«Israele è intriso sin dalla sua nascita della cultura del conflitto». Quella dello scrittore e professore di psicologia politica Daniel Bar-Tal è l’analisi di uno studioso che cerca di strappare il tema più politicizzato degli ultimi anni alla speculazione ideologica, tornando alle radici storiche di uno scontro che va avanti da secoli, alternando le armi a fredde tregue colme di odio. Lo fa nel suo ultimo saggio “La trappola dei conflitti intrattabili: il caso israelo-palestinese”, scritto nelle aule dell’ateneo di Tel Aviv e presentato alla sede milanese di Aseri, l’Alta Scuola di Politica e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica.
Dalle “sue” aule, elette a osservatorio privilegiato della geopolitica e della società nella regione, Bar-Tal ha descritto e raccontato dall’interno per cinque decenni l’evoluzione di un conflitto «intrattabile» perché costituito dall’opposizione di ideali inconciliabili e prospettive parallele che non si incontrano mai. Secondo due chiavi, quella psicologica e quella storica, fondamentali per riuscire a comprenderlo senza assumere una posizione parziale fuorviata dalla propaganda e dal pregiudizio. Sono in molti a chiedersi perché ovunque sia difficile discuterne o anche soltanto immaginare una soluzione pacifica ed è proprio l’incipit del suo intervento a riassumerne la ragione principale: esiste una barriera che mischia passato e presente, negando qualsiasi possibilità di futuro.
Due narrazioni inconciliabili
«Gli israeliani hanno costruito il loro Stato sotto la minaccia di un’insicurezza costante, cominciata da prima dell’Olocausto e continuata poi quando è stato istituito Israele, nel 1948», ricostruisce lo studioso, partendo dalla storia delle prime immigrazioni verso la “Terra promessa” da parte di migliaia di sionisti, già nel XIX secolo, e dei cittadini europei scampati ai rastrellamenti nazisti nel secondo dopoguerra. E, in questo solco, l’idea del nemico da battere a tutti i costi per sopravvivere è servita a molti padri della patria, come il primo presidente David Ben Gurion, per creare il collante necessario a fondare una nazione dal nulla, unendo le coscienze di popoli confluiti dal Vecchio Continente, dal Nord Africa e dal resto del Medio Oriente e accomunati solo dal proprio credo. Fra i tanti, c’era soprattutto il gruppo etnico degli ebrei polacchi di cui fa parte anche il professor Bar-Tal, superstite di una famiglia sterminata quasi per intero nel lager di Treblinka. È lui stesso a raccontarlo: «Quando siamo emigrati in Israele, il mio cognome fu modificato per renderlo davvero ebraico. Il mio nome prima era Daniel Bartel». Nonostante un’identità radicata, decenni di ricerca gli hanno permesso di sviluppare una visione non univoca di tutto questo, rimasta tale anche con la guerra.
«Nel 2025, leggo cosa accade da molti media e quotidiani internazionali, ma noto differenze enormi in come tutto ciò viene raccontato. Gli israeliani parlano solo del 7 ottobre. Un giorno pieno di atrocità, uccisioni, stupri, massacri da parte di Hamas che nessuno si aspettava e che hanno segnato ai loro occhi una sorta di secondo Olocausto. Eppure, non è tutta la storia, perché dal giorno dopo le forze dell’Idf hanno iniziato a bombardare Gaza e poi l’hanno invasa. Nel corso di un anno e mezzo sono morti 63mila palestinesi, la maggior parte sono civili; il 70% della Striscia è distrutto, ma di questo non si parla. Israele parla di Olocausto, mentre i palestinesi sostengono che quel massacro del 7 ottobre non sia avvenuto. Sono due filoni narrativi separati e opposti». L’unico modo per riannodarli, a questo punto, è intrecciarli con il filo rosso della Storia, per capire come si è arrivati fino qui. Bisogna ritornare al 1882, quando il mito della narrazione sionista comincia. “Una terra vuota si merita di ospitare una nazione, e un popolo senza terra si merita di averne una” dicevano i saggi, cercando una patria e un’identità nazionale nello stesso luogo dove altri popoli, per secoli sottoposti al dominio dei turchi ottomani, tentavano in quegli stessi anni di sviluppare la propria. Bastano poche righe a descrivere tensioni iniziate più di cento anni fa e mai sopite. «L’antisemitismo all’epoca si stava diffondendo e gli ebrei pensarono che quello fosse il loro posto sicuro. I palestinesi, però, li considerarono colonialisti europei che cercavano di spartirsi altre terre. Ed è così che li vedono ancora. Da allora ci sono stati scontri, ribellioni, guerre: chi era originario di quelle zone si è disperso fra Giordania, Libano, Egitto, mentre l’immigrazione degli ebrei verso Israele cresceva e la cultura del conflitto si diffondeva a tutti i livelli», spiega, riferendosi con queste parole al periodo della Nakba palestinese.
