Virginia Nesi ha 25 anni, è una giornalista praticante, e il 6 ottobre 2020 ha scoperto di essere positiva al Coronavirus. Ha trascorso quattro notti ricoverata all’ospedale Gemelli di Roma e sette al Columbus, l’ospedale Covid affiliato, tra nausea, stanchezza e cure che in realtà non lo erano, perché «la cura a tutto questo ancora non esiste». La sua storia non è diversa dalle tante che in questi mesi siamo stati abituati a sentire, tranne che per lei non vale l’accezione di “paziente a rischio e con patologie pregresse”.
Virginia Nesi ha 25 anni, è una giornalista praticante, e in ottobre ha scoperto di essere positiva al Coronavirus. Ha trascorso quattro notti ricoverata all’ospedale Gemelli di Roma e sette al Columbus, tra nausea, stanchezza e cure
Virginia è toscana, di Prato, ha una laurea in comunicazione e un master in giornalismo all’Università San Pablo di Madrid. Collabora con El Mundo, uno dei maggiori quotidiani spagnoli, e a breve terminerà il suo biennio alla Scuola di Giornalismo dell’Università Iulm di Milano.Arriva in ospedale il 3 ottobre, per un intervento di routine, il giorno dopo aver eseguito il test pungidito e il tampone per Coronavirus, entrambi risultati negativi. È sottoposta all’operazione lunedì 5, e all’indomani, contro ogni previsione, le viene comunicata la sua positività. «La mattina dopo l’intervento – racconta – respiravo già male, avevo l’affanno, un mal di gola tremendo. Vedevo le pareti dell’Ospedale Gemelli, con la loro fantasia obliqua, quasi venirmi addosso». Uno dei brutti scherzi giocati dalla pressione bassa. Riscontrata la sua positività, i medici volevano capire se ci fosse o meno un legame tra l’operazione e il Covid o se, addirittura «io avessi addirittura fatto l’intervento con il Covid».
Virginia racconta che, quando le hanno comunicato la sua positività, ad attenderla nel corridoio c’era una schiera di infermieri disposti in riga, in attesa della dottoressa. Continuava a chiedere loro se ci fosse qualcosa di grave o se ci fosse stato qualche problema con l’operazione. Loro si guardavano, in silenzio, in attesa della dottoressa. «Appena arrivata, mi dice: “Virginia, lei è positiva”». «Lì per lì – confessa – non me l’aspettavo. Mi sono trovata totalmente impreparata, ed è stato istintivo per me correre in camera. E loro, data la mia positività, mi dicevano, comicamente, “entra ma non entrare”. Io in quel momento provavo a essere lucida. In stanza avevo una signora di 72 anni, che si doveva operare quella sera stessa, e sapevo benissimo che entrare in stanza poteva voler dire contagiarla o in qualche modo metterla in difficoltà. Mi è venuto spontaneo chiudermi in bagno e rimanere lì fino a quando qualcuno non mi dicesse cosa fare».
Virginia in quel bagno ci è rimasta mezz’ora. «E sei sorpreso – riprende, evidentemente emozionata -, sei lì che ti chiedi: e adesso cosa faccio? Questa cosa ha preso anche me». Racconta di aver pensato immediatamente alla sua famiglia, a cosa dir loro per non farli preoccupare. Da quel momento sono iniziate le telefonate per avvisare tutti i suoi contatti, persone che poteva eventualmente aver contagiato.«Perché poi la questione non è solo io ho il virus e sono positiva, ma anche e soprattutto: ho il virus, chi ho potuto contagiare?». Ammette di aver versato qualche lacrima, seppure non in quella circostanza. «Ho pianto dopo, quando mi hanno trasferita all’ospedale Columbus, ma lì per lì no». Racconta che in quel momento era talmente spaesata da non riuscire a mettere a fuoco la situazione. «Poi l’istinto mi ha fatto dire: ora pensa alla signora che è in camera e che non puoi contagiare, ti diranno loro come procedere».A rendere difficile la sua degenza ci hanno pensato i sintomi, che si sono mostrati con 24 ore di ritardo rispetto alla positività. «Sono comparsi da un giorno all’altro, col boom tra mercoledì e giovedì. Avevo la pressione bassa, ho avuto bisogno d’ossigeno, anche se solo per l’unico giorno in cui la saturazione era sotto i 90, dolori al petto, nausea e stanchezza».
Il suo saturimetro in funzione 24 ore al giorno, per monitorare la quantità di ossigeno nel sangue. E come in 1984 di Orwell, una telecamera la riprendeva tutto il giorno, mettendo a fuoco lei e i macchinari che prendevano i suoi parametri, «in modo tale che medici e infermieri non fossero costretti a entrare in camera tutte le volte». Eppure, oggi Virginia dice di provare gratitudine, prima di tutto nei confronti delle persone che mettono continuamente a disposizione degli altri la loro vita. «La cosa che sorprende, al di là della cura medica, è quella umana. Il sacrificio di chi una volta entrato nella tua stanza si sporca, ed è costretto a spogliarsi e rivestirsi tutte le volte che varca una soglia». I suoi infermieri erano costretti a cambiarsi nell’anticamera, spogliandosi e rivestendosi due volte nel giro di qualche minuto perché nel corridoio dovevano uscire puliti. Virginia racconta che l’ultima sera passata in ospedale, ormai decisamente più in forze rispetto ai giorni precedenti, ha detto all’operatrice socio sanitaria in turno che avrebbe volentieri rifatto il suo letto da sola, dando modo al personale di dedicarsi ad altre urgenze.
