A circa due settimane dalla mossa del presidente Yoon Suk-Yeol, che ha tentato di imporre la legge marziale in Corea del Sud per salvaguardare i suoi interessi durante un mandato difficile, il Paese vive ora un nuovo ma non inatteso risveglio. Lo scorso 14 dicembre, il parlamento ha messo ancora una volta al sicuro la democrazia coreana votando l’impeachment nei confronti del già impopolare Yeol, mentre per le strade i cortei di protesta hanno lasciato spazio ai festeggiamenti. Simbolo di un antiautoritarismo spesso messo in pericolo dagli echi dei vecchi regimi, ma che nonostante tutto resiste. Le radici di questa instabilità politica però sono tutt’altro che recenti, come spiega a Magzine Francesca Frassineti, docente di Storia dell’Asia Orientale contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e ricercatrice ISPI.

 Il mondo ha visto quanto successo il 3 dicembre scorso, dopo l’imposizione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-Yeol. Quale immagine restituisce tutto questo circa lo stato della democrazia nel Paese?

La democrazia sud coreana è stata definita resiliente, non forte. È un’opinione condivisibile, dal momento che Yeol ha fatto quello che il sistema gli ha permesso di fare. Ha dichiarato la legge marziale perché tecnicamente era all’interno delle sue facoltà, ma senza considerare le ovvie implicazioni politiche. Fortunatamente, il tentativo era stato pianificato male ed eseguito da persone incompetenti, ma intanto abbiamo visto  tutto l’insieme delle caratteristiche negative che, dal 1987, accompagna la costituzione emendata nel passaggio alla democrazia. Come il mandato presidenziale quinquennale, limite posto all’epoca per impedire il ritorno all’età autoritaria ma che ha finito per creare un’eccessiva concentrazione del potere. Il fatto di non avere l’opportunità del secondo mandato infatti rende meno inclini alcuni personaggi a limitarsi e quindi a sentirsi responsabili nei confronti della popolazione. Infatti, abbiamo visto moltissimi presidenti coinvolti in procedimenti giudiziari, arrestati o sotto impeachment per reati commessi da loro in prima persona o dai familiari. Quello coreano è un sistema fortemente polarizzato, dominato da due partiti, in cui la democrazia partecipativa è molto limitata, soprattutto nell’ambito della politica estera. Ha senz’altro la necessità di essere riformato, ma purtroppo nessuno ci è ancor riuscito o non ha voluto farlo. Le istituzioni e la società civile però si sono dimostrati resilienti, attivandosi da subito per opporsi pacificamente alla legge marziale con cortei e marce. I coreani hanno a cuore la difesa della democrazia. Chi ha l’età per ricordarsi del regime autoritario sa quanto sia stato alto il costo in termini di vite umane e libertà, ma ha reagito anche chi non può ricordarselo direttamente.

Quali sono i rapporti tra il potere politico e quello giudiziario in Corea del Sud?

Il potere giudiziario è altamente politicizzato. L’ufficio del procuratore generale è sempre stato sottoposto a particolare scrutinio e attenzione perché molto spesso è stato utilizzato dal potere politico per lanciare indagini e procedimenti politici contro i rivali. È stato coinvolto e messo in discussione nei vari scandali che hanno coinvolto l’ex presidente Yoon, ma anche Yeol è stato accusato di governare attraverso la giustizia. Tra l’altro, era lui il procuratore generale della precedente amministrazione. Poi ha deciso di candidarsi con i conservatori, nonostante fosse sempre stato un democratico progressista. In Corea, spesso si dice che i procuratori generali credono di seguire per una legge che vale solo per loro, distinta da quella valida per tutto il resto dei cittadini.

I partiti conservatori stanno cercando di imporre una stretta autoritaria utilizzando la minaccia Nord-coreana? Qual è lo stato attuale di questa minaccia? 