La cultura del conflitto e le sue conseguenze
La narrazione di un pericolo esistenziale verso Israele per distruggere il nuovo Stato e gli ebrei, dopo il trauma della Shoah, ha instillato negli animi dei locali una sindrome della minaccia, che spinge ogni giorno a conseguenze tragiche. È per questo che si è sviluppato un esercito così forte, un’industria bellica fiorente ed è per lo stesso motivo che «i bambini, sin da piccoli, imparano a diventare soldati. Quando nasce un figlio maschio, la famiglia lo accoglie come “un altro piccolo soldato” e così cresce indottrinato dall’asilo al servizio militare obbligatorio dopo il liceo» spiega Bal-Tar. È «l’ethos» che, secondo l’accademico di Tel Aviv, condiziona le fondamenta della società, i ricordi, la sua memoria collettiva e contagia la politica dal di dentro, corrodendola. «Tutti i leader politici, dal ’48 a oggi, hanno sviluppato e continuano a fomentare questo ethos. Il quale attecchisce soprattutto nelle zone di confine come la West bank, dove sorgono gli insediamenti dei coloni ultraortodossi e oltranzisti, che si nutrono di pregiudizi di questo tipo e dell’ignoranza. Studiano solo i testi sacri, ma ignorano tutto il resto».
E quando un ideale sembra essere legittimato dalla storia, dalla religione e il vicino viene degradato a eterno avversario, la violenza finisce per diventare un mezzo lecito per metterlo in pratica. «La disumanizzazione così diventa il permesso di poter uccidere l’altro senza sentirsi in colpa, ma anzi potendosi coprire di gloria. Per questo gli israeliani definiscono il loro esercito come il più morale di tutti».
Due popoli-due Stati: una soluzione praticabile?
Alcuni passi del saggio discutono possibili soluzioni a partire dalle sfide del passato e del presente. A cominciare dalla coesistenza pacifica di due popoli e due Stati e che dall’inizio del conflitto sembra perdere sempre più sostenitori. Come emerge dall’esperienza diretta di Bal-Tar: «Il supporto a questa via è diminuito: spesso molte persone in entrambi i contesti non considerano che l’altro pensa alla pace come possibile, così e si crea un cortocircuito. Fra l’altro, per quanto auspicabile, non credo che ci si riuscirà. Si dovrebbero trasferire a Gerusalemme o Tel Aviv molte migliaia di ebrei israeliani che vivono in Cisgiordania, con un’ideologia molto radicata, oppure bisognerebbe dare loro anche una cittadinanza palestinese. Si rinforza così l’idea della comfort zone nel conflitto e, di conseguenza, la violenza». L’alternativa a questo tipo di cultura sembra quindi l’unica valida in questi casi: «Ripartire dalle nuove generazioni perché prendano coscienza di come stanno le cose senza fidarsi di tutto ciò che la politica cerca di far passare». Lo spirito critico, insomma, in un tempo in cui l’accesso alle informazioni è semplice, veloce e, forse per questo, più condizionabile.