«Non perché dovessi dimostrare qualcosa, ma perché per me quello in camera mia era tempo perso, mentre loro avevano altro da fare».«Non nego – dice continuando – che in alcuni momenti ti senti solo. Però, allo stesso tempo, ti rendi conto che non puoi fare l’egoista. È un’altra dimensione, un’altra realtà. Empatizzi tantissimo, anche se vedi solamente i camici e poco più. E io mi sforzavo di cercare i loro occhi, di capire le espressioni dei loro visi». La persona con cui Virginia ha maggiormente legato si chiama Eleonora, un’infermiera anche lei di 25 anni. Il loro incontro è legato alle 14 provette di sangue che lei ha dovuto prelevarle una mattina. «Io sono una persona che cerca sempre di sdrammatizzare, – racconta – e in quella circostanza parlare fa davvero bene. Così le ho detto: “tu probabilmente hai la mia età”. Ci ho azzeccato, ed è iniziato il nostro dialogo. In tanti continuavano a darmi del lei, ma io dicevo loro di darmi del tu perché eravamo coetanei. Si è creato un legame».
Virginia ha provato a stringere rapporti con quelli che fino a qualche mese fa non esitavamo a definire eroi, e che ora paiono essere tornati anonimi camici bianchi non più degni di attenzione. Quelli apparentemente dimenticati dai decreti, il cui numero doveva essere incrementato di 81mila unità invece dei soli 33.857 assunti. Quelli che avrebbero dovuto lavorare nei 3.443 nuovi posti letto di terapia intensiva e 4.200 di sub-intensiva, e non i soli 1.300 che ad oggi si contano. «Loro – continua la ragazza – il più delle volte entrano in camera con un’espressione seriosa, perché sanno che non c’è tempo da perdere per dare spazio alle emozioni. Se da una parte c’ero io, paziente con sintomi lievi, dall’altra ce n’erano tanti in fin di vita, quindi non puoi stare troppo a pensare o a perdere del tempo a dirmi una parola in più».
Virginia racconta che uno dei tanti dialoghi di quelle giornate l’ha avuto col personale che si occupa delle pulizie in reparto. Si chiedeva sempre a quale costo si esponessero a un simile rischio. E di fronte alla risposta “ho bisogno di lavorare”, confessa: «mi è venuto spontaneo far vedere cosa accade dentro gli ospedali, perché c’è una situazione da prendere come esempio, e non si capisce mai fino a che punto queste persone si sacrificano per gli altri».Da questi dettagli di umanità nascosti dietro i camici, Virginia ha tirato fuori una specie di “diario dal fronte”, che probabilmente diventerà il suo prodotto di fine corso per il master. Da brava giornalista, ha iniziato a osservare, appuntare, registrare ogni singolo pensiero o emozione e pubblicarlo sui suoi social. «Eleonora mi ha ringraziato per questo – dice – “Per aver dato voce soprattutto a noi che siamo gli ultimi sempre, anche ora”. Secondo me non si capisce fino in fondo che cosa fa l’eroe. Perché se ci sono ancora tantissime persone che girano senza mascherina, scherzano e negano il Covid, come si possono chiamare eroi? E quindi la domanda è: c’era bisogno del Coronavirus per dare identità e valore a queste persone? Che sia la donna delle pulizie, gli infermieri o i medici? C’era bisogno di una pandemia per apprezzare davvero il lavoro di queste persone?»
Da questi dettagli di umanità nascosti dietro i camici, Virginia ha tirato fuori un diario dal fronte, che probabilmente diventerà il suo prodotto di fine corso per il master
«Scrivere è stato come un antidoto, – un vaccino – un modo per dire: io sono qua, vivo adesso e questa è la realtà. Un modo per prendere le distanze da quello che vivevo e immergermici allo stesso tempo, perché grazie alla scrittura io ora ho in mano qualcosa che rimane. Io vorrei che questo periodo non scompaia»Racconta che Giulia, la sua compagna di stanza al Gemelli, in una delle telefonate che ci sono state dopo le dimissioni, le ha confessato di voler dimenticare questo periodo e l’angoscia che ha portato con sé.
«Io invece sto facendo di tutto perché ciò non avvenga – dice Virginia -. Ho scritto ogni pensiero perché non voglio dimenticarlo. Voglio che questa esperienza in me rimanga perché mi ha dato tantissimo, nel bene e nel male. È stato un insegnamento che va al di là di qualsiasi altra esperienza io abbia fatto, ti rivoluziona. Hai sempre paura di togliere tempo e momenti che si dovrebbero dedicare al prossimo». Allora, quando le si chiede se adesso ha paura di ri-abbracciare, risponde: «Da casa non vedono l’ora di farlo, ma io non so se adesso abbraccerei. Io aspetterei, eppure sono guarita, sono negativa. E anche se fino a sei persone potrei andare a mangiare una pizza, io non ci andrò. Perché dare al virus una possibilità in più per contagiare l’altro? Possiamo farne a meno. Aspetterò di farlo con più serenità, una forma di rispetto nei confronti della rete di persone che sta facendo di tutto per cercare di superare questo momento».Dopo 12 giorni di ricovero e due tamponi negativi, Virginia è stata dimessa dall’Ospedale Columbus e oggi, dopo «un’esperienza che ti cambia dentro», è finalmente tornata a casa.