Non esiste nessuna forza antistatale, fiancheggiatrice o simpatizzante del regime nordcoreano che rappresenti un’immediata minaccia alla sicurezza nazionale, tale per cui la vita pubblica debba essere sospesa e messa sotto legge marziale con controlli, sospensione dei media e di vari diritti politici e sociali. Yeol ha fatto uso di un linguaggio che a noi potrebbe sembrare polveroso e tipico della guerra fredda ma che caratterizza ancora spesso la politica coreana. Con l’obiettivo di svilire gli avversari proprio attraverso queste accuse. D’altronde, succedeva proprio questo all’epoca: leader davano a coloro che si opponevano ai regimi chiedendo la democrazia dei comunisti e ancora oggi, durante tutte le campagne presidenziali o legislative, il candidato conservatore di turno svilisce l’avversario in questo modo solo perché magari è favorevole ad un approccio più dialogante e meno intransigente nei confronti dei vicini. Lo abbiamo visto per Yeol durante la campagna del 2022 nei confronti di Lee Jae- Myung, per esempio.

Il 14 dicembre è passata la proposta di impeachment per Yeol dopo un iniziale no del parlamento. Cosa succederà ora?

Il parlamento aveva espresso 210 voti per l’istituzione di uno special counselor, con il mandato di investigare le accuse di insurrezione contro Yeol. Per mettere sotto impeachment Yeol ne servivano 200, con il contributo di almeno 8 conservatori, ma non si era arrivati a quella soglia perché solo tre conservatori avevano fatto ritorno in aula. Questi 210 voti però ci dicevano già che sabato 14, la mozione di impeachment avrebbe raggiunto la maggioranza dei 2/3. Il primo ministro Han Duk Soo diventerà ora presidente ad interim e la palla passerà alla Corte costituzionale, che avrà fino a sei mesi di tempo per pronunciarsi sulla questione.  Se il voto sarà confermato, si andrà alle elezioni lampo entro sessanta giorni.

Chi è Yoon Suk Yeol? Che ritratto possiamo tracciarne? Come si inserisce la sua figura nel contesto politico attuale?

È un ex procuratore generale, che nel 2022 vinse con un margine bassissimo dello 0,73%, il più basso nella storia delle presidenziali. E, una volta al potere, non è riuscito né a consolidare la propria base di sostegno né ad ampliarla. È sempre stato distaccato dalla società, ha rilasciato solo due conferenze stampa e da subito è rimasto coinvolto in diversi scandali. Ha governato gestendo tutto attraverso i veti, ponendone ben 25 dal 2023. Nessuno, in epoca democratica aveva fatto un uso così frequente di tale strumento. La sua presidenza, va detto, non è stata facile: ha dovuto gestire lo sciopero dei medici, le sue ripercussioni e il tragico episodio di Itaewon, quando159 giovani sono morti nella calca delle feste di Halloween. E ogni volta che in parlamento si è cercato di istituire una commissione di inchiesta, lui è intervenuto con un veto. Per questo, ha sempre avuto indici di gradimento molto bassi, al di sotto del 20%. Una delle motivazioni per cui ha scelto di imporre la legge marziale è l’ostruzionismo dell’opposizione, che, come tale, non gli ha permesso di ottenere l’approvazione per il la legge di bilancio dell’anno prossimo. L’opposizione ha fatto l’opposizione insomma e il presidente non c’è stato, percorrendo una via del tutto incostituzionale. Il fronte su cui invece stava ottenendo notevoli successi, ora inficiati, era la politica estera. Ha ottenuto un riavvicinamento al Giappone per favorire il ricoordinamento trilaterale con gli Usa, ha sostenuto l’Ucraina e inviando aiuti militari non letali a Kiev, mentre faceva arrivare anche le armi indirettamente, vendendole ad alcuni paesi Nato come Polonia e Stati Uniti. Ma questa strenua difesa delle democrazie liberali diventa retorica vuota se poi consideriamo ciò che ha fatto nel suo Paese.