«Parla piano e porta con te un grosso bastone, andrai lontano»: così il presidente americano Theodore Roosevelt, all’inizio del secolo scorso, amava definire la sua linea di politica estera, che alla diplomazia e al negoziato univa la minaccia dell’uso della forza (il «grosso bastone»). Con Donald Trump, che con l’illustre predecessore condivide il partito, quello repubblicano, le cose sono un po’ diverse: la clava dell’intervento militare viene ancora agitata a mo’ di spauracchio, ma è venuto meno quel parlare misurato tanto caro a Teddy Roosevelt. Il tycoon ci ha da tempo abituati a un linguaggio decisamente poco diplomatico e le sue recenti dichiarazioni sulla possibile annessione di Groenlandia, Panama e persino Canada, che il presidente vedrebbe bene come 51° Stato, non sono state da meno.
C’è chi ha preso alla lettera le velleità espansionistiche del nuovo inquilino della Casa Bianca, mentre altri le hanno interpretate come semplici boutade in perfetto stile Trump. Per Gianluca Pastori, docente all’Università Cattolica di Milano e ricercatore ISPI, la verità sta nel mezzo: se è da una parte vero che il tycoon non va preso troppo sul serio quando afferma di non escludere l’uso della forza militare per appropriarsi di quei territori, dall’altra le sue parole celano obiettivi strategici assai concreti. «Queste dichiarazioni», spiega, «vanno lette su un doppio livello: da un lato c’è l’aspetto eclatante e colorito, la “sparata”, ma dall’altro Donald Trump sta sollevando una serie di questioni importanti. È in gioco quella che percepisce come la sicurezza economica degli Stati Uniti. Una sicurezza che si basa sul controllo dei flussi di traffico attraverso il canale di Panama, che si basa sul rafforzamento dell’industria americana attraverso un’integrazione crescente con quella canadese e che si basa, infine, sulla possibilità di accedere alle risorse della Groenlandia e di controllare attraverso di essa le rotte artiche».
Proprio le pretese avanzate sulla Groenlandia sono state interpretate da molti come le più concrete, visto anche il precedente del 2019, durante la prima presidenza Trump. Allora il tycoon propose alla Danimarca, che la governa dal 1814, di vendere l’isola agli Stati Uniti. L’irrituale offerta innescò una piccola crisi diplomatica: a fronte del netto rifiuto danese, Trump annullò un suo viaggio ufficiale a Copenaghen. Se fosse andato in porto, comunque, l’affare avrebbe avuto più di un precedente: l’ultimo risale al 1917, quando Washington acquistò proprio dalla Danimarca le Isole Vergini, nei Caraibi. Il caso più noto è però quello dell’Alaska, comprata dalla Russia nel 1867. Meno ricordato, ma ancor più importante, l’acquisto della Louisiana (nome che all’epoca identificava un’area ben più ampia di quella dell’attuale, omonimo Stato) datata 1803, quando Napoleone Bonaparte vendette agli Stati Uniti un territorio vastissimo alla modica cifra di 15 milioni di dollari. La stessa somma venne versata al Messico nel 1848 per annettersi, tra gli altri, California e Texas. In quel caso, però, la compravendita avvenne in seguito a una guerra tra gli USA e il vicino latino-americano.
Sempre in America Latina, ma un po’ più a Sud del Messico, si trova uno degli altri obiettivi strategici su cui Trump ha messo gli occhi, il canale di Panama. Fatto costruire dagli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso, è stato amministrato da Washington fino al 31 dicembre del 1999, quando il territorio circostante è stato restituito al governo panamense. Secondo Pastori, tra i territori recentemente rivendicati dal tycoon è questo il più importante: «Dietro alla ventilata annessione del Canada e della Groenlandia ci sono fondamentalmente interessi economici. Sulla questione di Panama, invece, c’è una sfida geopolitica che vede gli Stati Uniti contrapposti alla Cina. È vero, formalmente Pechino dice di non avere nulla a che fare con Panama, però i porti situati sugli sbocchi del canale sono controllati da una società con sede a Hong Kong, quindi connessa con il governo cinese. Sembra che Trump, con le sue ultime dichiarazioni, abbia un po’ nascosto la mela a cui tiene veramente, quella di Panama, in una cassetta di altre mele di cui gli importa molto meno, il Canada e la Groenlandia».
Proprio una mela (d’oro) fu, secondo la leggenda, la scintilla che fece scoppiare la guerra di Troia. È possibile che le mele della cassetta evocata da Pastori possano innescare un conflitto militare? Il professore si sente di escluderlo: «l’idea di vedere i marines sbarcare in Groenlandia o a Panama, sinceramente, mi sembra uno scenario decisamente fantascientifico. Lo stesso Trump sembra, nelle ultime dichiarazioni, avere un po’ limato il peso delle sue affermazioni: dice di essere pronto a usare la forza, sottintendendo però più una forza economica che una forza militare». Il tycoon, prosegue Pastori, «non sembra un appassionato di guerra. Trump, del resto, ha sempre vantato di essere l’unico presidente che non ha cominciato alcuna guerra e non credo che da questo punto di vista abbia intenzione di cambiare. Però, ovviamente, c’è modo e modo di fare la guerra. Quello del tycoon non prevede l’invio di truppe ma armi di tipo economico: dazi, limitazioni commerciali e così via».
Si tratta di un copione già visto negli anni della prima amministrazione Trump. Un copione che, spiega Pastori, prevede un presidente «molto duro e assertivo che, per negoziare da una posizione di forza, usa l’economia come strumento di pressione per perseguire degli interessi che sono concepiti come strettamente statunitensi: non interessi occidentali, non interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati ma interessi degli Stati Uniti, punto e basta». È in questa ottica, insomma, che vanno lette le rivendicazioni di Trump su Canada, Groenlandia e Panama: la minaccia dell’uso della forza come strumento negoziale. Per il tycoon, del resto, in affari tutto è concesso: business is business.
