L’architetto Cini Boeri è la signora del design italiano. Laurea al Politecnico, stage con Giò Ponti, durevole e fruttuosa collaborazione con Marco Zanuso. A partire dal 1963 comincia una carriera autonoma nei campi dell’architettura civile e del disegno industriale. Una carriera sfolgorante all’insegna dell’innovazione e della responsabilità. E dell’ironia.

Signora Boeri, Milano ha conosciuto varie stagioni.

Milano è una delle città più vivaci d’Europa, ha sempre saputo cavalcare le novità, nel bene e nel male.

Lei ha dichiarato che quando Le proponevano di creare un oggetto ricercava prima di tutto il modo in cui la gente l’avrebbe utilizzato. Crede che un ragionamento simile sia sempre applicato all’edilizia, soprattutto popolare?

I comfort ambientali derivati dallo studio dei bisogni degli abitanti non sono elementi esclusivi delle abitazioni di lusso ma possono essere utilizzati anche per case economiche. La progettazione dello spazio rispetto ai reali bisogni e l’utilizzo di soluzioni flessibili credo siano ancora strumenti validi per una buona progettazione, ne avevo anche parlato in una mia pubblicazione, molti anni fa.

Lei ha spesso parlato dell’idea di dissacrazione della proprietà nel design e di responsabilizzazione degli spazi. Qual è la Sua idea di città in questo contesto?

Penso che l’importante sia l’uso e non la proprietà, questa convinzione ha caratterizzato il mio lavoro nel disegno industriale ma anche nell’architettura. Ho sempre cercato di proporre autonomia e responsabilità, spesso però ci si scontra con la consuetudine e le “logiche di mercato”.

La Sua carriera prende le mosse negli anni Cinquanta a fianco di Marco Zanuso. Com’è cambiato il mondo del design e dell’architettura milanese da allora?  Oggi predominano l’esibizionismo o il senso di responsabilità?

Si disegnavano oggetti utili, la novità era legata ad un nuovo utilizzo e quindi il progetto era la soluzione ad un bisogno. Lo stesso in architettura. Vorrei che si mantenesse predominante il senso di responsabilità e quindi lavorare per interpretare i nuovi bisogni della città, senza cedere ad eccessivi protagonismi.

Un aspetto preponderante dell’urbanistica cittadina recente è il recupero di spazi industriali dismessi. Le sembra sempre coerente o ritiene che ci si dovrebbe preoccupare di conservare anche la memoria dei tanti anni di lavoro che si è svolto in quei locali?

 La conservazione della memoria deve passare anche attraverso un’elaborazione, riattualizzare e quindi creare il nuovo. Sono sempre stata più attenta a fornire uno spunto innovativo rispetto alla coltivazione della sola memoria.«Ho sempre cercato di proporre autonomia e responsabilità, spesso però ci si scontra con la consuetudine e le “logiche di mercato”»

 Expo. A suo avviso qual è la prospettiva migliore per il domani del sito? E per il dopodomani?

Chi gestisce gli spazi potrebbe proporre un concorso di idee secondo le necessità urbane.Le proposte andrebbero però sottoposte all’opinione pubblica per una scelta ragionata, in questo Milano potrebbe essere un esempio meritevole di attenzione a livello internazionale.

I suoi Strips (Compasso d’oro 1979) sono sedute e letti confezionati come sacchi a pelo. Questo gioco tra l’essere e l’apparire potrebbe venire applicato anche a una pianificazione urbana? L’ironia è un valore aggiunto anche in questo campo?

 Il progetto degli Strips nacque da un’esigenza di praticità. L’idea di rivedere il letto in funzione della semplicità d’uso e rendere più semplice e immediata la sua sistemazione dopo il risveglio. In seguito la gamma si ampliò con divani e poltrone. Al forte bisogno di praticità si è poi associato anche il lato “ironico” del letto-sacco a pelo ma in realtà l’immagine deriva dalla sua funzione. Se applicato con questi presupposti il metodo potrebbe (forse) funzionare anche per l’architettura.