta una mortalità infantile minore di quella italiana e ha saputo produrre quattro vaccini propri durante la pandemia, oltre a formare professionisti sanitari che oggi operano in diversi paesi del mondo.

Per far fronte a questa situazione dura e prolungata, lo Stato sta mettendo in atto una serie di riforme strutturali che puntano alla sovranità energetica e alimentare. La strategia è chiara: passare dagli idrocarburi alle energie rinnovabili attraverso la costruzione di circa 200 parchi fotovoltaici, con l’obiettivo di coprire il 50% del consumo entro il 2028, perché, come ricorda il Console, “il Sole è una delle poche cose che gli Stati Uniti non possono bloccare”. Pechino, storico alleato dell’isola, ha annunciato che finanzierà decine di nuovi parchi fotovoltaici. Secondo il think tank Ember, già nel 2025 le importazioni di pannelli solari cinesi da parte di Avana erano cresciute del 34%, più velocemente che in qualsiasi altra parte del mondo.  Per rendere gli impianti più affidabili, Cuba deve però investire nell’accumulo di energia tramite batterie e nella rete di trasmissione, a lungo sottofinanziata. Attualmente circa il 16% dell’elettricità prodotta va perduta a causa di guasti nella trasmissione, una percentuale che vanifica parte degli sforzi compiuti e rende urgente una modernizzazione delle infrastrutture elettriche del paese.

Parallelamente, si lavora per aumentare l’autosufficienza nella produzione di riso entro il 2030, alimento base per i cubani. “Dobbiamo produrre il nostro cibo”, sottolinea il Dott. Suárez. Raggiungere e garantire la sovranità alimentare è un obiettivo fondamentale e per realizzarlo il governo sta testando riforme nel settore agricolo per migliorare la resa e aiutare i contadini, dando loro maggiore autonomia, ad esempio nello scegliere cosa produrre. Cuba necessita di circa 700.000 tonnellate di riso all’anno per il consumo nazionale, ma attualmente ne produce meno di 30.000. Per la prima volta dalla rivoluzione castrista del 1959 il governo ha concesso un ampio appezzamento di terra a un’impresa straniera, da destinare alla coltivazione del riso. Lo riferisce l’organo ufficiale del partito comunista cubano, Granma, secondo cui la società vietnamita autorizzata dal governo gestirà per tre anni 308 ettari di terreno.

Lo Stato ha da poco introdotto la possibilità per i cittadini residenti all’estero di investire in aziende private sull’isola. A tal proposito, il Console precisa che la maggior parte dei suoi concittadini che vivono in Italia appartengono alla classe media. “Lavorano per provvedere alle proprie necessità, dunque non hanno in genere un livello economico tale da poter investire massicciamente, ma la porta è aperta”. Cuba desidera che chi è stato formato dalla Rivoluzione (ingegneri, medici, professori) possa investire nel proprio Paese.

A livello internazionale ci sono alleanze e alcune di queste stanno offrendo aiuto in questo momento difficile. Per esempio, il Messico ha inviato imbarcazioni militari con alimenti e beni di prima necessità. La Russia ha rotto il blocco petrolifero, riuscendo a consegnare centinaia di barili di petrolio e la Cina, grande alleata dell’isola, sta sostenendo la transizione energetica fornendo i pannelli solari e i mezzi per la costruzione dei campi fotovoltaici.

Ma al di là dei dati e delle strategie economiche, emerge prepotentemente la capacità di resistenza di un popolo che ha fatto della solidarietà la propria identità. Il Console racconta di una realtà dove la felicità non dipende solo dal possesso materiale: “le persone condividono molto: un vicino ti offre un caffè o qualcosa da mangiare quando può, e tu fai lo stesso”.

Cuba, dunque, appare come un Paese che combatte per la propria sovranità, rifiutandosi di tornare a essere una colonia poiché, come ricorda il Dott. Suárez, “siamo un popolo sovrano che vuole essere libero”.