Yemile Bucay è responsabile dei rischi e della sicurezza di BuzzFeed, dove lavora con lo staff e i giornalisti freelance per portare avanti il loro lavoro in sicurezza. Fa anche parte del programma “Next Gen Safety Trainers” della International Women’s Media Foundation. All’inizio della sua carriera è stata Global Migration Reporting Fellow alla Columbia University, dove ha raccontato l’intersezione tra immigrazione e genere, e ha lavorato come giornalista e produttrice di documentari in Messico e in Francia. I suoi lavori sono apparsi su Columbia Journalism Review, Broadly, Newsweek, Tablet e Rest of World. Al festival del giornalismo di Perugia ha messo le sue conoscenze a disposizione degli altri giornalisti con il progetto delle “Safety clinics”: sportelli ad hoc presieduti da esperti del settore pronti a dare consigli ai colleghi in difficoltà.
In cosa consiste il lavoro di Risk and Security manager?
Io lavoro con i giornalisti per ridurre i rischi e l’impatto che questi possono avere nel loro lavoro. E questo consiste nel dare loro indicazioni in ambito di sicurezza digitale, nel procurare loro dispositivi di protezione personale di cui potrebbero aver bisogno, nel realizzare con loro il corretto “risk assesment” per ogni storia e ogni situazione. Ma anche affrontare con loro una minaccia che possono aver ricevuto e questo significa gestire situazioni legali oppure che coinvolgono talvolta anche le forze dell’ordine. In generale significa assumersi una grossa responsabilità.
Secondo la sua esperienza, quali sono i rischi principali che un giornalista incontra al giorno d’oggi?
Sono molti e io penso che dipendano soprattutto dal Paese in cui si trova il giornalista e dal giornalista in sé ovviamente. Penso che uno dei principali siano le minacce legali che stanno diventando via via più pesanti, poi gli abusi online, che è il rischio che corrono la maggior parte dei giornalisti oggi; ancora, i rischi legati alle armi nei Paesi in guerra e infine rischi a livello psicologico che possono derivare dallo stress o da traumi.
Quali sono i mezzi più efficaci che un giornalista deve possedere per difendersi da questi rischi?
Io penso che il mezzo più importante sia quello di realizzare un corretto “risk assesment”. E poi prendersi il giusto tempo, anche se fossero pochi minuti, prima di ogni situazione per valutare quali sono i possibili rischi ed essere pronti ad affrontarli. Fondamentali sono anche i mezzi tecnologici che possediamo oggi.
Ma quando lei parla di “risk assesment” cosa intende in pratica? Che cosa dobbiamo fare?
La cosa fondamentale da fare è rispondere ad alcune domande. La prima è: cosa sto cercando di proteggere? E le risposte possono essere molte: sto cercando di proteggere il mio lavoro, sto cercando di proteggere la mia reputazione, sto cercando di proteggere la mia famiglia, sto cercando di proteggere questi documenti su cui sto lavorando, sto cercando di proteggere la mia storia, sto cercando di proteggere il mio computer. Il secondo passo è capire da quale pericolo mi sto proteggendo, quali risorse hanno le persone che mi minacciano e da cui mi sto proteggendo. E supponiamo che non sempre si tratti di persone, a volte magari il rischio è rappresentato da un uragano o da un grosso incendio, per non parlare di un malessere o una malattia che chiaramente non sono prevedibili ma per cui ci si può attrezzare prima. È importante capire quali risorse abbiamo a disposizione e di quali invece dovremo fare a meno; qual è il nostro budget. Poi, purtroppo, un rischio sempre presente è quello di essere vittima di violenza sessuale. Il fatto di essere una donna può in alcuni ambienti favorire l’accesso ad alcune storie oppure informazioni, ma può essere un’arma a doppio taglio. È fondamentale avere sempre un piano di emergenza e informare i colleghi se, ad esempio, devo realizzare un’intervista in un luogo non troppo sicuro perché qualcosa può sempre andare storto. Non mi stanco mai di dirlo, la sicurezza gioca un ruolo fondamentale nella professione oggi.
Oggi c’è una grande consapevolezza sull’importanza della sicurezza: ma c’è sempre stata o è un fenomeno recente?
Penso che solo ultimamente abbiamo iniziato ad essere più consci del ruolo che la sicurezza gioca; e una cosa che ho notato è che spesso il fatto di realizzare un “risk assesment” aiuti gli stessi giornalisti a pensare e costruire la loro storia, come se facessero una sorta di anteprima del servizio. Questo, infatti, li porta a fare delle piccole ricerche prima di andare sul posto.
Ho un’ultima domanda: in cosa consiste il “Next Gen Safety Trainers Program”?
È stato creato dall’International Women’s Media Foundation, un’associazione no-profit che supporta le giornaliste donne. Si occupa infatti di dare loro formazione in ambiti che spesso sono esclusivamente maschili, come ad esempio quello militare. In realtà, ad oggi sono tantissime le donne reporter in ambiti di guerra però c’è ancora molto lavoro da fare per raggiungere una condizione di parità.